Toghe come plotoni d’esecuzione e 14 minuti di menzogne: il vero piano reazionario contro la magistratura

Le parole della capo di gabinetto di Nordio, il caso delle mancate scuse e il video-propaganda di Meloni: un’analisi punto per punto delle falsità enunciate in campagna referendaria. In gioco non è la riforma della giustizia, ma lo smantellamento di uno dei tre pilastri della democrazia italiana.

I. «Plotoni d’esecuzione»: quando il potere si toglie la maschera
Ci sono momenti in cui la propaganda smette di fingere e la realtà si mostra nella sua brutalità. Il 7 marzo 2026, in un dibattito televisivo su Telecolor Sicilia, Giusy Bartolozzi — capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio — ha pronunciato una frase destinata a restare: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Non una boutade, come ha tentato di correggere dopo qualche secondo di imbarazzo. Un programma.
Bartolozzi, va ricordato, è essa stessa magistrata. Ha indossato la toga nei tribunali di Gela e Palermo, alla Corte d’appello di Roma. Sa benissimo cosa fa una procura, cosa fanno i giudici che firmano le sentenze. Eppure usa il lessico della guerra, della fucilazione sommaria, per descrivere il potere giudiziario che intende, insieme ai suoi, definitivamente subordinare all’esecutivo. È significativo, inoltre, che prima di pronunciare la parola «plotoni» abbia iniziato a dire «pi-lo-ta…» — l’attacco sillabico di «pilotata» — per poi interrompersi e correggere la rotta. Una scivolata rivelatrice: il pensiero era già strutturato, e l’immagine del plotone non è uscita per caso ma come sostituto di un’altra accusa, forse ancora più esplicita, che stava per formarsi.
Quelle parole non sono un episodio isolato. Sono la sintesi di un pensiero diffuso in ambienti politici ben precisi: l’idea che la magistratura indipendente sia, in sé, un ostacolo da abbattere. Non da riformare nel merito, non da migliorare, non da rendere più efficiente. Da «togliere di mezzo».

II. Le mancate scuse e l’inadeguatezza conclamata
Il presidente del Consiglio Meloni ha chiesto una rettifica; Nordio ha dichiarato «spiace». Ma la sostanza politica di quella frase non è stata smentita da alcun atto concreto. Anzi: le scuse, annunciate come inevitabili dallo stesso ministro guardasigilli, non sono mai arrivate.
La «zarina» di via Arenula — com’è chiamata Bartolozzi negli ambienti del ministero — si è limitata a precisare di aver già «chiarito» nel corso del dibattito che la riforma è «in favore della magistratura per recuperare la credibilità». Una difesa paradossale: chi ha appena descritto i magistrati come un plotone d’esecuzione pretende di presentarsi come loro protettrice. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Bartolozzi è indagata per false informazioni ai pm nell’ambito del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra che il governo italiano ha espulso invece di arrestare. Una capo di gabinetto sotto indagine per i rapporti con la magistratura che si occupa di un caso politicamente esplosivo dovrebbe, in qualsiasi democrazia matura, astenersi dal commentare le istituzioni giudiziarie — figuriamoci invocare la loro liquidazione.
Le opposizioni hanno invocato in massa le dimissioni, compreso Carlo Calenda, leader di Azione e sostenitore del Sì: «Non esiste che il capo di gabinetto del ministro della Giustizia dica queste enormità». Nordio, invece, l’ha blindata: «Non deve dimettersi», ha detto a Torino, aggiungendo che Bartolozzi «ha chiarito il suo punto di vista». Il riferimento alle scuse, già annunciate dallo stesso ministro, è sparito senza spiegazione.
Anche Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Meloni, ha preso le distanze definendo l’uscita «una frase infelice», aggiungendo subito: «Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma». Una mossa comunicativa classica: ammettere l’infelicità della forma per salvare la sostanza.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha rotto il suo riserbo, pur mantenendo la consueta compostezza istituzionale: i toni, ha scritto nella sua nota, sono «oramai giunti a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni». La giunta del sindacato delle toghe ha richiamato l’intervento di Sergio Mattarella al CSM, in cui il capo dello Stato aveva invitato le istituzioni al rispetto reciproco: «Un appello che era, e ancora di più è oggi, assolutamente opportuno».
C’è però qualcosa di più profondo in questa vicenda, che va oltre il caso politico del momento. Bartolozzi è una magistrata che occupa il vertice amministrativo del ministero della Giustizia. Conosce il sistema dall’interno. Sa cosa significa indipendenza della toga, cosa comporta l’autonomia del PM nella conduzione di un’indagine. Eppure ha scelto di usare la retorica del plotone d’esecuzione. Non si tratta di scivolata linguistica: si tratta di visione del mondo. Ed è esattamente questa visione — l’idea che il potere giudiziario indipendente sia un nemico da neutralizzare — a rendere Bartolozzi strutturalmente inadeguata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia di una democrazia costituzionale.
Le sue dimissioni non sarebbero solo auspicabili: sarebbero un atto di rispetto verso le istituzioni che la riforma dichiara di voler tutelare. Il fatto che non arrivino — e che il governo non le chieda — dice molto sul progetto reale che questa riforma persegue.

