MINNEAPOLIS NON È LONTANA: QUANDO IL POTERE CHIEDE IL BUIO

Minneapolis ci sembra lontana. Ma io non riesco più a trattarla come una notizia “americana”, come una parentesi violenta dentro un Paese già abituato agli eccessi. Perché dentro quei fatti vedo uno specchio. E lo specchio, quando si incrina, non riflette solo gli Stati Uniti: riflette anche noi. Riflette l’Europa che scivola. Riflette l’Italia che rischia di copiare il peggio proprio mentre si racconta che sta “modernizzando” la democrazia.

Quello che vedo, con una chiarezza che fa male, è una traiettoria precisa: il potere politico che pretende una magistratura docile, un diritto piegato come metallo caldo, e una società che si abitua lentamente al buio. Non succede in un giorno. Non arriva con i carri armati. Arriva a piccoli passi. Un abuso che passa. Un sopruso che diventa “normale”. Una garanzia che si “semplifica”. E quando te ne accorgi, spesso è già tardi.

MINNEAPOLIS: QUANDO LA LEGGE DIVENTA UN CAPPUCCIO

La storia di Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, è il volto più nitido di quella zona grigia in cui il confine tra diritto e arbitrio scompare.

Non un conflitto a fuoco. Non una sparatoria nel caos. Ma una dinamica raccontata come esecuzione, con colpi esplosi a breve distanza, con la sensazione netta che la forza non sia stata l’ultima risorsa, ma la prima lingua parlata. E già questo dovrebbe bastare: una democrazia che tollera la forza come scorciatoia, prima o poi se la ritrova come sistema.

Ma c’è un dettaglio ancora più importante. Dopo la violenza arriva la narrazione. L’amministrazione parla, giustifica, incornicia, sposta l’attenzione. È sempre così: il potere non si limita a colpire, pretende anche di raccontare perché era “necessario”. E intanto perfino una decisione giudiziaria in Minnesota è intervenuta per imporre limiti ai metodi delle forze federali verso manifestanti e osservatori, segnalando che il confine tra ordine pubblico e abuso stava diventando una terra di nessuno.

Qui sta la crepa: quando un apparato armato risponde solo al centro del potere e può agire come se fosse una milizia, la legge smette di essere una casa comune e diventa un’arma selettiva. Il cappuccio non è solo quello sugli agenti: è quello calato sul principio di responsabilità. È l’anonimato morale dello Stato.

IL MESSAGGIO DEL POTERE: GARANZIE AI CARNEFICI, NUDITÀ PER LE VITTIME

Un altro caso aggiunge un tassello che non lascia scampo: Geraldo Lunas Campos, detenuto cubano, muore in custodia e l’autopsia preliminare parla di asfissia dovuta a compressione del torace e del collo, quindi di una dinamica compatibile con un soffocamento fisico. La versione ufficiale prova a spostare tutto su un gesto suicidario, ma testimonianze e primi riscontri aprono uno squarcio netto.

Qui bisogna essere duri e lucidi. Non si tratta di simpatia. Non si tratta di precedenti. Queste sono scuse comode, e infatti sono sempre pronte. Si tratta di un principio: lo Stato può trattenere un essere umano, non può umiliarlo, torturarlo, spegnerlo. Se accettiamo che la dignità sia condizionata dalla biografia del singolo, abbiamo già buttato via la civiltà giuridica e stiamo solo scegliendo chi sacrificare per primi.

Dentro questa logica, i numeri diventano benzina: decine di migliaia di persone rinchiuse, molte senza precedenti penali, un aumento delle morti nei centri di detenzione. La disumanizzazione non è un incidente. È una tecnica. E quando la tecnica funziona, viene replicata. Quando viene replicata, diventa sistema. Quando diventa sistema, diventa cultura. E allora la democrazia, lentamente, smette di vergognarsi.

ALLIGATOR ALCATRAZ: LA CRUDELTÀ COME LINGUAGGIO DI GOVERNO

C’è poi un elemento che io considero decisivo, perché riguarda il futuro possibile: la normalizzazione del trattamento degradante come strumento di governo.

Amnesty International denuncia trattamenti crudeli, inumani e degradanti in strutture di detenzione in Florida, inclusi luoghi diventati simbolo di una barbarie amministrativa che si fa prassi. Non è “polemica”. È documentazione. È materia. È corpo. È prova.

Ed è qui che io vedo la mutazione più pericolosa dell’Occidente: non si limita a gestire la paura, la produce. La coltiva. La trasforma in consenso. La crudeltà diventa messaggio, e il messaggio diventa metodo.

Quando lo Stato usa l’umiliazione come deterrente, sta dicendo una cosa molto semplice: “posso farlo”. E quando lo può fare su alcuni, domani lo potrà fare su altri. È solo una questione di tempo e di bersagli.

SCHMITT E MONTESQUIEU: QUANDO I FRENI SALTANO, IL POTERE NON SI FERMA

Questo passaggio si capisce con due idee che oggi tornano come lame.

Carl Schmitt ci mette davanti allo stato d’eccezione: il momento in cui il sovrano decide fuori dalla regola, sospendendo la regola in nome della necessità.

Montesquieu ci ricorda invece la condizione minima della libertà politica: la democrazia esiste solo se il potere arresta il potere.

Minneapolis è precisamente questo: l’eccezione che si finge normalità. La forza che si presenta come tutela mentre esercita arbitrio. E quando l’arbitrio si installa, non si accontenta mai. Chiede protezione legale. Chiede ampliamento. Chiede impunità.

Le “città santuario” non sono una curiosità americana. Sono un laboratorio. Se “proteggere” significa sospendere diritti, allora la regola è già stata piegata. E quando la regola si piega, il potere prende gusto: capisce che può farlo ancora, e meglio.

L’ITALIA E IL REFERENDUM: IL COLPO NON È TECNICO, È STRUTTURALE

Ed eccoci a noi. Al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, spesso ridotta alla formula innocua della “separazione delle carriere”.

Io qui voglio essere chiaro: non è un ritocco tecnico. È un intervento sui pilastri. Quando tocchi l’architettura dei poteri, non stai spostando un mobile: stai cambiando il modo in cui una democrazia riesce a non diventare proprietà privata del governo di turno.

La riforma introduce una separazione di percorso tra magistratura requirente e giudicante e un riassetto dell’autogoverno, con organi distinti e nuovi meccanismi disciplinari. Tradotto: cambia il rapporto tra politica e giustizia. Cambia la resistenza del sistema alle pressioni. Cambia la possibilità che un pubblico ministero resti libero di guardare dove deve guardare.

E qui torna la lezione più dura: quando il pubblico ministero viene isolato e reso più esposto al clima politico del tempo, aumenta la probabilità, prima politica che giuridica, di una giustizia usata come leva.

Oggi ti accendo un processo.

Domani te lo spengo.

Oggi ti costruisco un nemico.

Domani proteggo un amico.

Non è modernizzazione. È governo del conflitto attraverso la giustizia.

LE FIRME: QUANDO IL POPOLO PARLA E IL PALAZZO FA FINTA DI NON SENTIRE

E poi c’è un fatto che per me pesa come un macigno, perché dice tutto del clima.

Mentre la consultazione viene fissata con una rapidità quasi ossessiva, la mobilitazione popolare che chiede di essere ascoltata viene trattata come rumore di fondo. Ma non lo è. È un fatto politico enorme.

La raccolta firme promossa dalla società civile ha superato la soglia richiesta, ed è andata ben oltre: in queste ore, secondo i promotori, si è superata anche quota 540.000 sottoscrizioni. Un segnale netto, un corpo vivo di cittadinanza che chiede tempo, informazione, dibattito. E che rifiuta la scorciatoia della velocità imposta dall’alto.

