Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© 2026 Mario Sommella  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  |

Le ali di vetro dell’oligarchia

Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica.

Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.

Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.

Il club degli undici, e tutti gli altri

I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks. A questo nucleo Anthropic ha esteso l’accesso a oltre quaranta organizzazioni aggiuntive — i cui nomi, significativamente, non sono pubblici — che gestiscono o costruiscono software ritenuto critico. Il programma vale fino a cento milioni di dollari in crediti d’uso del modello, più quattro milioni di dollari in donazioni dirette ad alcune fondazioni della sicurezza open source. Il prezzo di accesso a Mythos, per chi è dentro, è cinque volte quello del precedente modello di punta della stessa Anthropic.

Nessuna università europea, nessun centro di ricerca pubblico del continente, nessuna agenzia statale italiana o francese, nessuna organizzazione della società civile compare nell’elenco. L’unica eccezione istituzionale extra-statunitense ufficialmente nota è l’AI Security Institute britannico, che ha ottenuto l’accesso a fini di valutazione tecnica e ne ha tratto un rapporto dichiarando Mythos il primo modello capace di completare end-to-end l’intero ciclo di un attacco simulato sui banchi di prova dell’istituto. Per il resto, l’Europa è fuori. Non come ipotesi politica: come dato di fatto operativo.

Vale la pena sostare un istante sulla composizione del nucleo dei partner ufficiali, perché racconta più di mille comunicati. Quattro degli undici sono anche, contemporaneamente, investitori azionari della stessa Anthropic: Amazon ha versato circa otto miliardi di dollari, Google tre, NVIDIA fino a dieci, Microsoft figura nella rete dei grandi finanziatori dell’ecosistema. JPMorgan e Goldman Sachs gestiscono le operazioni finanziarie che permettono ad Anthropic di sostenere un’infrastruttura di calcolo da 3,5 gigawatt — quanto una grande centrale termoelettrica — e un fatturato annualizzato che ha superato i trenta miliardi di dollari. Il consorzio Glasswing non è, dunque, una selezione casuale di operatori della cybersicurezza: è una fotografia ravvicinata della cerchia interna dell’industria americana dell’intelligenza artificiale, dove finanziatori, fornitori di calcolo e clienti di punta coincidono nelle stesse stanze. Il sociologo statunitense Michael Useem coniò negli anni Ottanta l’espressione «cerchia interna» per descrivere quei nuclei trasversali del potere economico in cui le decisioni rilevanti circolano fra pochi attori legati da partecipazioni incrociate, consigli di amministrazione condivisi e accesso preferenziale alle informazioni. Glasswing è la versione del XXI secolo di quella stessa figura, applicata al codice.

Il paradosso del Tesoro: lo Stato in coda allo sportello privato

Quattro giorni prima dell’annuncio di Anthropic, il 7 aprile, accade qualcosa che meriterebbe più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, convocano d’urgenza al Tesoro i vertici delle principali banche di Wall Street: Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America, Wells Fargo, Goldman Sachs. Sul tavolo, la richiesta esplicita di sottoporre i propri sistemi al vaglio di Mythos. Bloomberg e Reuters confermano che, nelle settimane successive, tutte queste banche cominciano a testare il modello internamente, pur senza figurare nella lista pubblica dei partner. Il Tesoro, secondo le stesse fonti, chiede a sua volta accesso allo strumento. Lo Stato, regolatore in linea di principio, si mette in coda allo sportello dell’azienda regolata.

Qui si compie un’inversione che, in altre fasi storiche, sarebbe parsa impensabile. Per secoli il potere si è organizzato secondo una sequenza nota: dal sovrano al popolo passando per la legge. Nel Novecento, lo Stato democratico ha tentato — non sempre riuscendoci — di farsi mediatore fra mercato e cittadinanza. Oggi assistiamo alla nascita di una terza figura, in cui l’autorità tecnica e infrastrutturale si concentra in mani private a tal punto che lo Stato deve chiedere il permesso di usare ciò che, in teoria, dovrebbe disciplinare. Non è una metafora retorica: è la cronaca di una settimana di aprile 2026. Il Pentagono, nel frattempo, è impegnato in un contenzioso legale con la stessa Anthropic per una designazione legata ai rischi della catena di approvvigionamento; ma mentre il dipartimento della Difesa porta in tribunale l’azienda, il Tesoro spinge le banche a usarne i prodotti. Lo Stato è schizofrenico perché ha smesso di essere un soggetto unitario nei confronti della tecnologia: si presenta in ordine sparso, e ogni sua articolazione tratta i colossi dell’IA come se fossero, di volta in volta, una minaccia alla sicurezza nazionale o un partner indispensabile.