III. Il video da 13 minuti: un’arringa costruita sull’inganno
A due settimane dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video di oltre tredici minuti in cui spiega — a modo suo — i contenuti della riforma Nordio e invita gli italiani a votare Sì. Il tono è quello della leader che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi intermedi; il registro è quello della comunicatrice consumata che sa come costruire una narrazione emotivamente efficace.
Il problema è che ogni pilastro argomentativo del video poggia su affermazioni false, distorte o gravemente incomplete. Non si tratta di opinioni in contrasto: si tratta di dati verificabili, smentiti da fonti istituzionali, rapporti internazionali, statistiche ufficiali.
La menzogna sulla responsabilità dei magistrati
Meloni afferma: «Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla».
I dati della Sezione disciplinare del CSM nella consiliatura in corso (febbraio 2023 – dicembre 2025) raccontano esattamente il contrario. Su 199 sentenze emesse, 82 — il 41% — sono di condanna. Tra queste: 46 censure, 17 perdite di anzianità, 9 sospensioni, 8 rimozioni dall’ordine giudiziario. L’ammonimento, la sanzione meno grave, è stato comminato solo due volte.
Sul piano comparato, l’Italia risulta più severa della media europea: nel 2022, secondo il Consiglio d’Europa, è stato punito lo 0,4% dei magistrati italiani, contro lo 0,09% francese e lo 0,19% olandese. Il ministro Nordio stesso ha esercitato i suoi poteri disciplinari raramente: in media 28 azioni l’anno, meno della metà delle 52 della Procura generale della Cassazione. Ha impugnato le decisioni del CSM appena sei volte nell’intera consiliatura. Lo ha fatto notare perfino Fabio Pinelli, vicepresidente del CSM eletto in quota Lega, definendo «destituite di fondamento» le accuse rivolte all’organo di autogoverno.
La menzogna sul sorteggio e sull’indipendenza politica
Meloni presenta il sorteggio come la soluzione alla commistione tra magistratura e politica. L’omissione fondamentale è che il sorteggio non sarà uguale per tutti. I membri «laici» dei due futuri CSM verranno estratti a sorte nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Mentre i magistrati perderanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti, il Parlamento — e quindi il governo — conserverà di fatto la possibilità di selezionare la rosa di «sorteggiabili». Con maggioranza semplice, il governo potrà accaparrarsi tutti i posti laici.
Il risultato è esattamente opposto alla promessa: non meno politica nei CSM, ma più politica. E meglio distribuita — dal governo — sotto l’apparenza neutra del sorteggio.
La menzogna sull’Alta Corte disciplinare
Stesso meccanismo si applica all’Alta Corte disciplinare, presentata come organo imparziale. Su 15 componenti totali, 6 saranno di nomina politica parlamentare, più 3 di nomina presidenziale. La struttura in primo e secondo grado non impedisce che, in un singolo collegio, i giudici di nomina politica costituiscano la maggioranza. Soprattutto: contro le sentenze dell’Alta Corte non è più ammesso ricorso in Cassazione. La politica non solo giudica, ma giudica in via definitiva, senza ulteriori gradi di verifica esterna.
La menzogna sull’inefficienza della giustizia
Meloni sostiene che i ritardi siano colpa dei magistrati. Il rapporto 2024 del Consiglio d’Europa smentisce: in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. I pubblici ministeri sono 3,7 ogni centomila abitanti, a fronte della stessa media europea. Eppure questi magistrati sottodimensionati lavorano il doppio: ogni giudice civile italiano gestisce 176 fascicoli l’anno contro gli 88 europei; ogni PM 1.230 contro 204. Il problema è strutturale. La separazione delle carriere non assumerà né un PM né un giudice in più.
La menzogna sul consenso dei magistrati
La premier afferma che «moltissimi magistrati» sostengano la riforma. I dati: i magistrati in servizio che hanno sottoscritto l’appello a favore sono 34 su 9.657. All’ultima assemblea generale dell’ANM, il documento per il No è stato approvato con sei voti contrari e un’astensione su 1.296 partecipanti.
La menzogna sulla fiducia dei cittadini
Meloni afferma che la riforma restituirà credibilità alla magistratura. Un sondaggio Ixé di febbraio 2026 mostra che la fiducia nei magistrati è quattro volte quella dei partiti: 51% verso i giudici — in crescita di sei punti rispetto al 2025 —, contro il 12% per i politici.
La menzogna sulla separazione delle carriere come garanzia
«Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito»: è la promessa centrale della riforma. I dati comparati la smentiscono. In Italia, tra il 2018 e il 2024, sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni l’anno su 49.037 arresti: l’1,15%. In Francia il dato è tra il 3,5% e il 4%. Gli errori giudiziari veri e propri — condanne annullate in sede di revisione — sono in Italia 0,12 per milione di abitanti, contro 0,31 nel Regno Unito e 0,44 negli Stati Uniti, entrambi sistemi con netta separazione tra accusa e giudice.

IV. Il CSM non è un ufficio di collocamento: ciò che Meloni non dice
Uno degli equivoci più gravi del video presidenziale riguarda il ruolo del CSM, sistematicamente ridotto a «organo che decide nomine e promozioni». Il CSM è molto altro. È l’organo che garantisce l’autonomia della magistratura dalle ingerenze del potere esecutivo: tutela i magistrati «nel mirino» della politica con le pratiche a tutela, vigila sulle scelte dei dirigenti degli uffici, esprime pareri sui disegni di legge in materia di giustizia, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo sottrae illegittimamente a un PM un fascicolo sensibile.
In questi anni, i consiglieri togati del CSM — inclusi quelli di orientamento conservatore — hanno più volte bloccato tentativi del governo di usare strumentalmente lo strumento disciplinare contro magistrati sgraditi. Consiglieri sorteggiati per caso, privi di mandato politico proprio, avrebbero la stessa forza di resistenza?