Eppure quelle firme sono state disattese, non considerate, tenute ai margini del racconto pubblico, quasi censurate nel loro significato reale. Come se la partecipazione fosse una formalità fastidiosa e non la sostanza stessa della Costituzione.

Questo è il nodo: quando un governo impone una data senza rispettare fino in fondo il percorso democratico e la pressione civile in campo, non sta “organizzando”. Sta scegliendo il terreno di gioco. Sta riducendo il tempo democratico, che è l’unico tempo in cui le persone possono capire, discutere e decidere.

Per questo, oggi, lo slittamento della consultazione non è affatto un’ipotesi campata in aria. La questione delle firme, dei ricorsi e della corretta scansione dei tempi costituzionali è un punto politico e giuridico aperto. La data del 22-23 marzo è stata fissata, ma la pressione civile e i percorsi di contestazione potrebbero far convergere il voto su un’altra finestra, magari agganciandolo ad altre consultazioni, nel momento in cui si riconosca una cosa semplice: non si può schiacciare tutto con la logica del “prima possibile” quando in gioco c’è l’equilibrio dei poteri.

Questa non è burocrazia. È democrazia. È il diritto dei cittadini a non essere spettatori.

IL FALSO GARANTISMO: LA PAROLA PIÙ USATA PER SMONTARE I DIRITTI

E qui arriviamo al punto più subdolo, quello che in Italia produce danni da decenni perché si traveste da virtù.

Il falso garantismo non nasce per proteggere l’imputato o rendere più giusto il processo. Nasce per ridurre la magistratura a una funzione gestibile, prevedibile, addomesticabile, soprattutto quando la politica teme di essere guardata troppo da vicino.

Funziona così:

I) si prende un problema reale (lentezza, arretrati, carichi enormi, disfunzioni)

II) lo si attribuisce a un bersaglio conveniente (l’autonomia della magistratura, la caricatura delle “toghe politicizzate”)

III) si propone come cura ciò che, in realtà, è un trasferimento di potere verso l’alto

Il trucco riesce perché sfrutta la fatica delle persone. E la fatica, quando è vera, può essere manipolata con facilità. Ma una cosa è riformare per migliorare. Un’altra cosa è riformare per controllare.

Quando la parola “garanzie” viene usata per ridurre i controlli sul potere, non stai difendendo i cittadini. Stai difendendo chi comanda. E quando questo diventa normalità, la democrazia non perde solo qualità: perde natura.

PERCHÉ OGGI È DIVERSO DAL 1988: TRE CHIODI NEL MURO DELLA STORIA

C’è chi dice: “se ne parlava anche negli anni Ottanta”. Sì. Ma il contesto è tutto, e chi finge di non capirlo sta facendo propaganda, non analisi.

I) 1988, codice Vassalli

Il modello accusatorio viene introdotto in una stagione che prova a razionalizzare e garantire. Ma quel contesto politico non aveva ancora normalizzato l’attacco sistematico ai contrappesi come metodo di governo.

II) Anni Novanta, Mani Pulite e guerra contro la magistratura

Da quel momento una parte del potere capisce che la vera posta in gioco non è “la giustizia efficiente”, ma la giustizia controllabile.

III) Ventennio berlusconiano, delegittimazione e difesa dei vertici

Leggi difensive, immunità, campagne contro i giudici: si consolida una grammatica politica che tratta la magistratura come ostacolo, non come garanzia.

Ecco perché l’Italia del 1988 non è l’Italia del 2026. Oggi cresce una cultura politica che considera i contrappesi un intralcio e la forza un’ideologia. E quando la forza diventa ideologia, la libertà diventa concessione.

CHIUDIAMOLA QUI, SENZA IPOCRISIE

Io non mi faccio illusioni: questa è una partita di potere. E come tutte le partite di potere, viene giocata sul linguaggio prima ancora che sulle norme.

Prima ti dicono che è “solo una riforma tecnica”.

Poi ti dicono che chi critica è “ideologico”.

Poi ti dicono che la magistratura deve “stare al suo posto”.

Infine, quando il potere non trova più limiti, scopri che il tuo posto è diventato più piccolo.

Ecco perché Minneapolis parla di noi. Perché ci sta mostrando la scena finale di un film che molti, qui, stanno già provando a girare con attori diversi e la stessa sceneggiatura: un potere che pretende di non essere controllato.

Io non voglio uno Stato in cui il diritto diventa un cappuccio.

Non voglio uno Stato in cui l’eccezione diventa metodo.

Non voglio uno Stato in cui la giustizia viene addomesticata “per efficienza”.

Non voglio una democrazia che sopravvive solo come parola, mentre nella sostanza si trasforma in obbedienza.

La democrazia non muore quando arrivano i mostri. Muore quando le persone smettono di chiamarli per nome. Muore quando ci convincono che “è normale”. Muore quando accettiamo l’idea che i diritti siano un lusso e i contrappesi un fastidio.

E se c’è una cosa che oggi dobbiamo rifiutare, con fermezza, è proprio questa: l’idea che la libertà sia compatibile con il buio.

FONTI ESSENZIALI (PER APPROFONDIRE)

I) Reuters, “Italy to hold referendum on judicial reform on March 22-23” (12 gennaio 2026)

II) Pagella Politica, approfondimento su possibili slittamenti della consultazione (gennaio 2026)

III) Il Post, analisi su raccolta firme, ricorsi e data del voto (15 gennaio 2026)

IV) RaiNews, aggiornamenti su firme e ricorsi legati alla consultazione (15 gennaio 2026)

V) Sky TG24, aggiornamenti su firme e confronto politico sulla riforma (15 gennaio 2026)

VI) il manifesto, ricostruzione del quadro politico e dei comitati in campo (gennaio 2026)

VII) Il Fatto Quotidiano, analisi su firme e tempistiche della consultazione (gennaio 2026)

VIII) Amnesty International, rapporti e denunce su trattamenti inumani nelle strutture di detenzione in Florida

Il rial che brucia e l’assedio che uccide

Iran, sanzioni e guerra ibrida: quando la “democrazia” diventa il pretesto del dominio

C’è una parola che l’Occidente usa come una chiave universale, buona per tutte le serrature: “regime”. La pronuncia, e la realtà diventa semplice. Diventa un film morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. E tutto ciò che accade dopo, ogni fame, ogni crisi, ogni piazza insanguinata, diventa automaticamente colpa di chi sta dentro quella parola.

Eppure l’Iran di oggi, se lo si guarda senza le lenti ideologiche prefabbricate, è qualcosa di più complesso e, soprattutto, più inquietante. Perché l’Iran non è soltanto un Paese con un potere interno duro, autoritario, teocratico, spesso repressivo. L’Iran è anche un Paese sottoposto da decenni a un assedio economico e finanziario che non è più “pressione diplomatica”: è una guerra. Una guerra che non si dichiara, non si vota nei parlamenti con la stessa gravità delle invasioni, non porta bare di soldati occidentali. Ma porta comunque vittime. Solo che le vittime sono quasi sempre dall’altra parte dello schermo.

Io non difendo la teocrazia iraniana, né la idealizzo. Ma non accetto la narrazione truccata che assolve a priori chi strangola un popolo e poi lo rimprovera perché, a un certo punto, quel popolo si ribella.

E per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna partire da lontano. Da un anno che, per l’Iran, non è solo storia. È memoria politica. È ferita nazionale. È la radice di una sfiducia che, da allora, non si è più spenta.