Il sociologo britannico Michael Mann, in un saggio del 1984 ormai classico, distingueva fra il potere dispotico dello Stato — la sua capacità di imporre decisioni con la forza — e il potere infrastrutturale, ben più importante: la capacità di penetrare la società, di leggerla, di fargli arrivare in capillare la propria logica. È quel secondo tipo di potere ad aver migrato, negli ultimi vent’anni, dagli apparati pubblici verso una manciata di operatori privati: i grandi fornitori di cloud, i produttori di chip, i custodi dei sistemi operativi. Un modello di IA come Mythos non è un prodotto in più sul mercato: è un dispositivo che permette di vedere dentro a quell’infrastruttura, leggerne il codice, correggerne le falle e — speculare — sfruttarle. Chi controlla questa lente acquisisce una posizione che nessuna autorità pubblica, oggi, è in grado di replicare. Quando un’azienda decide a chi consegnarla, non sta facendo commercio: sta governando.

Vantaggio cumulativo: il fossato si scava

Nessuno degli undici partner ufficiali del Glasswing era, prima del 7 aprile, in condizione di svantaggio competitivo. Si tratta di alcune delle aziende più capitalizzate, meglio attrezzate e più protette del mondo. L’accesso anticipato a Mythos non riequilibra una distorsione: la amplifica. Mentre il consorzio scansiona, in via riservata, miliardi di righe di codice nei propri sistemi e — Anthropic stessa lo dichiara — ne ricava già migliaia di vulnerabilità zero-day che potrà patchare prima che chiunque altro le scopra, le banche regionali statunitensi, le fintech europee, gli ospedali italiani, le amministrazioni locali, le piccole imprese di cybersicurezza restano senza quella stessa lente. Continuano a difendersi con strumenti di un’epoca tecnologica precedente, contro avversari che — appena Mythos o un suo equivalente arriverà sul mercato grigio o in mani ostili — non avranno più gli stessi limiti.

L’asimmetria non è solo strumentale, è epistemica. Una volta che la sicurezza di un’organizzazione dipende da un modello che essa non può replicare, ispezionare o sostituire, la dipendenza diventa strutturale. Si genera quel che gli economisti istituzionali chiamano lock-in: la difficoltà di tornare indietro. E un lock-in di questa natura non è solo economico: è cognitivo. Le organizzazioni interne al consorzio sapranno, nei prossimi mesi, cose del proprio stack che le organizzazioni escluse non sapranno mai. Quando arriverà — e arriverà — il momento di regolamentare questi colossi, la classe politica si troverà di fronte un’alternativa drammatica: o costruire una capacità statale equivalente (cosa che nessuna democrazia ha mai tentato per ragioni di costo, di scala e di tempo) oppure accettare un’asimmetria permanente fra capacità privata e controllo pubblico. Tertium non datur, almeno con questa traiettoria.

C’è un dettaglio che non va sottovalutato e che la stessa Anthropic ha disclosato già nel novembre 2025: un gruppo di hacker statali cinesi era riuscito a usare versioni pubbliche di Claude per condurre, in modo quasi totalmente autonomo, attacchi cyber su una trentina di obiettivi, raggiungendo un livello di esecuzione tattica autonoma stimato fra l’80 e il 90 per cento. Era avvenuto con un modello generalista. Mythos è massicciamente più capace. Bloomberg ha riferito, già a metà aprile, che alcuni accessi non autorizzati al modello sarebbero stati registrati. Significa, tradotto: la cinta del consorzio è permeabile. La privatizzazione della cybersicurezza globale non è soltanto antidemocratica nei suoi presupposti; è anche, sul piano pragmatico, una scommessa fragile, sostenuta da una architettura di accesso che già perde acqua. La vera domanda non è più se Mythos uscirà dalle mura del castello, ma quando, e in quali mani.

Lavoro qualificato: dalla professione al click

Si discute molto, da qualche anno, dell’impatto dell’IA sui lavori «di concetto», quelli che si pensava al riparo dall’automazione. Mythos racconta plasticamente come la trasformazione si stia compiendo: un singolo modello esegue, in poche ore di calcolo, ciò per cui un team di analisti di sicurezza altamente qualificati avrebbe lavorato per settimane. Penetration test, code review, valutazioni di vulnerabilità: tutte mansioni che richiedevano anni di formazione tecnica vengono, di colpo, compresse in un prompt. Non si tratta solo di posti di lavoro perduti, ma di qualcosa di più sottile e più grave: la dequalificazione. Dove il lavoro non scompare del tutto, si svuota. Da analista si diventa supervisore di un sistema che fa quasi tutto da solo; da architetto della sicurezza ci si ritrova validatori di output altrui.