V. Il quadro complessivo: non una riforma, un piano di sottomissione
Bartolozzi ha detto la verità nel modo sbagliato. E la verità è questa: il progetto non è riformare la giustizia per renderla più efficiente, più equa, più vicina ai cittadini. Se lo fosse, si investirebbe in organico, in infrastrutture digitali, in strutture per smaltire l’arretrato. Invece si mette mano alla Costituzione per spostare i rapporti di forza tra i poteri dello Stato: meno autonomia alla magistratura, più controllo all’esecutivo.
La separazione delle carriere è la bandiera simbolica, ma il cuore della riforma è il sorteggio pilotato del CSM e dell’Alta Corte: il meccanismo attraverso cui il governo finisce col controllare chi giudica i magistrati e come vengono gestite le loro carriere. Non più le correnti interne, con tutti i loro limiti: la politica, con la sua capacità di premiare e punire.
Ma c’è un livello ancora più profondo da comprendere. Le parole di Bartolozzi — scioccanti, certo; infelici, sicuramente — non sono un incidente. Sono lo specchio fedele di un sentimento reale che percorre una parte significativa del ceto politico italiano e, per osmosi, anche di un segmento della cittadinanza: l’idea che la magistratura sia un corpo ostile, un’entità politicizzata che va disarmata. È questa la vera posta in gioco del referendum: non riformare, ma normalizzare quella visione. Renderla accettabile. Trasformarla in legge costituzionale.
L’indipendenza della magistratura è uno dei tre poteri fondamentali su cui si regge ogni democrazia moderna, secondo la tripartizione enunciata da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. È imperfetta, come ogni istituzione umana. Va criticata, migliorata, riformata dove necessario. Ma va difesa nella sua sostanza e nella sua autonomia, perché senza un potere giudiziario realmente indipendente non esiste equilibrio tra i poteri dello Stato e ogni abuso dell’esecutivo diventa strutturalmente impunito.
Chi il 22 e 23 marzo andrà a votare ha davanti una scelta che riguarda il tipo di Paese che vuole abitare. Non si tratta di essere «pro-magistratura» o «anti-magistratura». Si tratta di decidere se la toga debba essere indipendente dal potere politico o no. E di capire che chi usa la parola «plotoni d’esecuzione» per descrivere i giudici — senza mai scusarsi, coperta dal proprio ministro, blindata dal governo — non ha in mente alcuna riforma: ha in mente la resa dei conti.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.

L’OMBRA DI THIEL SU ROMA

Il miliardario dell’apocalisse, Palantir e la nuova strategia della tensione.

UN CENACOLO SEGRETO NELLA CAPITALE

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies — la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo — arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?” Una domanda legittima, a cui — come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio — non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

CHI È PETER THIEL: L’IDEOLOGO OSCURO DELLA TECNO-DESTRA

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto nell’Africa del Sud durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti — e meno conosciuti dal grande pubblico — del pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” — disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano — espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt — il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista — e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale.” — Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti», Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo — qualcosa come il sistema ECHELON — come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

PALANTIR: IL GRANDE OCCHIO CHE NON DORME

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 — un anno prima che Thiel investisse in Facebook — nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence.” Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica. In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la sorveglianza predittiva. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome.

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni — “sta cercando nuovi accordi?” — non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

EPSTEIN, LE SOCIETÀ SEGRETE E IL “DIALOG”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures — co-fondato da Thiel — ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era — come ha scritto il manifesto — un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale — Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog — o qualcosa di molto simile — sbarca a Roma.

L’ANTICRISTO COME PROGETTO POLITICO

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull'”Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective — un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà. Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” — gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo — sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel — una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale — sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.

ROMA 2026 E IL CONVEGNO DEL PARCO DEI PRINCIPI

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti — la storia non si ripete mai con gli stessi attori — ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, si riunisce a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel — è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.

IL SILENZIO DEL GOVERNO E IL VUOTO DELL’OPPOSIZIONE

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi uno dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo — il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

GUERRA A PEZZI, CAOS ORGANIZZATO E IL NUOVO ORDINE

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico — l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali — non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti — magistratura, media, università — vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

COSA POSSIAMO FARE: UNA RISPOSTA POSSIBILE.

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridere nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione — blog, social, reti associative — ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica — parlamentare, giornalistica, associativa — per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel — e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno — richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola — si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

FONTI E RIFERIMENTI

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

Libano in fiamme, Medio Oriente sull’orlo del baratro

Il Libano brucia di nuovo. Non è una metafora, non è una figura retorica: è la descrizione letterale di ciò che accade dal 2 marzo 2026, quando l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto saltare l’ultimo fragile equilibrio regionale, trascinando Beirut, il Libano meridionale e la valle della Bekaa in un nuovo inferno. Un inferno che si aggiunge a quello già vissuto nell’autunno del 2024, che si aggiunge a decenni di guerre, occupazioni, distruzioni. Un Paese già a pezzi che viene fatto a pezzi ancora.

Il detonatore: l’operazione Ruggito del Leone

Tutto — o quasi — ha un inizio. In questo caso, l’inizio ha un nome preciso: Operazione Ruggito del Leone, l’attacco congiunto lanciato da Washington e Tel Aviv contro l’Iran il 28 febbraio 2026. In sette giorni di guerra, oltre 600 obiettivi colpiti sul territorio iraniano, 250 bombe sganciate su Teheran in una sola giornata. Morti che si contano a centinaia: la Mezzaluna Rossa iraniana ha certificato 787 vittime nei primi tre giorni.

L’azione ha un movente che Washington non ha mai nascosto: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, disarticolare la Guida suprema Ali Khamenei e la struttura di potere che gli ruotava attorno. Khamenei è stato ucciso. E la sua morte ha scatenato ciò che molti analisti temevano: la reazione dell’asse della resistenza, con Hezbollah in prima linea.

Il 2 marzo, per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024, Hezbollah ha lanciato missili contro Israele. La vendetta, hanno dichiarato i miliziani, era per la morte della Guida suprema e per le “ripetute aggressioni israeliane”. Israele ha risposto con una campagna di bombardamenti massicci. Il Libano, di nuovo, paga il prezzo più alto.