1953: il peccato originale dell’ordine occidentale in Iran

Nel 1951, Mohammad Mossadegh (Mossadeq) diventa primo ministro e compie un atto che, in un Paese sovrano, dovrebbe essere normale: decide di nazionalizzare il petrolio. Non per capriccio ideologico, ma perché l’Anglo-Iranian Oil Company era il simbolo di un rapporto coloniale mascherato da contratto. L’Iran, pur essendo il Paese produttore, non vedeva davvero i conti, non decideva, non comandava. In pratica: possedeva il sottosuolo, ma non possedeva la propria ricchezza.

Quel gesto, a Londra e Washington, non viene letto come un atto di sovranità economica, ma come una minaccia strategica. E la reazione è quella che l’Occidente “non ricorda mai” quando parla di democrazia: l’intervento.

Agosto 1953: Mossadegh viene rovesciato. Il golpe è finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, nell’ambito di quella che è passata alla storia come Operation Ajax. Non è un’opinione, è una pagina documentata. Perfino enciclopedie generaliste e fonti storiche mainstream lo riportano senza ambiguità: la democrazia iraniana viene spezzata e lo Shah torna al centro del potere.

Qui si forma la prima lezione, quella che molti analisti occidentali fingono di non capire: per l’Iran moderno, l’Occidente non è stato il garante della libertà. È stato il regista della rottura. La “democrazia” è stata sacrificata in nome del petrolio e della stabilità strategica. E quando una nazione vive un trauma così, non lo archivia. Lo incorpora.

Da quel momento, la monarchia si rafforza, le opposizioni vengono schiacciate, e la storia accelera verso il 1979: la rivoluzione islamica non nasce nel vuoto, nasce anche da questa frattura. Perché quando spegni con la forza una democrazia imperfetta, lasci campo a ciò che viene dopo. E spesso ciò che viene dopo è più duro, più radicale, più impermeabile.

Non è “colpa dell’Occidente” se l’Iran è diventato una teocrazia. Ma è un fatto che l’Occidente ha contribuito a creare il terreno che ha reso possibile l’esplosione.

E questo pesa ancora oggi, quando si pretende che Teheran “si fidi” di Washington e Bruxelles.

Dalla sovranità economica al sospetto permanente

Dopo il 1953, l’Iran impara un linguaggio geopolitico brutale: chi possiede la ricchezza può non possedere la libertà di gestirla. Il petrolio diventa una maledizione e una calamita. Attira alleanze, ma anche manovre. Attira modernizzazione, ma anche dipendenza.

Ecco perché, quando oggi si parla dell’Iran come se fosse “solo un problema interno”, si sta mentendo per omissione. L’Iran è un Paese che, nel secondo dopoguerra, è stato trattato come una pedina. E le pedine, quando provano a diventare giocatori, vengono riportate al loro posto.

Questa è la cornice storica senza la quale l’attualità non si capisce.

La moneta che muore, la vita che si restringe

Arriviamo all’oggi. O meglio: all’ultima fiammata di una crisi lunga.

Ci sono crisi economiche che nascono dal basso: corruzione, inefficienze, disuguaglianze, apparati di potere che drenano risorse. E l’Iran ne ha, eccome. Ma ci sono anche crisi che vengono alimentate, trasformate in detonatori. Perché il collasso economico è una leva politica perfetta: non ha il rumore delle bombe, ma produce panico, instabilità e impoverimento di massa.

Quando a fine dicembre 2025 il rial tocca livelli catastrofici, fino a oscillare attorno a 1,4 milioni per un dollaro sul mercato informale, quel numero non è una curiosità statistica. È un referto. È la fotografia di una società che vede evaporare risparmi, stipendi, futuro.

E quando il 28 dicembre 2025 le proteste ripartono dai commercianti e dai luoghi della vita reale, dai bazar, dai mercati, dalle serrande abbassate, il segnale è limpido: non è una scossa passeggera. È il punto in cui la gente non ce la fa più. Il Financial Times racconta la centralità simbolica del Grand Bazaar di Teheran e il passaggio dalla protesta economica al terremoto politico.

Da lì, la protesta dilaga. AP descrive una diffusione rapidissima, centinaia di località coinvolte, repressione, arresti e blackout comunicativi.

La domanda non è soltanto “perché protestano?”. La domanda è: perché protestano adesso, con questa intensità, dopo anni di sofferenza?

Perché l’economia è arrivata al limite. E quando una moneta muore, muore la normalità.

Le sanzioni come punizione collettiva travestita da virtù

La grande ipocrisia delle sanzioni è la loro presentazione morale. In Occidente vengono vendute come uno strumento “non violento”, chirurgico, elegante: colpi mirati contro i vertici del potere. Ma l’esperienza storica dice l’opposto.

Le sanzioni non colpiscono prima i potenti. Colpiscono prima la vita quotidiana. Colpiscono prezzi, salari, importazioni, filiere, cure, accesso alla normalità. Colpiscono la società civile molto più di quanto indeboliscano le élite, che spesso hanno vie di fuga, reti, canali, protezioni.

Il punto più crudele è che questo meccanismo è invisibile e quindi facilmente negabile: anche quando farmaci e beni umanitari sono formalmente esentati, nella pratica vengono bloccati da ciò che nessun comunicato può cancellare, la paura bancaria e finanziaria.

Human Rights Watch lo ha spiegato senza giri di parole: le sanzioni e soprattutto la minaccia delle “secondarie” generano un clima di terrore tra gli intermediari finanziari, così le transazioni lecite vengono congelate. E qui emergono casi che non sono dettagli: sono corpi, sono vite. Pazienti con epidermolisi bollosa che restano senza medicazioni essenziali. Bambini che soffrono perché ciò che sarebbe “esente” diventa “irraggiungibile”.

È la violenza moderna: non ti sparo addosso, ma ti rendo la salute una lotteria.

E quando qualcuno ripete “ma i medicinali sono esclusi dalle sanzioni”, sta dicendo una verità formale che, nella pratica, diventa una menzogna operativa.

Il JCPOA: la promessa tradita e il ritorno della gabbia

Chi parla dell’Iran senza citare il JCPOA racconta una storia tagliata a metà.

Nel 2015 viene firmato l’accordo sul nucleare, un patto imperfetto ma funzionale: limitazioni e controlli in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Poi arriva il 2018: gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo e ripristinano le sanzioni, inaugurando la stagione del “maximum pressure”. È un passaggio spartiacque che segna la politica iraniana interna e la percezione esterna: l’idea che ogni compromesso possa essere cancellato unilateralmente.

E quando un Paese riceve questo messaggio, la logica è semplice: se il patto vale finché conviene all’altra parte, allora il patto non è una garanzia, è una trappola.

Nel 2025, secondo analisi e ricostruzioni, la vicenda del JCPOA entra definitivamente nella sua fase terminale, con la reimposizione di sanzioni ONU tramite meccanismi di “snapback” e uno scenario di rottura sempre più completo.

E intanto la società paga.

La protesta e il sangue: quando la pressione diventa esplosione

Se strangoli un popolo abbastanza a lungo, quel popolo prima o poi scende in piazza. Non perché sia manovrato. Perché non respira.

Ma qui entra in gioco una verità che molti fingono di non conoscere: quando un Paese è strategico, ogni protesta diventa un terreno di guerra ibrida.

Questo non significa che le proteste siano finte. Sarebbe un insulto a chi rischia la vita. Significa che dentro il caos entrano sempre interessi, infiltrazioni, provocazioni, accelerazioni. Significa che il disordine viene usato. Che l’instabilità può diventare un obiettivo, non solo un effetto.

AP riporta un aumento drammatico del bilancio delle vittime secondo attivisti, con la protesta che si trasforma in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la Repubblica Islamica.

Non è necessario credere a ogni versione, né interna né esterna. Basta una constatazione: la catena causale è evidente.

