Quando la politica torna comunità: l’esperienza di NOVA 26 e la forza della partecipazione reale.

Non sempre la politica riesce ancora a sorprendere positivamente. Negli ultimi anni, anzi, molti cittadini si sono progressivamente allontanati dalla partecipazione pubblica, convinti che tutto sia già deciso altrove, dentro meccanismi chiusi e autoreferenziali. È anche per questo che l’esperienza vissuta ieri a Udine, durante “NOVA · Parola all’Italia”, l’iniziativa promossa dal Movimento 5 Stelle, mi ha colpito profondamente in senso positivo.

Ero lì per portare anche il mio contributo e avanzare una proposta legata a un tema che considero centrale per il futuro sociale del Paese: la non autosufficienza, il lavoro di cura e l’invecchiamento della popolazione, con tutte le conseguenze economiche, familiari e umane che questa trasformazione demografica sta già producendo. Un tema troppo spesso relegato ai margini del dibattito politico, nonostante riguardi milioni di famiglie italiane.

Ma ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato soltanto il contenuto dei tavoli. È stato il metodo.

Non parlo soltanto dell’organizzazione, che è stata seria ed efficace, né della presenza di centinaia di persone provenienti da esperienze diverse. Quello che mi ha colpito davvero è stato il metodo utilizzato. Un metodo che, almeno per una giornata, ha restituito alla parola “partecipazione” un significato concreto.

L’iniziativa si basava sull’Open Space Technology, un modello partecipativo ideato per costruire discussioni dal basso, senza temi imposti preventivamente dai vertici politici. Nessuna scaletta blindata. Nessuna relazione introduttiva destinata a orientare il pensiero dei partecipanti. Soltanto una domanda generale sul futuro del Paese e la possibilità, per chiunque, di proporre temi e tavoli di discussione.

Ed è proprio qui che, secondo me, emerge la forza di questa esperienza.

La giornata si è aperta con una prima plenaria nella quale sono stati proposti e selezionati i primi cinque argomenti di discussione. Successivamente i partecipanti si sono distribuiti nei vari tavoli, confrontandosi liberamente. Poi una seconda plenaria, con lo stesso meccanismo: nuove proposte, nuovi tavoli, nuove discussioni.

Tutto avveniva senza rigidità, senza gerarchie evidenti, senza quella sensazione spesso soffocante che caratterizza molte assemblee politiche tradizionali, dove il cittadino finisce relegato al ruolo di spettatore.

E invece qui accadeva il contrario: le persone diventavano protagoniste.

Uno degli aspetti più interessanti è stato proprio il coinvolgimento di cittadini non iscritti al Movimento 5 Stelle. Anzi, da quello che ho potuto vedere e comprendere, oltre la metà dei partecipanti proveniva dall’esterno. Questo dato, da solo, racconta molto più di tanti discorsi sulla crisi della partecipazione politica.

Perché significa che esiste ancora un bisogno reale di confronto collettivo. Ma significa anche che le persone partecipano quando percepiscono autenticità, apertura e libertà.

Personalmente ero accompagnato dal mio amico Cristiano, al quale avevo chiesto la cortesia di portarmi all’evento, essendo io non vedente. Conoscevo bene la sua posizione verso la politica: distante, disillusa, quasi infastidita da questo tipo di iniziative. Era lì più per amicizia che per interesse reale. All’inizio osservava tutto con grande diffidenza, sentendosi completamente fuori contesto.

Eppure, lentamente, qualcosa è cambiato.

Tra una discussione e l’altra, tra i tavoli e gli interventi spontanei, ha iniziato a lasciarsi coinvolgere. Non perché qualcuno cercasse di convincerlo ideologicamente, ma perché si è sentito libero di parlare e ascoltare senza pressioni, senza appartenenze obbligatorie, senza dover dimostrare nulla.

È stato durante la pausa pranzo che ho percepito chiaramente questa trasformazione. Ragionando insieme sull’esperienza vissuta fino a quel momento, si era ormai aperto al confronto. Discutevamo rapidamente di problemi concreti, di ingiustizie fiscali, di persone schiacciate dai debiti e da un sistema che spesso non distingue tra evasori professionisti e piccoli imprenditori travolti dalle difficoltà.

Ma nel suo caso non si trattava di un ragionamento teorico. Lui quella situazione l’aveva vissuta direttamente sulla propria pelle.

Dopo il fallimento della sua azienda aveva conosciuto il peso devastante dell’indebitamento, della pressione fiscale, dell’isolamento sociale che spesso accompagna chi crolla economicamente in questo Paese. Durante il tavolo che poi avrebbe proposto lui stesso, ha raccontato apertamente anche il momento più drammatico della sua esperienza personale: aver persino pensato al suicidio.

Un passaggio umano molto forte, che però non ha trasformato il confronto in uno sfogo sterile o individuale. Al contrario, proprio partendo dalla sua esperienza diretta, il tavolo ha iniziato a ragionare su proposte concrete.

Tra queste, ad esempio, la necessità di modificare la Legge 3 sul sovraindebitamento, la cosiddetta “legge antisuicidi”, che secondo la sua esperienza reale non funziona come dovrebbe e spesso non riesce a dare risposte efficaci a chi precipita in condizioni economiche insostenibili.