Dahiyeh: un quartiere cancellato

Dahiyeh, in arabo, significa semplicemente periferia. Per i 700.000 abitanti che vi risiedono, significa casa. Per Israele, significa il cuore politico e militare di Hezbollah, e quindi un bersaglio. Ma la strategia adottata in questa nuova fase del conflitto è radicalmente diversa da quella del 2024: l’esercito israeliano non indica più i singoli edifici da colpire. Emette ordini di evacuazione per interi quartieri, intere città, interi villaggi.

Cinquantacinque diverse località hanno ricevuto in pochi giorni ingiunzioni di sgombero immediato. Le strade si sono trasformate in un fiume di auto, motorini, carretti carichi di bambini e masserizie. Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut, è stato abbandonato in pochi minuti, con la gente che fuggiva a piedi sui detriti lasciati dai bombardamenti precedenti. L’esercito israeliano ha poi colpito il quartier generale di Hezbollah e oltre dieci edifici alti nella capitale.

Al 6 marzo il bilancio degli attacchi israeliani sul Libano dall’inizio della nuova campagna ammontava a 217 morti e 798 feriti. Numeri destinati a crescere, mentre i raid continuano.

La guerra sul terreno: imboscate, operazioni speciali, un paese che resiste

Ma la guerra non è solo ciò che si vede dall’alto, dal punto di vista degli aerei da guerra e dei comunicati militari. Sul terreno, la realtà è più caotica, più sanguinosa, più complessa.

Nella zona di Khiam, nel Libano meridionale, unità di Hezbollah hanno teso un’imboscata a soldati israeliani, colpendo un carro armato Merkava con un missile anticarro Kornet 9M133. L’arma scelta non è un dettaglio: il Kornet è tra i più efficaci sistemi anticarro in uso nelle guerriglie mediorientali, capace di perforare i blindaggi più moderni. La sua presenza sui campi di battaglia libanesi racconta di catene di approvvigionamento che nessuna campagna militare ha davvero interrotto.

Nella valle della Bekaa, reparti di paracadutisti israeliani hanno tentato un’incursione notturna nell’area di Nabi Sheet, con elicotteri entrati nello spazio aereo libanese dal lato siriano. L’operazione, secondo diverse fonti locali, sarebbe finita in uno scontro prolungato con le unità speciali Radwan. Il governo israeliano ha anche approvato un’avanzata di terra nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare una “zona cuscinetto permanente” a protezione del confine. Una formula diplomatica che nasconde una realtà più prosaica: l’occupazione di fatto di un territorio straniero.

Non vanno dimenticate le truppe UNIFIL: missili hanno colpito la base delle truppe di peacekeeping ghanesi nel sud del Libano, ferendo gravemente due soldati. Un altro tassello dell’escalation che coinvolge anche i caschi blu — e con loro l’Italia, che contribuisce significativamente alla missione.

La dimensione regionale: dallo Stretto di Hormuz a Cipro

Il conflitto libanese non è una guerra a sé. È un frammento di un incendio molto più vasto che rischia di consumare l’intera regione.

L’Iran ha risposto all’operazione Ruggito del Leone con ondate di missili e droni lanciati non solo contro Israele, ma contro le basi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahréin: tutti hanno subito attacchi. L’ambasciata americana a Riad è stata colpita. L’aeroporto di Paphos a Cipro è stato messo in allerta dopo che un drone, partito dal Libano e attribuito a Hezbollah, ha colpito una base britannica sull’isola. Il Qatar ha abbattuto due bombardieri iraniani Su-24.

Le Guardie della Rivoluzione hanno dichiarato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, minacciando chiunque voglia attraversarlo. Il ministro dell’energia del Qatar ha avvertito che le spedizioni di energia dalla regione potrebbero interrompersi nel giro di poche settimane. Il prezzo del petrolio Brent è già salito del 15% dall’inizio del conflitto. Ogni petroliera che attraversa il Golfo è ora un atto politico, una scommessa sulla sopravvivenza.

La guerra tocca anche l’Europa in modo concreto: centinaia di migliaia di passeggeri sono rimasti bloccati in tutto il mondo a causa della chiusura dello spazio aereo di diversi Paesi mediorientali.

Il Libano che non ne può più

Dietro i bollettini militari, c’è un Paese esausto. “I libanesi si sono svegliati in uno stato di shock, stanchezza, sgomento e rabbia”, ha dichiarato Vincent Gelot dell’Œuvre d’Orient, impegnato a Beirut nel sostegno alle comunità colpite. È una frase che vale più di molti comunicati diplomatici.

Da sei anni il Libano accumula crisi su crisi: l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, il crollo economico, l’inflazione devastante, la guerra del 2024, e ora questo. Oltre un milione di persone erano già state sfollate nel conflitto precedente. Adesso il ciclo ricomincia: ordini di evacuazione per 50 villaggi nel Libano meridionale, strade intasate, scuole chiuse, ospedali sotto pressione.

C’è anche una frattura interna: parte della popolazione libanese è apertamente ostile ad Hezbollah, che avrebbe — secondo il presidente Joseph Aoun — violato le misure adottate dallo Stato per mantenere il Paese fuori dai “pericolosi scontri militari in corso nella regione”. Lo stesso governo libanese ha fatto una mossa senza precedenti nella sua storia: vietare formalmente ogni attività militare di Hezbollah. Una decisione che arriva troppo tardi per evitare la guerra, ma che misura la profondità della crisi politica interna.

La posta in gioco: gas, confini e geopolitica

Non esiste conflitto senza interessi materiali. Anche questa guerra ha i suoi.

L’avanzata israeliana nel Libano meridionale punta, tra le altre cose, al controllo di una striscia costiera cruciale per le trivellazioni offshore di gas naturale. Nel 2022 la mediazione americana aveva prodotto un accordo storico sui confini marittimi tra Libano e Israele, aprendo la strada allo sfruttamento dei giacimenti. Oggi quell’accordo è lettera morta. Netanyahu sta costruendo i confini con le bombe, non con i trattati.