I) strangolamento economico
II) collasso sociale
III) protesta
IV) repressione
V) sangue

E chi impone lo strangolamento non può fingersi estraneo al punto IV e V.

L’Iran come obiettivo strategico: nodo Russia-Cina e frattura del sistema mondiale

Chi riduce tutto al “programma nucleare” sta facendo finta di non capire. Il nucleare è una parte. Ma non è il cuore.

Il cuore è geopolitico. L’Iran è energia, corridoi, rotte, equilibrio regionale. È un alleato di un mondo che sta cercando di sfuggire alla disciplina occidentale: Cina e Russia, il multipolarismo, l’idea che esista un futuro fuori dal recinto del dollaro e delle sanzioni.

In questa cornice, le sanzioni non sono un messaggio etico. Sono un’arma di dominio. Uno strumento per rendere impraticabile l’autonomia. Una punizione esemplare rivolta anche agli altri: guardate cosa succede a chi prova a uscire dalla linea.

E infatti le pressioni non colpiscono solo Teheran, ma anche chi commercia con Teheran, in una logica extraterritoriale che ha sempre meno a che fare con la diplomazia e sempre più con il controllo delle catene globali.

Rising Lion e poi i bombardieri americani: quando l’assedio diventa anche profondità

Qui si arriva al punto che molti provano a minimizzare, perché rompe l’illusione dell’Occidente come “moderatore”.

Nel giugno 2025 lo scontro supera un confine. Prima gli attacchi israeliani, che aprono la fase militare dell’escalation. Poi il salto di livello: l’intervento diretto degli Stati Uniti.

Reuters racconta un’operazione militare statunitense che colpisce i principali siti nucleari iraniani, mentre altre fonti descrivono dettagli operativi e strategici dell’attacco. È in questo contesto che entra in gioco ciò che rende tutto più chiaro e più grave: l’uso dei bombardieri B-2 e delle bombe di profondità “bunker buster” GBU-57, strumenti progettati per colpire strutture fortificate sotterranee. Reuters parla di una missione impostata anche con inganno e decoy, mentre USNI News e altre ricostruzioni riportano la scala dell’impiego di questi ordigni.

Questo va detto senza ambiguità: non è stata “solo Israele”. A un certo punto sono entrati direttamente gli Stati Uniti, con il loro arsenale e la loro firma politica. Il che significa una sola cosa: la pressione economica non è separata dall’opzione militare. Fa parte dello stesso schema.

E in un Paese già strangolato finanziariamente, un attacco del genere non “corregge” nulla: radicalizza, irrigidisce, destabilizza. Trasforma l’economia in campo minato, la società in camera a pressione.

La salute come campo di battaglia: il corpo civile dentro la guerra economica

Quando un Paese viene colpito in questo modo, la guerra entra in ospedale. Non serve che sia dichiarata: basta che funzioni.

Human Rights Watch non parla di geopolitica astratta. Parla di effetti concreti: banche che non processano pagamenti per importare medicine e attrezzature, aziende che si ritirano per timore legale, forniture che spariscono. E nella loro analisi emerge un dettaglio rivelatore: l’“overcompliance” è un dispositivo di potere, perché crea un blocco sistemico anche dove le norme direbbero il contrario.

Questa è una forma di punizione collettiva legalizzata. E non serve essere “pro Iran” per chiamarla col suo nome.

Quante morti produce una sanzione?

È qui che il discorso diventa inevitabilmente morale.

Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health ha cercato di stimare l’impatto delle sanzioni sulla mortalità, con risultati che nel dibattito internazionale hanno fatto rumore: le sanzioni, nel lungo periodo, producono un peso enorme in termini di morti, e colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili.

Questi studi non servono per fare propaganda. Servono per togliere alle sanzioni la loro maschera “pulita”. Servono per ricordare che quando blocchi l’economia reale, non stai facendo filosofia politica: stai toccando la speranza di vita.

Palestina, Iran e doppio standard: la morale come arma, non come principio

A questo punto resta una domanda che non si può evitare, se si vuole essere onesti: perché lo stesso Occidente che si erge a giudice morale tollera, copre e legittima ciò che fa Israele ai palestinesi, mentre altrove predica diritto e libertà?

La risposta è amara ma lineare: la morale viene spesso usata come arma. Si accende quando serve, si spegne quando disturba. Non è incoerenza accidentale: è logica di potere.

In Iran, la democrazia viene invocata come pretesto per strangolare.
In Palestina, i diritti vengono sospesi perché l’alleato non si tocca.
Nel Sud del mondo, la sovranità diventa colpa quando non coincide con gli interessi occidentali.

Il vero doppio standard non è l’errore: è il sistema.

Chiusura: il rial che brucia non è la causa, è il sintomo

Il rial che brucia non è il centro della storia. È la spia rossa sul cruscotto di un assedio.

Un popolo può essere oppresso dal proprio potere interno e, nello stesso tempo, schiacciato da una violenza esterna che si presenta come “necessaria” e “responsabile”. E quando quel popolo scende in strada, spesso lo fa con la disperazione di chi non ha più margini. Ma la disperazione non nasce solo nei palazzi del regime. Nasce anche nei palazzi di chi, da decenni, ha scelto la guerra economica come forma moderna della conquista.

Io non assolvo la teocrazia. Ma non assolvo nemmeno chi ha trasformato le sanzioni in una pedagogia della fame e la geopolitica in una macchina di collasso sociale.

La guerra è già qui. Solo che oggi non avanza sempre con i carri armati. Avanza col tasso di cambio, coi circuiti bancari, con l’assedio finanziario, e quando serve con le bombe di profondità. E quando l’economia diventa un’arma, la democrazia diventa spesso soltanto una parola d’accompagnamento, utile a rendere accettabile ciò che, in altre epoche, avremmo chiamato con il suo nome: dominio.

Fonti (siti di riferimento)

I) Financial Times – proteste partite dal Grand Bazaar di Teheran e contesto economico-sociale
II) Associated Press (AP News) – cronologia e diffusione delle proteste dicembre 2025-gennaio 2026
III) TIME – quadro generale della crisi e incertezza sulla conta delle vittime
IV) Encyclopaedia Britannica – golpe del 1953 e rimozione di Mossadegh con supporto USA-UK
V) History.com – ricostruzione divulgativa del golpe del 1953 e ruolo statunitense
VI) Human Rights Watch (HRW) – impatto delle sanzioni sulla sanità e caso epidermolisi bollosa
VII) The Lancet Global Health – studio sugli effetti delle sanzioni sulla mortalità
VIII) CEPR (Center for Economic and Policy Research) – sintesi e discussione pubblica dei risultati del lavoro su mortalità e sanzioni
IX) Reuters – operazione militare USA contro siti nucleari iraniani e dettagli sull’azione
X) USNI News – uso di ordigni GBU-57 e quadro operativo dello strike USA
XI) Al Jazeera – sintesi tecnica sugli strike USA e tipologia di munizionamento impiegato

Dal diritto penale dell’insicurezza al progetto reazionario: perché la destra ha bisogno di paura e di magistrati più deboli

Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.

Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.

Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.

Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.

Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione

Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.

I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:

I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali

II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale

III) il pluralismo politico e sindacale

IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo

Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.

Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.

Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento

Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.

Lì dentro c’è già quasi tutto:

I) controllo dei media e concentrazione proprietaria

II) riduzione del ruolo dei sindacati

III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento

IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri

V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici

Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.

Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.

Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti

Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.

Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.

Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.

Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.

La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.

Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura

Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.

C’è un diritto penale del nemico:

I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà

II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)

III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico

E c’è un diritto penale dell’amico:

I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi

II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali

III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno

Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.

Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:

I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato

II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico

III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici

Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.

Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri

Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.

Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:

I) forze di polizia molto protette e poco controllate

II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace

Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.

Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.

È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.

Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione

Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.

Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.

Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.

Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.

Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale

Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.

Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.

Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.

Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi

Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.

A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.

La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:

Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.

Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda

Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?

Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?

Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.

Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.

Fonti essenziali (selezione)

I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.

II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.

IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.

VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.

I rivoluzionari a distanza e gli insultatori da tastieraQuando la politica diventa un riflesso e non più un pensiero

Ogni tanto mi prendo un momento per guardare cosa sta diventando la conversazione pubblica. Non per il gusto di lamentarmi, ma per capire dove si spezza il filo, e perché. In questi giorni mi sono rimaste addosso due scene che sembrano diverse, ma in realtà raccontano lo stesso tempo. Due post, due stili diversi, la stessa radiografia.

Il primo è di Gianni Cuperlo: un testo ironico e ragionato in cui racconta la vita di una pagina social, il miscuglio di consenso, critica legittima e astio che scivola nell’insulto. Il secondo è di Andrea Zhok: una riflessione tagliente su quelli che invocano rivoluzioni lontane con entusiasmo leggero, senza conoscere davvero contesti e conseguenze. In mezzo, come un filo nero che unisce tutto, c’è il nostro presente: una politica che sempre più spesso diventa un riflesso, non un pensiero.

Da una parte, un politico che prova a discutere con ironia e stile e si ritrova investito da commenti che non contestano un’idea: contestano una persona. “Pagliaccio”, “nullità”, “chi sei?”, “rosicante”. Dall’altra, la folla digitale che invoca “la rivoluzione” in Iran o altrove con una sicurezza morale che non si sporca mai le mani con la fatica di capire davvero cosa sta dicendo. Due scene, un solo problema: la politica trattata come tifo. E il tifo, per definizione, non vuole comprendere. Vuole vincere, umiliare, schiacciare, sentirsi dalla parte giusta.

L’insulto come scorciatoia

La prima cosa che mi colpisce, quando vedo certi commenti, è l’economia di pensiero che contengono. L’insulto non è un’argomentazione: è un modo rapido per evitare l’argomentazione.
È un interruttore che spegne la discussione prima ancora che cominci. Non mi interessa nemmeno chiedermi se chi insulta sia “cattivo” o “frustrato”: mi interessa il meccanismo. Perché quel meccanismo oggi è diventato la norma.

Sui social l’offesa è funzionale. È breve, tagliente, attiva reazioni, trascina altri a fare lo stesso. È perfetta per un ambiente che premia l’urto, non la complessità. E, soprattutto, è comoda: ti dà l’ebbrezza di un colpo andato a segno senza costringerti a confrontarti con il merito.

Cuperlo lo mostra con una chiarezza quasi didattica quando distingue fra chi critica nel merito e chi si limita a irridere e avvelenare. Qui bisogna essere netti: c’è la critica dura, anche severa, che può essere sgradevole ma resta sul piano politico. E poi c’è la derisione personale, lo sputo, l’irrisione. Con la prima puoi discutere. Con la seconda no.
Con la seconda puoi solo decidere se lasciare che quel fango si espanda o se proteggere lo spazio minimo in cui la parola ha ancora un valore.

E non è un tema di sensibilità. È un tema democratico. Perché quando il linguaggio si degrada, la politica si riduce a forza bruta: vince chi urla meglio, chi manipola di più, chi semplifica con più violenza. E a quel punto diventa secondario cosa pensi davvero: conta solo se riesci a imporre la tua emozione sull’altra.

La fede ideologica che si traveste da informazione

La seconda scena, quella descritta da Zhok, mi inquieta per un motivo diverso. Qui non c’è sempre aggressività. Spesso c’è persino un tono serio, “preoccupato”, moralmente ineccepibile. Eppure il risultato non cambia: si parla di un paese complesso come se fosse una fiaba con i buoni e i cattivi. Si invoca un rovesciamento, si sogna un’epopea, si immagina un popolo che “si libera” nel modo in cui ce lo raccontano i film.

Zhok fa un esempio che, da solo, basta a chiarire la trappola: l’Iran. La quantità di persone che, con toni pensosi o barricaderi, auspica un cambio di regime, una rivoluzione “giusta”, è impressionante. Poi però provi a chiedere cosa sappiano della Costituzione iraniana, dei dibattiti interni, delle fratture sociali e politiche, dei partiti e delle differenze reali. E trovi il vuoto. Non perché le persone siano stupide, ma perché sono state abituate a un’abitudine mentale: sostituire la conoscenza con la posizione morale.

È qui che nasce la tentazione più pericolosa: credere che bastino poche nozioni ripetute e qualche frammento emotivo per autorizzarsi a desiderare eventi drammatici per altri. La solidarietà verso chi soffre è una cosa seria. Ma la solidarietà non è una sceneggiatura. Non è tifo. Non è la ricerca di un “momento liberatorio” che ci faccia sentire parte del Bene. E soprattutto non può diventare una forma elegante di irresponsabilità: invocare rovesciamenti e sangue a migliaia di chilometri di distanza senza nemmeno sapere di cosa si parla.

E qui torna il filo nero con la prima scena: gli stessi meccanismi che producono i “leoni da tastiera” contro un politico producono anche i “rivoluzionari a distanza” contro un paese sconosciuto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è capire. È esprimere una fede ideologica e sentirsi nel giusto, costruendo un nemico e una storia semplice.

E infatti, mentre ci si entusiasma per rivoluzioni lontane, a casa propria la stessa energia evapora. Sulle cose vicine ci si rassegna: tasse che pesano sempre sugli stessi, sanità pubblica abbandonata alle privatizzazioni, servizi pubblici che si sfilacciano, salari che non tengono il passo, burocrazia infinita, diritti che arretrano, repressioni normalizzate, governi che si alternano tra la menzogna e la manipolazione e la vita reale che resta inchiodata. Lì, improvvisamente, si ripete la formula che giustifica ogni resa: “è complicato”.

Allora mi chiedo: non è che quella passione per l’epica lontana serva anche a non guardare la nostra impotenza quotidiana? Non è che la rivoluzione degli altri diventi un surrogato, un modo di sentirsi vivi e coerenti senza dover affrontare il problema più duro: cambiare davvero qualcosa qui?

L’algoritmo come regista di massa

In mezzo a tutto questo c’è un attore invisibile che fa da regista: l’ecosistema social. Non è neutro. Spinge verso le forme più rapide e più polarizzanti di comunicazione. Premia l’indignazione, la derisione, la semplificazione. Trasforma la discussione in una gara di riflessi. E in una gara di riflessi, la complessità è perdente.

Il risultato è un paradosso amaro: abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma fatichiamo a trasformarle in conoscenza. Abbiamo più possibilità di parlare, ma meno capacità di dialogare. Abbiamo più opinioni, ma meno argomenti. E più ci abituiamo a questo, più diventiamo manipolabili.

E qui il punto non è difendere qualcuno in quanto persona. Il punto è difendere la possibilità stessa di una politica adulta. Di uno spazio in cui ci si possa scontrare senza disumanizzarsi. In cui si possa criticare senza distruggere. In cui la parola non venga trattata come una pietra da lanciare e basta.

Che cosa fare, concretamente

Non credo alle formule miracolose, ma credo alle regole. Un luogo di discussione senza regole diventa sempre il dominio del più rumoroso. Per questo, chi gestisce uno spazio pubblico ha il diritto e il dovere di distinguere: tollerare la critica, respingere l’insulto. Non è censura: è igiene del confronto. È difesa del linguaggio come bene comune.

E poi c’è un lavoro che riguarda ciascuno di noi: reimparare la fatica del “non so”. Reimparare il gusto di leggere prima di giudicare. Reimparare a non desiderare per altri ciò che non avremmo il coraggio di desiderare per noi. Reimparare a non confondere un commento con un’azione politica.