La discussione si è poi allargata ad altri aspetti del rapporto tra fisco, dignità sociale e tutela delle persone travolte dal fallimento economico. E ciò che mi ha colpito maggiormente è stato vedere una persona inizialmente ostile alla politica diventare protagonista di un’elaborazione collettiva seria, concreta e perfino competente.

È stata forse la dimostrazione più forte del fatto che il metodo funziona davvero.

Perché molte persone credono di “non avere nulla da dire” soltanto perché nessuno ha mai creato uno spazio autentico in cui potessero esprimersi senza sentirsi giudicate o inferiori. In contesti come questo, invece, anche chi normalmente resta ai margini finisce per tirare fuori esperienze, idee e riflessioni che possono diventare patrimonio collettivo.

Dopo pranzo si è aperta la terza plenaria della giornata, con altri cinque argomenti proposti dai partecipanti. Alla fine il percorso ha generato quindici grandi aree tematiche di confronto, nate direttamente dalle persone presenti.

Ma forse l’aspetto più interessante è ciò che avverrà dopo.

Questa esperienza, infatti, non si conclude con la giornata del 16 e 17 maggio. Le proposte emerse dai 102 tavoli organizzati a livello nazionale verranno raccolte, confrontate e sintetizzate in successivi appuntamenti previsti entro la fine di giugno. Le idee simili saranno accorpate, i contenuti approfonditi, i punti programmatici arricchiti attraverso ulteriori momenti partecipativi.

Ed è qui che il metodo mostra tutta la sua ambizione: non limitarsi all’evento simbolico, ma tentare davvero di costruire una piattaforma politica collettiva partendo dai contributi emersi dal basso.

Naturalmente questo processo non è semplice. Richiede tempo, capacità organizzativa, strumenti adeguati e soprattutto una cultura politica non proprietaria.

Perché la partecipazione reale non può essere soltanto uno slogan da campagna elettorale. Deve essere una pratica concreta. E per praticarla serve una classe dirigente capace di accettare che le idee possano nascere anche fuori dai gruppi dirigenti, fuori dalle segreterie, fuori dai meccanismi tradizionali del potere politico.

Da questo punto di vista il Movimento 5 Stelle dimostra certamente una maggiore apertura rispetto ad altre realtà politiche italiane. Non so quanti partiti sarebbero realmente disponibili a mettere da parte il controllo preventivo dei contenuti per lasciare spazio a un confronto così libero.

Negli stessi giorni anche l’esperienza promossa da Decidiamo.com, legata ad Alleanza Verdi Sinistra, ha rappresentato un tentativo interessante di partecipazione dal basso, costruita attraverso il software “Decidim”, nato originariamente nell’esperienza municipale di Barcellona durante l’amministrazione di Ada Colau.

Si tratta di uno strumento utile e innovativo, soprattutto per la costruzione partecipata di programmi e bilanci territoriali. Tuttavia, a mio avviso, mostra anche alcuni limiti rispetto all’esperienza di NOVA.

Nel modello di Decidiamo.com, infatti, i temi principali sono già definiti in partenza. Esistono sedici aree tematiche prestabilite e il confronto avviene all’interno di quei contenitori già scelti. È certamente una forma di partecipazione, ma resta comunque orientata da una struttura iniziale che delimita il campo della discussione.

L’esperienza di NOVA, invece, mi è sembrata più radicale e più libera. I temi emergono direttamente dalle persone presenti. Non esiste una gerarchia preventiva degli argomenti. E questo cambia completamente il clima dell’assemblea, perché restituisce ai partecipanti la sensazione reale di poter incidere.

Credo che questa scelta non sia casuale, ma appartenga in qualche modo al DNA originario del Movimento 5 Stelle: l’idea che la partecipazione diretta dei cittadini non debba essere soltanto una formula retorica, ma una pratica concreta e persino disordinata, aperta anche a chi non possiede linguaggi politici raffinati o grande esperienza pubblica.

Anzi, forse è proprio lì che emerge il meglio.

Perché spesso le persone che “non sanno parlare di politica” sono quelle che portano i problemi più veri, le esperienze più autentiche, le domande più concrete.

E ieri, almeno per una giornata, tutto questo è emerso con una forza che sinceramente non vedevo da molto tempo.

La democrazia vive soltanto quando le persone sentono di poter incidere davvero. Quando i cittadini smettono di essere pubblico e tornano a essere comunità.

Per una giornata, ieri, a Udine, questa sensazione si è respirata davvero.

Un pensiero riguardo “Quando la politica torna comunità: l’esperienza di NOVA 26 e la forza della partecipazione reale.

  1. Onorato di averLa conosciuto durante NOVA Udine. Ha riassunto perfettamente l’atmosfera che si è respirato durante l’evento, per l’intera giornata. Sono uno degli organizzatori e quanto scritto da Lei mi riempie il cuore. Grazie per avere condiviso il Suo prezioso tempo con un centinaio di persone perfettamente sconosciute tra loro.

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