Sul piano più ampio, la morte di Khamenei ha aperto una crisi di successione in Iran che nessuno sa come si risolverà. L’Assemblea degli esperti — l’organismo che dovrà scegliere la nuova Guida suprema — è riunita in condizioni di guerra, con Teheran sotto i bombardamenti. Il ministro israeliano della Difesa Katz ha dichiarato che chiunque venga nominato sarà “un bersaglio inequivocabile”. Non si tratta di deterrenza: è la dichiarazione aperta di una politica di decapitazione sistematica dello Stato iraniano.

La risposta italiana: la prudenza del governo, l’ipocrisia dell’Occidente

In Italia il governo Meloni si muove con la consueta ambiguità. Il ministro degli Esteri Tajani parla di “situazione molto preoccupante”, annuncia la riduzione al minimo della presenza diplomatica a Teheran, afferma che “le soluzioni non sono mai quelle di risolvere con la guerra” — dimenticando che il Paese di cui è esponente ha votato a favore dell’adesione piena all’alleanza atlantica che questa guerra la conduce.

Le opposizioni hanno usato toni più netti: Schlein (Pd), Bonelli e Fratoianni (Avs) parlano di azione “al di fuori del diritto internazionale”, richiamano l’articolo 11 della Costituzione. Sono parole giuste, dette però da chi non ha ancora costruito una proposta politica alternativa credibile alla subalternità atlantica che attraversa trasversalmente il sistema politico italiano.

L’Europa, nel frattempo, si divide: la Spagna di Sanchez denuncia una guerra “fuori dalla legalità internazionale”, la Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi. Il Consiglio Europeo convoca vertici d’urgenza. La diplomazia continentale insegue gli eventi invece di guidarli.

La guerra che non finisce mai

C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui il Libano torna ciclicamente a bruciare mentre il mondo osserva. Un Paese che non ha mai avuto pace viene distrutto ancora, con la stessa logica del 1982, del 2006, del 2024 e oggi del 2026. Le bombe cambiano di precisione, le giustificazioni cambiano di accento, ma la sostanza rimane: un popolo viene punito per il fatto di esistere in un territorio strategico, sospeso tra interessi che non lo riguardano e potenze che non lo rispettano.

L’UNIFIL — una missione che si concluderà nei prossimi mesi dopo quasi cinquant’anni, smantellata sotto le pressioni americane e israeliane — era l’ultimo presidio simbolico di una legalità internazionale ormai svuotata di senso. La sua assenza lascia il confine libanese-israeliano a quello che è sempre stato, in fondo: una linea di fuoco regolata dai rapporti di forza.

Intanto a Beirut le scuole restano chiuse, le strade vuote, gli sfollati arrivano in massa. Le comunità religiose si preparano ad accoglierli. I medici operano senza sosta. I civili trovano rifugio dove possono. Sono loro, come sempre, a portare il peso di una guerra che non hanno scelto.

Nel lessico diplomatico si chiama teatro di operazioni. Nella vita reale si chiama semplicemente distruzione.

LA BANALITÀ DEL MALE NELL’ERA DELLO SPETTACOLO

Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa

I. Il tempo delle abitudini impossibili

Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.

L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.

«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»

Stiamo assistendo, in tempo reale, alla costruzione di una nuova soglia del socialmente accettabile. E come ogni processo di questo tipo, avviene con la complicità — attiva o passiva — di chi dovrebbe presidiare le frontiere del giudizio critico: i media, l’intellettualità, le istituzioni.

II. La «Macarena» e la fine del pudore

L’immagine che resterà, che dovrà restare, di questa fase storica è quella di una superpotenza che annuncia l’inizio di operazioni militari — con decine di vittime civili, con la morte di figure di rilievo politico e religioso di rango internazionale — accompagnando il comunicato con una canzone da spiaggia estiva. Non è una metafora. È accaduto. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato la cosiddetta «decapitation strategy» contro l’Iran con uno spot che esaltava le capacità distruttive di una GBU-57 Massive Ordnance Penetrator sulle note della Macarena.

Il dato non è solo grottesco: è rivelatore. Rivela che non c’è più nemmeno la necessità della finzione istituzionale, quel minimo di paludamento retorico — «difesa dei valori democratici», «tutela della sicurezza internazionale» — con cui le potenze occidentali erano solite ammantare le proprie azioni militari. Siamo entrati in una fase di cinismo esibito, dove la performance della brutalità è diventata essa stessa strumento di proiezione del potere.

«Non è la violenza in sé a segnare un’epoca, ma il modo in cui la violenza viene raccontata, venduta, celebrata. Quella è la vera misura della barbarie.»

III. L’album di famiglia dell’Occidente

Sarebbe però un errore — oltre che una disonestà intellettuale — leggere questo momento come una rottura, come l’irruzione improvvisa di qualcosa di estraneo nel corpo sano di una tradizione democratica. La verità, più scomoda, è che stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. E il campo è stato lavorato a lungo, con cura e metodo.

Basta ripercorrere la cronologia recente. Nel 2011, Hillary Clinton commentò l’uccisione di Muammar Gheddafi — catturato, sodomizzato con una baionetta e linciato — con un autocompiaciuto «We came, we saw, he died», declinazione cesariana offerta con il sorriso di chi ha appena chiuso un buon affare. Nessuno scandalo duraturo. Nessuna conseguenza politica significativa. Il gesto fu assorbito, metabolizzato, archiviato.

Nel 2012, il New York Times rivelò l’esistenza di una «kill list» settimanale: ogni giovedì, un alto funzionario della CIA si recava nello Studio Ovale per sottoporre al presidente Barack Obama — premio Nobel per la pace in carica — l’elenco delle persone da eliminare nel corso della settimana. Il giornale descrisse quella procedura come una prova della tenuta morale del presidente. La riflessione sulla natura di quella pratica rimase, nella sostanza, ai margini del dibattito pubblico.