Le grandi aziende del consorzio Glasswing dispongono di strategie interne di riconversione, di formazione, di mobilità professionale: i loro tecnici verranno spostati, riallocati, riformati. Saranno le piccole società di cybersicurezza, i consulenti indipendenti, le squadre interne degli enti pubblici sotto-finanziati a pagare il prezzo dell’onda d’urto, quando — fra dodici, diciotto, ventiquattro mesi — capacità simili a Mythos saranno disponibili sul mercato di massa. Il consorzio è il primo gruppo a essere automatizzato; sarà anche l’unico ad avere reti di protezione interne. Tutti gli altri saranno automatizzati senza paracadute. È, su scala globale, una nuova edizione di un copione già visto: le élite anticipano la trasformazione e ne governano i tempi; il resto del mondo del lavoro la subisce, decimato.

Sul piano politico, la conseguenza è prevedibile e devastante. Una recente ricerca comparata mostra come la disponibilità dei cittadini ad accettare l’automazione dipenda fortemente dalla qualità del welfare nazionale: dove esistono ammortizzatori solidi, la transizione genera richieste di redistribuzione e rinegoziazione. Dove non esistono, la transizione genera disaffezione democratica e, alla lunga, voto reazionario. L’Italia, con un mercato del lavoro frammentato e privo di reti di protezione strutturali per i lavoratori della conoscenza, è terreno particolarmente esposto. Non è un problema astratto: è un problema che inciderà direttamente sulla tenuta del consenso democratico negli anni del passaggio. E che il governo Meloni, occupato a smantellare ciò che resta del welfare e a normare per decreto la dissidenza sociale, non sembra in alcun modo attrezzato a leggere.

L’Europa, terra di riserva tecnologica

Nell’elenco delle organizzazioni che possono usare Mythos non figura nemmeno una banca italiana, un ospedale tedesco, un fornitore di cloud francese, un’agenzia della cybersicurezza spagnola. L’unica presenza europea istituzionalmente nota è britannica — un Paese, peraltro, ormai uscito dall’Unione e allineato strategicamente agli Stati Uniti nel dossier IA. La cosa va detta con una franchezza che la pubblicistica europea, troppo spesso, evita: l’Europa, sul terreno dell’intelligenza artificiale di frontiera, non è un competitor, è una colonia. Un mercato di destinazione. Una giurisdizione su cui si scaricano, alla fine, gli effetti di scelte prese altrove e da altri.

L’AI Act europeo, varato dopo lunghe trattative, regolamenta l’uso dei sistemi di IA all’interno del territorio dell’Unione; non incide però sul cuore della questione, che è la disponibilità asimmetrica delle capacità di frontiera. Si può obbligare un fornitore a fornire trasparenza sui sistemi che vende in Europa. Non lo si può obbligare a fornire l’accesso ai sistemi che ha scelto di non vendere a nessuno. Le banche europee scopriranno, nei prossimi mesi, di trovarsi nella stessa condizione delle banche regionali americane di quarta o quinta fila: con sistemi più datati di JPMorgan, codice ereditato, software di backend stratificato per decenni; e senza la lente di Mythos per scrutarvi dentro. L’onda d’urto, se e quando arriverà, le troverà strutturalmente meno difese.

Si dirà: l’Europa ha ancora tempo per costruire un’alternativa, un consorzio pubblico, un modello di frontiera europeo. Sarebbe la risposta giusta, ma il tempo gioca contro: i quattordici miliardi di dollari di calcolo annunciati da Anthropic per i prossimi anni, i contratti con Broadcom e Google per 3,5 gigawatt di capacità computazionale, la partnership con Amazon per data center di nuova generazione, sono dimensioni che nessun progetto europeo finora intrapreso si avvicina a eguagliare. La sovranità digitale, parola d’ordine retorica di tante dichiarazioni di intenti del Consiglio europeo, andava finanziata cinque anni fa. Oggi si discute di come negoziare l’accesso, non di come costruire il proprio.

La scatola nera della governance

Frank Pasquale, giurista statunitense di tendenze critiche, ha scritto nel 2015 un libro destinato a diventare un classico del pensiero anti-tecnocratico: The Black Box Society. La tesi è semplice e oggi più attuale che mai: nei sistemi contemporanei, le decisioni che plasmano la vita delle persone sono affidate ad algoritmi e a procedure aziendali opachi, non sottoposti a verifica pubblica, non contestabili in alcuna sede democratica. Glasswing è una scatola nera esemplare. Non esistono criteri pubblicati di selezione dei partner. Non esiste un meccanismo di ricorso per gli esclusi. Non esiste un’autorità terza che validi l’elenco. Non esiste neppure un dibattito pubblico, né statunitense né europeo, sul fatto stesso che un’azienda privata abbia, di fatto, deciso quali soggetti dell’economia mondiale abbiano accesso anticipato a una capacità tecnica di rilievo strategico.