Io, oggi, mi fido più di chi coltiva dubbi ragionati che di chi distribuisce certezze urlate. Mi fido più di chi prova a tenere il filo dell’ironia senza cadere nel disprezzo. Mi fido più di chi non scambia la propaganda per realtà, né la propria identità per una verità automatica.

Monito alla collettività

Il problema, però, è più grande di una pagina Facebook, più grande di un dibattito sull’Iran, più grande perfino dei social. Qui stiamo guardando un mutamento di clima, una mutazione culturale che rischia di diventare irreversibile: la rinuncia collettiva alla complessità come forma di libertà.

Perché la complessità non è un vezzo da intellettuali. È la materia stessa della democrazia. Una comunità democratica vive se sa distinguere, se sa pesare, se sa ascoltare e poi decidere. Quando smette di farlo, non diventa più diretta o più autentica. Diventa più manipolabile. Diventa più fragile. Diventa preda.

L’odio e l’epica sono due strumenti di governo. L’odio serve a creare bersagli, a incanalare frustrazioni, a farci litigare tra simili mentre il potere vero resta al riparo. L’epica serve a farci sognare altrove, a darci una dose quotidiana di indignazione o speranza teleguidata, così da non vedere la banalità feroce di ciò che accade sotto casa: lo smantellamento lento dei diritti, la normalizzazione della precarietà, la trasformazione della sanità e dell’istruzione in servizi a due, tre o più velocità, la criminalizzazione del dissenso, la riduzione della politica a marketing.

In questa atmosfera, l’insulto non è solo un gesto individuale: è un sintomo. È il segno di una società che sta perdendo il vocabolario per nominare la realtà e, non sapendo più nominarla, la prende a calci. È il segno di persone che confondono la forza con la brutalità, la sincerità con la volgarità, la libertà con l’impunità. E la rivoluzione invocata a distanza è l’altra faccia dello stesso cedimento: è la voglia di sentirsi protagonisti senza fare i conti con l’organizzazione, con la responsabilità, con la fatica di cambiare davvero.

Se non fermiamo questa deriva, succede una cosa precisa: ci abituiamo. Ci abituiamo a un linguaggio sempre più povero. Ci abituiamo a una politica sempre più isterica. Ci abituiamo al fatto che l’opinione valga quanto lo studio, che l’urlo valga quanto il ragionamento, che la battuta valga quanto la prova. Ci abituiamo perfino a perdere diritti, perché intanto siamo occupati a discutere del nulla, a inseguire il trend del giorno, a scegliere un nemico su cui scaricare la rabbia.

E quando una collettività si abitua, diventa governabile con pochissimo. Basta un’emergenza permanente, un nemico di turno, un racconto semplificato, una promessa facile. Basta tenere le persone in uno stato di eccitazione o di paura, alternando indignazione e distrazione come una terapia. È così che si spegne una democrazia senza bisogno di carri armati: le si toglie ossigeno, pezzo dopo pezzo, finché non resta che un guscio.

Ecco perché, per me, il punto non è soltanto educazione o buone maniere. Il punto è l’autodifesa civile. Difendere il linguaggio, la complessità, la fatica del confronto, non è moralismo: è resistenza. È il modo in cui una società evita di diventare un branco. È il modo in cui si impedisce al potere di usare le nostre emozioni contro di noi.

Se vogliamo davvero una politica diversa, dobbiamo cominciare da una scelta semplice e scomoda: smettere di vivere di riflessi. Smettere di fare i tifosi. Smettere di delegare la nostra coscienza a un feed. Tornare a studiare, a organizzarci, a discutere sul serio, a pretendere risultati, a costruire conflitti intelligenti, a fare comunità.

Io, a quella prigione, non voglio abituarmi. E credo che nessuno di noi dovrebbe farlo.

L’Italia al 49º posto nella classifica RSF 2025 sulla libertà di stampa

Questo titolo fa notizia, ma soprattutto mi fa male. Mi fa male perché somiglia a un paradosso: accendo la tv, scorro i giornali, sento qua e là domande anche dure, e per un attimo mi verrebbe da pensare “ma allora dov’è il problema?”. Il problema è che la libertà d’informazione non si misura dal volume della voce in un talk show, né dalla scena madre di una conferenza stampa. Si misura, molto più brutalmente, da quello che sta dietro: proprietà e concentrazioni, querele e costi legali, precarietà, intimidazioni, controllo politico del servizio pubblico, accesso alle fonti, sicurezza fisica, possibilità reale di fare inchieste senza pagare un prezzo personale e professionale.

E quel “dietro” oggi pesa abbastanza da farci scivolare dal 46º posto del 2024 al 49º nel 2025, con un punteggio complessivo di 68,01 su 100.
Non è solo una posizione. È un segnale. È l’immagine di un Paese che, mentre recita la parte della democrazia loquace, arretra sul terreno dove la democrazia si difende davvero: il diritto dei cittadini a sapere, verificare, comprendere.

E poi c’è un dettaglio simbolico che brucia: per varie ricostruzioni, l’Italia risulta dietro tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale nella classifica 2025. La nostra “casa democratica” di riferimento, e noi in coda.

Il punto non è “c’è chi fa domande incalzanti”

Io vedo l’obiezione ovunque: “Ma come? In tv li attaccano. In conferenza stampa fanno domande.” È un’illusione ottica. Un sistema può tollerare qualche picco di aggressività scenica e, allo stesso tempo, rendere quasi impossibile il giornalismo che conta: quello che scoperchia conflitti d’interesse, corruzione, collusioni, opacità, abusi, sprechi, ricatti. Quando quel giornalismo diventa costoso, rischioso, legalmente fragile, non serve la censura esplicita: basta la convenienza della paura. E la paura produce la forma più efficiente di silenziamento: l’autocensura.

RSF, nella scheda Paese sull’Italia, elenca pressioni ricorrenti che non sono fantasia: minacce di mafia e gruppi violenti, procedimenti intimidatori (SLAPP), e tentativi politici di ostacolare la copertura dei casi giudiziari con norme “bavaglio”.

Il governo Meloni e la conferenza stampa: la politica che pretende il megafono e odia lo specchio

Qui io non faccio finta di essere neutro. Sotto il governo Meloni questa tensione si è fatta sistema: più controllo sul servizio pubblico, più clima ostile verso le inchieste, più nervosismo verso chi insiste con domande scomode, più tentazione di trasformare l’informazione in una passerella per la narrazione di governo. È un metodo: non serve chiudere i giornali, basta svuotarli. Non serve vietare le domande, basta rendere la verità un mestiere pericoloso e la propaganda un lavoro tranquillo.

Prendo un episodio recente e concreto: la conferenza stampa di inizio anno. Lì si è vista la dinamica in piena luce. Da una parte una premier che governa anche con la comunicazione, dall’altra un sistema mediatico dove troppo spesso le affermazioni vengono rilanciate prima di essere verificate. Il punto non è “ha detto cose controverse”: il punto è l’ecosistema che consente che dichiarazioni discutibili diventino titoli, e i titoli diventino realtà percepita.

Sul contenuto, i fact-checker non parlano per suggestioni: Pagella Politica ha verificato numerose dichiarazioni della premier e ha evidenziato errori e imprecisioni.
E non è l’unica lettura critica: altre ricostruzioni hanno contestato dati e narrazioni proposte su lavoro, pensioni, immigrazione, descrivendo un impianto comunicativo costruito per far apparire carenze e scelte politiche come una collezione di successi.
In parallelo, chi segue da vicino il rapporto tra Meloni e la stampa sottolinea un clima di attrito e irritazione, con domande che restano senza risposta e un rapporto “aspro” con parte del giornalismo.