«L’assuefazione al male non è un evento: è un processo. E ogni passaggio del processo ha avuto i suoi complici, le sue giustificazioni, i suoi silenzi opportuni.»

Il filo rosso che collega questi episodi non è ideologico nel senso stretto del termine: attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane, si nutre di retorica progressista non meno che di quella nazionalista. È strutturale. È il prodotto di un sistema di impunità costruito pazientemente, nel quale la potenza militare e tecnologica ha progressivamente eroso qualsiasi residua grammatica del diritto internazionale.

IV. Il «Frankenstein» e il ritorno del rimosso

In questo contesto, il ruolo di Israele — Stato cresciuto per ottant’anni in un regime di sostanziale impunità strutturale, che ha sviluppato un’expertise senza pari nell’assassinio politico sistematico come strumento di politica estera — non può essere letto semplicisticamente come causa di un processo di «israelizzazione» della cultura politica occidentale. Sarebbe riduttivo, e in parte anche fuorviante.

La relazione è più complessa e più perturbante: l’Occidente ha proiettato su Israele quella parte di sé che non poteva più esprimere direttamente, dopo Norimberga, dopo la decolonizzazione, dopo la codificazione dei diritti umani. Ha vissuto per interposta persona, attraverso quello Stato-di-eccezione istituzionalizzato, ciò che la grammatica pubblica delle democrazie liberali aveva reso inconfessabile. Ma il rimosso torna sempre. E quando torna, non bussa educatamente alla porta.

V. Chi è Trump? Una categoria politica inedita

Definire Trump è diventato un esercizio quasi impossibile, non per mancanza di strumenti analitici, ma per eccesso di categorie inadeguate. Non è Hitler: manca della dimensione tragica, del senso apocalittico della storia, dell’ideologia organica che trasformava la violenza in liturgia. Non è nemmeno il gangster del potere à la Savastano: a quel personaggio, pur nella sua brutalità, appartiene ancora una forma di coerenza interna, una logica d’accumulazione che implica una certa percezione delle conseguenze.

Trump sembra invece appartenere a una categoria politica genuinamente nuova, che potremmo chiamare il populismo dello spettacolo puro: un sistema in cui la realtà conta solo nella misura in cui può essere trasformata in contenuto, in cui la violenza è accettabile se accompagnata dalla giusta colonna sonora, in cui il calcolo politico è stato sostituito dalla logica dell’engagement. Non si odia, non si ama: si performa. E la performance, in questo momento storico, è la guerra.

«Quando il potere smette di sentire il bisogno di giustificarsi, non siamo di fronte a una crisi della democrazia: siamo di fronte alla sua sostituzione con qualcos’altro, che non ha ancora un nome preciso.»

VI. Dove porta questa strada

La domanda che dovremmo farci — con tutta la serietà che la gravità del momento esige — non è «come mai siamo qui?» ma «dove porta questa strada?». La risposta onesta è che non lo sappiamo con precisione. Ma alcune traiettorie sono già visibili.

La normalizzazione dell’assassinio politico come strumento di governance internazionale implica la dissoluzione di qualsiasi residua architettura multilaterale. Se i negoziatori possono essere eliminati fisicamente nella notte che precede i colloqui — come accaduto a Doha, come accaduto in Oman — allora la diplomazia cessa di essere uno spazio possibile e diventa semplicemente l’anticamera dell’esecuzione. Chi accetterà ancora di sedersi a un tavolo?

La banalizzazione dello spettacolo bellico attraverso la sua gamification — lo spot con la GBU-57, la Macarena come colonna sonora del bombardamento — produce un effetto di desensibilizzazione sistematica nelle opinioni pubbliche occidentali, che è già avanzato ben oltre la soglia dell’allarme. Non è fantascienza distopica: è la cronaca di questi giorni.

Infine — e questo è forse il dato più inquietante — l’assenza di qualsiasi reazione critica significativa da parte delle opposizioni politiche e dell’intellettualità nei paesi occidentali suggerisce che il processo di normalizzazione ha già raggiunto le sue istituzioni e i suoi corpi intermedi. Quando il male non scandalizza più chi avrebbe il compito di scandalizzarsi, la banalizzazione è compiuta.

Non è troppo tardi per aprire gli occhi. Ma non è mai stato così urgente farlo. L’inferno di cui si parla non è una profezia apocalittica: è il nome tecnico di ciò che accade quando una civiltà smette di fare i conti con se stessa e con il proprio album di famiglia. Quell’album esiste. Ha molte pagine. E alcune di esse le abbiamo scritte noi.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

mariosommella.wordpress.com

L’inginocchiata italiana e il coraggio spagnolo

Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.

C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.

Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.

Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.

La lezione di Madrid

Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.

Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.

È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.

Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.

La zona grigia dell’Italia

Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.

Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.

Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.

La strada verso il baratro

C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.

Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.

La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.

E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.

Quando l’obbedienza servile non è leadership

Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.

Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.

Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.

Una scelta di civiltà

Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.

La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.

Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.

L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.

“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.

E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

Guerra, petrolio e scandali: come il potere si protegge mentre noi paghiamo il conto

L’attacco all’Iran fa impennare i prezzi dell’energia, le borse europee perdono quasi 900 miliardi in due giorni e Meloni convoca vertici d’emergenza senza avere risorse per intervenire. Nel frattempo, le industrie belliche incassano profitti record e oltreoceano gli Epstein Files svelano le reti oscure che tengono insieme il potere occidentale.