Si potrebbero immaginare correttivi praticabili anche dentro i quadri normativi esistenti. Tre, in particolare. Il primo: la pubblicazione ex ante dei criteri di selezione, in modo che la discrezionalità — e il sospetto, non infondato, di favoritismo verso aziende-amiche e investitori — sia ridotta. Il secondo: un regime di accesso a livelli, che conceda agli operatori di infrastrutture critiche regolate (ospedali, reti elettriche, sistemi di pagamento, telecomunicazioni) un accesso difensivo, a tempo determinato e sotto vigilanza, alle stesse capacità del consorzio. Il terzo: l’obbligo di pubblicazione a valle delle scoperte rilevanti, in modo che le vulnerabilità individuate diventino patrimonio comune della difesa, e non rendita competitiva del club. Sono misure ragionevoli, compatibili con la libertà d’impresa, già accettate in altri settori a doppio uso. La loro assenza non è una necessità tecnica: è una scelta politica, o piuttosto la conseguenza di una non-scelta, perché nessuna istituzione democratica è stata mai chiamata a deciderle. Il vuoto regolativo è la cifra del nostro tempo.

La domanda che resta

Dietro la cronaca, c’è una questione di teoria politica che vorrei lasciare aperta. Per la cultura giuridica liberale, che ha plasmato l’architettura costituzionale dei Paesi democratici nel dopoguerra, la sovranità è funzione del territorio: lo Stato controlla ciò che entra ed esce dai propri confini, governa le risorse strategiche, fissa le regole. Per la cultura tecnologica contemporanea, la sovranità è funzione del codice: chi scrive il software, chi gestisce l’infrastruttura di calcolo, chi possiede i modelli di intelligenza artificiale di frontiera detiene una capacità che attraversa i confini come fossero linee tratteggiate sulla carta. Le due sovranità, oggi, non coincidono. E non coincidono perché una delle due — quella tecnologica — è massicciamente concentrata in poche mani private, prevalentemente americane, all’incrocio fra capitalismo finanziario, complesso militar-industriale e accademia élitaria della West Coast.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è semplicemente una tecnologia: è una forma di potere. E come ogni forma di potere chiede di essere disciplinata politicamente. Le domande non sono molte ma sono ineludibili. Chi decide chi può usare questi strumenti? Con quali criteri? Sotto quale controllo democratico? Dove va la responsabilità quando qualcosa va storto? A chi spetta la rendita generata dall’accesso esclusivo a una capacità che è, di fatto, un bene pubblico globale? Finché queste domande resteranno senza risposta, ogni nuova edizione del Glasswing — perché ce ne saranno altre, e con poste in gioco crescenti — segnerà un altro passo nello stesso processo: il trasferimento silenzioso di porzioni sempre più ampie di sovranità dal pubblico al privato, dalla cittadinanza all’azionariato, dalla legge al contratto.

La vera sfida del prossimo decennio non sarà tecnica: sarà costituzionale. Si tratterà di stabilire se le democrazie sapranno riportare sotto controllo collettivo le capacità che oggi sono governate da una manciata di consigli di amministrazione di San Francisco e Seattle. Si tratterà di decidere se l’intelligenza artificiale sarà, nei prossimi quarant’anni, il nuovo nome di un’oligarchia tecnologico-finanziaria globale, oppure uno strumento collettivo di liberazione del lavoro umano e di rafforzamento dei diritti. La traiettoria attuale autorizza il pessimismo. Ma il pessimismo, per chi crede che la sovranità appartenga al popolo e non ai detentori di azioni privilegiate, non può che essere militante. Significa nominare le cose con esattezza, denunciare i passaggi, costruire convergenze. Significa rifiutare la favola della «trasparenza dell’ala di vetro» e ricordare, ogni volta che è necessario, che la trasparenza autentica non è quella concessa dal potere a se stesso, ma quella che la cittadinanza riesce a imporre a chi la governa.

Mythos, allora, non è un episodio. È un sintomo. E i sintomi, se li si ignora, fanno la malattia.

Mario Sommella — blogger e attivista politico

Fonti

[1] Anthropic, «Project Glasswing: Securing critical software for the AI era», anthropic.com, 7 aprile 2026.

[2] Anthropic Frontier Red Team, «Claude Mythos Preview», red.anthropic.com, 7 aprile 2026.