Quando io dico che certe “menzogne” vengono condivise, non sto facendo il processo alle intenzioni di ogni cronista, e soprattutto non mi interessa il pettegolezzo moralista sui singoli. Io sto denunciando una cosa più grave: un circuito in cui una quota dell’informazione si comporta come cassa di risonanza, non come controllo. Non serve immaginare valigette. Basta la carriera, la convenienza, la paura, la dipendenza economica, il desiderio di restare “dentro” al giro. Basta l’abitudine a confondere accesso con complicità.

Quattro pressioni che, sommate, fanno una gabbia

Pressioni politiche e presa sul servizio pubblico
La libertà d’informazione non è solo “assenza di divieti”. È indipendenza editoriale. Il nodo della RAI torna sempre perché è un nervo scoperto: governance, nomine, clima interno, messaggi che scendono lungo la catena. E questo tema, negli ultimi anni, è entrato anche nelle analisi internazionali come fattore di rischio, con preoccupazioni su interferenze e sul trattamento dei programmi d’inchiesta.
Quando il servizio pubblico viene percepito come terreno di conquista, ogni redazione capisce che l’aria può cambiare a seconda della stagione politica. E quando l’aria cambia, cambiano i coraggi.

Pressione legale: querele, diffamazione, SLAPP
In Italia la diffamazione resta un’arma che funziona anche solo come minaccia: tempi lunghi, costi, incertezza, stress. Freedom House ricorda che la diffamazione è ancora reato e che il contenzioso può produrre un effetto raggelante sul giornalismo.
E poi c’è la galassia delle SLAPP: cause strategiche per intimidire chi parla di interesse pubblico. RSF le segnala come pratica comune nel contesto italiano.
Il messaggio, spesso, è semplice: “Se scrivi, paghi.” Anche se poi vinci.

Norme “bavaglio” e informazione giudiziaria
La libertà di stampa vive di atti, verifiche, carte. Se riduci la pubblicabilità degli atti, tu non “proteggevi la presunzione d’innocenza”: tu riduci la capacità dei cittadini di capire cosa accade nei palazzi. La discussione sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari e sul rapporto tra garanzie e diritto di cronaca è stata esplicitamente inquadrata come “legge bavaglio” da pezzi importanti del mondo giornalistico e sindacale, con l’accusa di comprimere l’informazione.
RSF, già nelle sue valutazioni, richiama proprio questi tentativi di limitazione della copertura giudiziaria.

Sicurezza e intimidazioni: mafia, estremismi, violenza
Qui l’Italia ha una specificità tragica. RSF ricorda esplicitamente le minacce di mafia e di gruppi violenti.
E quando l’intimidazione diventa materiale, non è più teoria: l’attacco contro l’auto di Sigfrido Ranucci, volto di un raro spazio d’inchiesta in tv, è stato raccontato da fonti internazionali come un segnale pesantissimo sul clima che circonda il giornalismo investigativo.
Uno Stato serio, davanti a queste cose, non si limita alla solidarietà di rito: si chiede perché accade e cosa, nel clima pubblico e politico, sta legittimando l’odio verso chi racconta.

Il cuore economico: informazione povera, potere ricco

Qui io vado dritto: un giornalismo povero è un giornalismo addomesticabile. RSF, nel quadro 2025, insiste sul fatto che la fragilità economica è una minaccia centrale alla libertà di stampa.
Se non hai risorse, non fai inchieste lunghe. Se non fai inchieste lunghe, vivi di dichiarazioni. Se vivi di dichiarazioni, il potere diventa la tua fonte e il tuo padrone.

E quando la proprietà si concentra, il pluralismo rischia di diventare scenografia. Non serve che il proprietario telefoni al direttore. Spesso basta che tutti sappiano dove sta il perimetro invisibile del consentito.

La domanda vera: che cos’è, per me, “informazione libera” oggi

Se la riduciamo a “posso dire quello che penso su un social”, abbiamo già perso. Per me l’informazione libera è un’infrastruttura democratica: significa che qualcuno può verificare, documentare, contraddire il potere, e farlo con continuità. Non è un episodio, è un sistema.

E allora torno al punto che mi ossessiona: in Italia il rumore è fortissimo, ma la libertà concreta di fare giornalismo investigativo, di reggere una causa, di non essere isolati, di non vivere sotto minaccia, è un’altra cosa. È lì che misuro il 49º posto: non come una classifica, ma come la fotografia di un paese dove il controllo sul potere è sempre più faticoso, e la narrazione del potere sempre più comoda.

Cosa pretendo, senza retorica, da uno Stato che si dice democratico

Io pretendo manutenzione democratica, non prediche.

Voglio regole e anticorpi contro le querele temerarie e un quadro che riduca davvero l’effetto intimidatorio della diffamazione.
Voglio un servizio pubblico blindato dall’occupazione politica, non “riformato” per diventare più obbediente.
Voglio un bilanciamento serio tra garanzie e diritto di cronaca, senza trasformare le carte in territorio vietato.
Voglio che la sicurezza dei giornalisti sia trattata come sicurezza democratica, non come “rischio del mestiere”.

E voglio, soprattutto, che si smetta di chiamare “libertà” il teatro mediatico. La libertà non è la conferenza stampa con qualche domanda dura, se poi le risposte possono essere costruite su dati sbagliati o parziali e diventare comunque racconto dominante perché troppi le rilanciano senza verifica.

il termometro non è la febbre, ma io non ho più voglia di ignorare l’allarme

Il 49º posto non è una sentenza definitiva sull’Italia. È un allarme. E mi ricorda una cosa semplice: la libertà di stampa non muore solo quando “chiudono un giornale”. Muore quando diventa sconveniente dire la verità. Quando il costo di una notizia supera il suo valore pubblico. Quando la paura entra nelle routine. Quando l’informazione, invece di controllare il potere, lo accompagna.

Per questo io non mi accontento di guardare lo spettacolo. Io guardo la struttura: chi nomina, chi compra, chi querela, chi minaccia, chi controlla il servizio pubblico, chi rende precario chi dovrebbe essere libero. È lì che si decide quanto siamo davvero liberi.

Fonti principali
RSF World Press Freedom Index 2025 (pagina Index e scheda Italia)
RaiNews e ANSA sul ranking 2025 e sul punteggio 68,01
Pagella Politica, fact-checking conferenza stampa di inizio anno (9 gennaio 2026)
Fanpage, analisi critica su dati e narrazione in conferenza stampa
Reuters Institute, analisi su rischi e interferenze sul sistema mediatico italiano
Le Monde su pressioni su media e controllo RAI
AP e The Guardian su attentato all’auto di Ranucci

Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine. 

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

Seconda fase: si costruisce una storia che trasformi la vittima in colpevole e l’agente in inevitabile strumento del destino. Una parola-bulldozer (“minaccia”) e il cervello collettivo dovrebbe smettere di pensare.

Terza fase: si blindano prove, tempi, competenze, perimetri. Non è un dettaglio tecnico: è politica applicata. Perché quando un potere è davvero sicuro della propria versione, non teme un’indagine trasparente e indipendente. Se invece controlla, filtra, rallenta, seleziona, sta dicendo chiaramente qual è la priorità: non la giustizia, ma la protezione dell’apparato. 

E la società, intanto, viene addestrata. Non a capire: ad accettare.

La polizia come continuazione della guerra

Quello che accade a Minneapolis non nasce nel vuoto. Da decenni l’Occidente si muove dentro una mutazione profonda: la guerra viene raccontata come “operazione di polizia” e la polizia viene organizzata, mentalmente e materialmente, come un esercito.