Il conto della guerra lo paghiamo noi

C’era da aspettarselo. Come sempre accade quando il mondo decide di fare la guerra invece della pace, i primi a pagare il conto non sono i generali, non sono i ministri, non sono i banchieri che finanziano gli arsenali: siamo noi. Famiglie, lavoratori, pensionati, piccole imprese. Quelli che non hanno fondi speculativi con cui coprirsi dai rischi, né contratti energetici blindati per anni.

L’escalation militare contro l’Iran ha già prodotto i suoi effetti sui mercati: il gas europeo è schizzato a 53,5 euro al megawattora, più che raddoppiato rispetto ai 30 euro di fine febbraio. Il petrolio Brent viaggia sopra gli 81 dollari al barile, contro i 59 di inizio anno. Le borse europee hanno bruciato in appena due sedute 879 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha ceduto il 3,9% in una sola giornata.

Mentre le famiglie si preparano a ricevere bollette più care, c’è chi in questi momenti guadagna. I grandi trader energetici, i fondi speculativi posizionati long sul petrolio, le compagnie che vendono gas ai prezzi spot impazziti. Il capitalismo della guerra ha questa caratteristica strutturale: trasforma il dolore collettivo in profitto privato. Ogni bomba che cade da qualche parte nel mondo si traduce in un centesimo in più sul litro di benzina che mettiamo nel serbatoio.

I veri vincitori: il complesso militare-industriale

Eisenhower, nel suo discorso d’addio del 1961, avvertì l’America — e il mondo — del pericolo rappresentato da quello che lui stesso chiamò il “complesso militare-industriale”: quella commistione pericolosa tra industrie della difesa, apparato militare e potere politico capace di plasmare le decisioni di guerra e pace non secondo l’interesse dei popoli, ma secondo le logiche del profitto. Sessant’anni dopo, quella profezia si è avverata e amplificata oltre ogni previsione.

Ogni nuovo fronte di guerra — dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza all’Iran — è, per le grandi corporation della difesa, un’opportunità di business senza precedenti. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, BAE Systems, Leonardo-Finmeccanica registrano trimestrali da record ogni volta che il termometro geopolitico sale. I contratti di fornitura si moltiplicano, i portafogli ordini esplodono, le azioni schizzano in borsa proprio mentre le borse europee affondano e le bollette delle famiglie italiane aumentano.

Non è una coincidenza: è un meccanismo. Le guerre non scoppiano nel vuoto. Vengono preparate, alimentate, a volte provocate, da un sistema di interessi in cui le lobby dell’industria bellica finanziano campagne elettorali, occupano posizioni nei ministeri della difesa attraverso le cosiddette “porte girevoli”, e contribuiscono a costruire il clima di emergenza permanente necessario a giustificare spese militari sempre crescenti. L’Europa, che per decenni aveva mantenuto un profilo relativamente prudente, si ritrova oggi a correre verso il riarmo: la NATO ha fissato al 3,5% del PIL il target minimo di spesa militare, e si parla già di portarlo al 5% o oltre.

In Italia, il governo Meloni — che pure si presenta come paladino degli “interessi nazionali” — ha già portato la spesa militare a circa 32 miliardi di euro annui e continua a spingere verso il 3,5% del PIL, il che significherebbe avvicinarsi ai 40 miliardi. Ogni euro in più per cannoni e cacciabombardieri è un euro in meno per sanità, scuola, sostegno alle famiglie in difficoltà. Un trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, mascherato da imperativo geopolitico.

La logica è perversa nella sua semplicità: più il mondo è instabile, più le armi si vendono. Più le armi si vendono, più il mondo diventa instabile. Un circolo vizioso che arricchisce pochi e impoverisce molti, che trasforma i conflitti in commodity e i morti in voci di bilancio. Il tutto con la copertura ideologica della “difesa della democrazia”, dello “scudo atlantico”, dell'”ordine internazionale basato sulle regole” — regole che, guarda caso, vengono scritte sempre dagli stessi.

Meloni conta i centesimi mentre il fuoco divampa

La premier Giorgia Meloni ha convocato un vertice d’emergenza con i ministri competenti e gli amministratori delegati di Eni e Snam. Nell’apposita velina governativa si legge di “analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia”. Tradotto dal burocratese: nessuno sa cosa fare, ma bisogna dare l’impressione di stare facendo qualcosa.

La differenza con il passato è impietosa. Quando nel 2022 i prezzi dell’energia esplosero sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina, il governo Draghi impiegò quasi 50 miliardi di euro per tentare di tamponare. Il decreto d’emergenza valeva quasi 6 miliardi. L’attuale governo Meloni ha varato un provvedimento da meno di 3 miliardi, con effetti definiti “minimi” per le fasce di reddito basso e “risibili” per gli altri: 15-20 euro l’anno di risparmio. Una beffa.

L’Italia si trova relativamente ben posizionata sugli stoccaggi di gas — al 47,3% contro il 20,8% della Germania — ma riempirli in primavera a prezzi superiori ai 50 euro al megawattora significa caricare costi enormi sulle bollette future. Il governo aspetta e spera. Nessun provvedimento straordinario, nessuna visione d’insieme. Solo l’attesa che la tempesta passi, possibilmente prima delle prossime elezioni.

La doppia funzione della guerra: distrazione di massa

Le guerre capitalistiche servono sempre a due scopi: fare profitti e distrarre l’opinione pubblica. L’escalation militare contro l’Iran arriva in un momento particolarmente opportuno per certi ambienti del potere occidentale: proprio mentre negli Stati Uniti si apre uno dei capitoli più esplosivi della storia politica recente. Parliamo degli Epstein Files — tre milioni di pagine di documenti federali relativi al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, rilasciati in ottemperanza all’Epstein Files Transparency Act firmato dallo stesso Trump a novembre 2025.