[3] AI Security Institute (UK), «Our evaluation of Claude Mythos Preview’s cyber capabilities», aisi.gov.uk, aprile 2026.

[4] Bloomberg, «Wall Street Banks Test Anthropic’s Mythos Model as Treasury Pushes Adoption», aprile 2026.

[5] Reuters, «Banks in Asia brace for complex cyber threats from frontier AI», 2026.

[6] VentureBeat, «Anthropic says its most powerful AI cyber model is too dangerous to release publicly», aprile 2026.

[7] B. Schneier, «On Anthropic’s Mythos Preview and Project Glasswing», schneier.com, aprile 2026.

[8] Centre for Emerging Technology and Security (Alan Turing Institute), «Claude Mythos: What Does Anthropic’s New Model Mean for the Future of Cybersecurity?», cetas.turing.ac.uk, aprile 2026.

[9] Il Sole 24 Ore, «Anthropic dà vita al Project Glasswing», ilsole24ore.com, aprile 2026.

[10] AI4Business, «Mythos di Anthropic: il rischio sistemico dell’AI nei sistemi bancari», aprile 2026.

[11] M. Mann, «The Autonomous Power of the State», European Journal of Sociology, 1984.

[12] M. Useem, The Inner Circle, Oxford University Press, 1984.

[13] M. Granovetter, «Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness», American Journal of Sociology, 1985.

[14] F. Pasquale, The Black Box Society, Harvard University Press, 2015.

[15] L. Winner, «Do Artifacts Have Politics?», Daedalus, 1980.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  •  Pag. di

La truffa del salario giusto

Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di « salario giusto », è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli. Conviene osservarla con calma, perché è in questi passaggi — quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario — che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene. Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100 per cento per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES. È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato nelle gambe dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più. I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato. La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a « ringraziare gli italiani ». Era difficile trovare formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, « occupazionale ». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa. Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che « il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa ». Sufficiente. In ogni caso. Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali — è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento — che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero — la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza. Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari — un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata. Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento. Migliaia di lavoratori — secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi — hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni « comparativamente più rappresentative ». Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il « salario giusto » diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali. Si trasforma cioè un parametro contrattuale — meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 — in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire il giusto, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di anticostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del « mosaico di misure da comporre uniti ». Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa. Il presidente della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: « il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini ». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti — dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 — si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento. Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA — l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, del resto già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023. Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana. Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale. Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al trenta per cento dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo. E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione. Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5 per cento del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15 per cento alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7 per cento nel febbraio 2025, è risalita al 10 per cento nel marzo successivo. A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab — che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro — fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1 per cento sul livello di partenza del gennaio 2021. La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021. L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate. Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto. Il Censis ha calcolato che oltre l’ottanta per cento dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni — un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il « miracolo » occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia. Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana — il working poor, il lavoratore povero — non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 — con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale — e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale. Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al sei per cento spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il dodici per cento. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021. Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali — CISL FP fra le altre — che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di « autorità salariale ». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 — risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del « salario giusto » alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte. Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il « contratto pirata » mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di « salario giusto ». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato. Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro — in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi — più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041. È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di « difesa del lavoro » e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68. Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena del montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile. La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio. Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro — un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tratti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione. Oltre il trentasette per cento delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato. Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali. Non un ritocco — neppure simbolico — del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il « badge di cantiere », la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni. Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e — soprattutto — costruite intorno alla logica del « datore virtuoso » premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale. Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo « gli interventi sulla sicurezza sul lavoro ». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore — l’aumento dell’occupazione — più che al numeratore. È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 — l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro — non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora. È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano « per i lavoratori », è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni — bassi salari e morti sul lavoro — non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite. Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività. L’articolo 36 della Costituzione — quello sulla retribuzione « sufficiente » — non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno « alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana », con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica. Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto « tasso di inflazione programmato ». Da quell’accordo in avanti — sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione — i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo. La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3 per cento medio annuo, contro l’1,2 per cento europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati — che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 — chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale. L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero. Anziché trasporre la direttiva con coraggio — riconoscendo che il modello del « salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente » è clinicamente morto — il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura. Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e — quando la sicurezza viene meno — uccisi. Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul « salario giusto » è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni — qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava « scala mobile » e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano. Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di « esistenza libera e dignitosa » diventa una crudeltà semantica. La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL — oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano — e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore. La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva. Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia. L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia. Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe. È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro? Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente? Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere — non chiedere — un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura. Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo. Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno — perché continueranno — a invocare l’articolo 36 come parametro vivo. E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il « salario giusto » dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia. La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

« Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere »

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