Dopo la guerra del Golfo del 1991, una parte della dottrina politica e mediatica ha normalizzato un paradigma: il nemico non è più un soggetto politico con cui si ammette, almeno formalmente, un conflitto; è un criminale da neutralizzare. Quando il conflitto viene riscritto come questione penale, la politica diventa procura e la sicurezza diventa un lasciapassare per l’eccezione permanente. Questo schema non resta “fuori”, nelle guerre: rientra a casa e colonizza le nostre strade. 

Ecco perché l’uccisione di Renee Good brucia come un segnale: non è soltanto un abuso. È l’ombra lunga di un modello, dove l’avversario sociale è trattato come bersaglio e il dissenso viene degradato a pericolosità.

Italia: quando lo Stato prepara lo scudo per i propri cani da guardia

Chi pensa che “da noi” sia un altro pianeta si illude. In Italia abbiamo memoria diretta di cosa significa trasformare la protesta in ordine pubblico e l’ordine pubblico in zona di sospensione dei diritti: Genova 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto. La storia ha già mostrato cosa succede quando l’apparato si sente autorizzato e quando, dopo, le istituzioni tentano di minimizzare, coprire, spostare colpe.

Oggi questa torsione torna in forme nuove: militarizzazione dello spazio pubblico, “zone rosse”, dispositivi sempre più pesanti nelle piazze, criminalizzazione di pratiche di conflitto sociale, fino al punto decisivo: l’idea che le forze dell’ordine debbano essere protette “a prescindere”, messe al riparo, scudate.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza del 2025 (poi convertito in legge) ha rafforzato misure di sostegno e tutela legale per appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate indagati o imputati per fatti di servizio, includendo meccanismi di copertura/anticipazione delle spese legali e altre tutele. È un passaggio politico delicatissimo, perché sposta l’asse: da “accertare i fatti” a “proteggere l’apparato”. 

Attenzione: nessuno nega che un operatore possa aver diritto a difesa. Il punto è un altro, ed è enorme: quando la difesa diventa scudo preventivo, quando la politica costruisce una cintura di protezione prima ancora della verità, allora il messaggio agli agenti peggiori è chiarissimo: “Se succede qualcosa, non sei solo. Ti copriamo noi”. Ed è così che l’impunità si trasforma da eccezione vergognosa a incentivo strutturale.

Il filo nero che unisce Minneapolis e Palestina

Minneapolis non è Gaza. Sarebbe folle e disonesto sovrapporle. Ma c’è un meccanismo comune, ed è quello che conta: la disumanizzazione che rende la violenza praticabile e l’impunità che rende la violenza ripetibile.

A Gaza, Amnesty International ha dichiarato (dicembre 2024) di aver trovato basi sufficienti per concludere che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi. 

Sul piano giuridico internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia ha indicato misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele, richiamando obblighi di prevenzione e protezione e intervenendo anche sulla situazione di Rafah con ulteriori misure nel maggio 2024. 

In Cisgiordania, intanto, il tema dell’impunità dei coloni e delle violenze contro comunità palestinesi è documentato con continuità dagli aggiornamenti ONU e da organizzazioni per i diritti umani: aggressioni, sfollamenti, attacchi alle proprietà, restrizioni e protezione di fatto per chi aggredisce. 

Che cosa c’entra con Renee Good? C’entra perché l’impunità non è solo “mancanza di condanna”: è una cultura di potere. È l’idea che alcune vite valgano meno e che alcuni corpi siano amministrabili. Quando questo accade, la legge smette di essere limite e diventa copertura. E la copertura diventa un invito: si può fare ancora.

Il baratro morale: l’applauso al boia

Poi c’è l’altra metà dell’orrore: la folla che applaude. La gente che, davanti a un video, non prova nemmeno il disagio elementare del “fermiamoci, capiamo, chiediamo giustizia”, ma parte col tifo. È il punto più basso: la trasformazione dell’empatia in debolezza, della giustizia in “buonismo”, della vita in dettaglio trascurabile.

E qui bisogna essere netti, senza recite:

Una democrazia non è compatibile con l’impunità armata.

Uno Stato di diritto non può tollerare esecuzioni senza processo.

Un governo che copre a prescindere i propri apparati sta scavando sotto la propria legittimità.

Cosa pretendere, adesso, senza sconti

Trasparenza totale e immediata: video integrali, audio, catena di comando, regole d’ingaggio, comunicazioni operative.

Indagine indipendente e pienamente verificabile, con accesso alle prove anche per le autorità locali/statali.

Sospensione operativa degli agenti coinvolti fino all’accertamento dei fatti.

Stop all’uso propagandistico di etichette come “terrorismo” per costruire colpe preventive e spegnere il giudizio critico. 

In Italia: nessuna norma che diventi paracadute preventivo per abusi. Le tutele non possono trasformarsi in impunità. Se lo Stato prepara lo scudo, qualcun altro preparerà il manganello e, prima o poi, il grilletto.

Fonti principali

Caso Renee Nicole Good (Minneapolis, gennaio 2026)

Reuters, ricostruzione del caso e scontro istituzionale su indagine, prove e narrazione ufficiale.  The Guardian, dettagli sui filmati e sul dibattito pubblico.  Associated Press, ricostruzioni e reazioni.  ABC News, approfondimenti e dichiarazioni. 

Polizia come guerra e criminalizzazione del conflitto

“La continuazione della guerra”, Vincenzo Scalia, Parole Libere (2026). 

Italia: sicurezza e tutele per forze dell’ordine

Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (Gazzetta Ufficiale).  Legge di conversione 9 giugno 2025, n. 80 (Gazzetta Ufficiale). 

Palestina: genocidio, diritto internazionale, impunità e violenza dei coloni

Amnesty International, comunicato e rapporto (5 dicembre 2024).  ICJ / ONU-UNISPAL, misure provvisorie (26 gennaio 2024) e materiali collegati; Reuters sull’ordine del 24 maggio 2024.  ONU OCHA, aggiornamenti su Cisgiordania: violenza dei coloni, sfollamenti, restrizioni. 

Note sitografiche (video e immagini)

Video e frame dell’operazione a Minneapolis pubblicati/analizzati da testate internazionali (consultabili nelle ricostruzioni di Guardian e AP).  Fotogrammi e immagini riprese dai servizi Reuters/ABC News collegati al caso (utili come riscontro visivo delle sequenze e della gestione delle prove). 

L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri

C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.

La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.

Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan

Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.

La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.

Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.

Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività

Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.

I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.

In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.

Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro

Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.

L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.

Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.

E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.

Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici

Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.

Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.

Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani

Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.

Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.

Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.

Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio

Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.

A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.

Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.

Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili

Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.

Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.

Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.

Il punto politico: non è solo economia, è un metodo

Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.

E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.

Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.

Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.

Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.

A un soffio da mezzanotteIl capitalismo a mano armata, la psicopolitica del consenso e la maschera volgare del potere

C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.

Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.

Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.

E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.

Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.

E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.

L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.

Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo

“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.

L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.

C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.

Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.

Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura

È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.

Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.

Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.

Il profitto come guerra permanente

Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.

La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.

Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.

Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.

Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.

Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando

C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.

Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.

Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale

Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.

Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.

E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.

Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere

E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.

La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.

Le basi, il mare, il cappio

C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.

E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.

Quando la mezzanotte non è un simbolo

Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.

Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.

Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.

Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).

Bavaglio ai medici, bavaglio alla verità

Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà

C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.

Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.

37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura

Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.

Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.

Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.

Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.

MSF nel mirino: la delegittimazione come arma

In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.

Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.

E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.

Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.

L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile

Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.

E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.

Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo

Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.

Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.

E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?

Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire

C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.

Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.

Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier

Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.

Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.

Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere

Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.

La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:

Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.

Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.

Fonti e siti di riferimento

Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d

Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801

The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering

Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html

RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html

AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/

La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/

La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.