Un gesto presentato come atto di trasparenza, che si sta rivelando un boomerang. Perché il nome di Trump compare in quei documenti con una frequenza che nessuna comunicazione presidenziale può silenziare. E perché proprio i file che lo riguardano più da vicino sono quelli che il Dipartimento di Giustizia — controllato dalla sua stessa amministrazione — si è affrettato a sottrarre alla consultazione pubblica.

Gli Epstein Files: il potere nella rete della vergogna

I numeri sono clamorosi: il nome di Donald Trump compare più di 38.000 volte nei 5.300 file del caso Epstein, stando all’analisi del New York Times. I documenti smentiscono dichiarazioni pubbliche dello stesso presidente: nel 2024 aveva affermato di non essere “mai stato sull’aereo di Epstein”, ma i file federali rivelano che i procuratori avevano raccolto prove del contrario già nel 2020. Un’email interna di Epstein del 2011 riferiva che Trump “sapeva delle ragazze” e “trascorreva ore a casa mia”.

Nei documenti FBI del 2021, una testimone racconta che Ghislaine Maxwell — condannata a 20 anni per traffico sessuale di minorenni — l’aveva “presentata” a Trump durante una festa di New York, illustrandone le qualità come si fa con un curriculum professionale. Il contesto che emerge è quello di un ambiente in cui le donne venivano trattate come merci da mostrare e condividere tra potenti.

Tra i nomi citati nei file compaiono, oltre a Trump, il principe Andrea d’Inghilterra, l’ex presidente Clinton, il segretario al Commercio Howard Lutnick ed Elon Musk. Tutti hanno negato ogni illecito. Ma il punto non è la singola accusa: è la rete, l’ambiente, il sistema di relazioni. È l’ecosistema in cui il potere si auto-riproduce, si protegge e decide le sorti del mondo.

Il depistaggio: quando il potere censura se stesso

La vera bomba, però, riguarda quello che manca dai file. Un’inchiesta dell’NPR ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia ha ritirato o non pubblicato documenti specificamente legati ad accuse di abuso sessuale contro Trump: oltre cinquanta pagine di interviste FBI e note di conversazioni con una donna che avrebbe accusato il presidente di violenza sessuale quando era minorenne, intorno al 1983. Di quattro sessioni di intervista condotte dall’FBI tra il 2019 e il 2021, solo una è stata resa pubblica.

Il deputato Robert Garcia ha dichiarato di aver personalmente verificato l’assenza dei documenti mancanti anche nell’archivio riservato ai parlamentari: “C’è evidenza di un insabbiamento in corso. I documenti sono scomparsi dall’FBI e ora sono scomparsi anche dalla versione non redatta.” La risposta della Casa Bianca è stata affidata alla portavoce Abigail Jackson: “Trump è stato completamente scagionato da qualsiasi cosa riguardi Epstein.” Ma come si può essere scagionati da prove che non vengono rilasciate?

La domanda è così dirompente che persino il repubblicano James Comer, presidente del Comitato di Supervisione della Camera, ha annunciato un’indagine sul Dipartimento di Giustizia per i file mancanti. Quando un sistema di potere comincia a mangiarsi la propria narrativa, è il segnale che qualcosa di strutturalmente importante si sta incrinando.

Un sistema che si protegge: dalla guerra agli abusi di potere

C’è un filo rosso che unisce la crisi energetica che ci opprime, i profitti dell’industria bellica e lo scandalo Epstein che scuote il potere americano. Non è un filo di complotto: è di sistema. Chi detiene il potere — economico, militare, politico — usa quel potere per proteggersi, moltiplicarsi e perpetuarsi. I costi delle guerre li paghiamo noi. I proventi li incassano i fondi speculativi, le major petrolifere, i grandi appaltatori della difesa.

La rete di Epstein era la manifestazione più oscura di come il potere si consolida. Mettendo insieme i potenti in situazioni di complicità reciproca che diventano strumenti di mutuo ricatto e protezione. Non è un caso che Epstein sia morto in carcere in circostanze mai chiarite mentre attendeva il processo, e che il suo archivio di informazioni sui potenti sia diventato oggetto di una battaglia politica e giudiziaria senza precedenti.

Il complesso militare-industriale che lucra sulle guerre, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono attraverso scandali insabbiati, i governi che non hanno risorse per le famiglie ma trovano miliardi per i cannoni: sono le tre facce di uno stesso sistema. Un sistema che ha bisogno di crisi permanenti per sopravvivere, che ha bisogno di nemici da costruire e guerre da vendere.

Nessuna opposizione all’altezza: il vuoto che ci lascia soli

Di fronte a tutto questo, in Italia come altrove, non si intravede all’orizzonte alcuna opposizione capace di nominare le cose con il loro nome. Le forze di centrosinistra discutono di leadership e coalizioni, mentre le bollette salgono, i documenti sui potenti scompaiono dai database federali americani e le industrie belliche distribuiscono dividendi record. Si fa finta di non vedere il nesso tra le guerre che producono inflazione e i meccanismi di controllo e corruzione che tengono in piedi il sistema.

Viviamo in un mondo paradossale in cui chi dovrebbe rappresentarci si trova spesso dalla stessa parte di chi ci sfrutta. In cui le guerre vengono vendute come difesa della democrazia mentre servono a controllare risorse e mercati. In cui gli scandali dei potenti vengono usati come strumenti di ricatto reciproco tra élite, mentre si chiede alla gente comune moralità e rispetto delle regole.

Documentare, denunciare, connettere i puntini: è l’unico antidoto al conformismo e al silenzio. Non basta indignarsi: bisogna capire. E capire che la crisi energetica che ci stritola, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono e il complesso militare-industriale che trasforma la guerra in business non sono fenomeni separati. Sono le facce dello stesso sistema. Il sistema che siamo chiamati a cambiare, con la forza della conoscenza, dell’organizzazione e della partecipazione democratica dal basso.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com