L’emergenza invisibile: il silenzio della politica di fronte a mille morti sul lavoro

Mentre il governo mobilita l’apparato repressivo per gli scontri di Torino e Meloni difende Pucci a Sanremo, 1.093 lavoratori morti e 600.000 infortuni nel 2025 passano sotto silenzio. Un’analisi delle priorità distorte della destra italiana.

La tempistica è stata perfetta, quasi cinica nella sua sincronia. Mentre l’Italia si divideva sugli scontri del corteo di Torino del 31 gennaio — con i titoli dei giornali che gridavano all’emergenza sicurezza e i partiti di governo che annunciavano nuove strette repressive — l’INAIL pubblicava i dati relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025. Numeri che certificano l’ennesima strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma quotidianamente nel nostro Paese. Ma questi numeri non hanno meritato nessun decreto d’urgenza, nessuna conferenza stampa indignata, nessuna mobilitazione politica.

Il contrasto è stridente. Un poliziotto ferito — certamente un fatto grave — è bastato a scatenare l’intero apparato repressivo dello Stato, con tanto di decreto sicurezza approvato in pochi giorni. Mille e novantatré morti sul lavoro, seicento mila infortuni, centomila malattie professionali non hanno suscitato nemmeno un commento di sdegno dalla maggioranza.

E mentre il Paese affrontava queste emergenze reali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni trovava il tempo di intervenire pubblicamente sulla rinuncia del comico Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo. Post sui social, accuse alla “deriva illiberale della sinistra”, solidarietà all’artista. Un caso che ha mobilitato premier, vicepremier e ministri in una gara di dichiarazioni. Mentre sui morti del lavoro: silenzio.

Quando un comico vale più di mille morti: il caso Pucci

L’8 febbraio 2026, Andrea Pucci ha annunciato la rinuncia alla co-conduzione della terza serata di Sanremo, dopo giorni di polemiche. Deputati del PD avevano chiesto spiegazioni sulla sua scelta, citando episodi passati di battute considerate offensive. Pucci ha parlato di “insulti, minacce, onda mediatica negativa” ricevuti da lui e dalla sua famiglia.

La reazione del governo è stata rapidissima. Meloni sui social: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Questo racconta il doppiopesismo della sinistra. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Salvini, Tajani, il presidente del Senato La Russa: tutti mobilitati. La RAI ha emesso un comunicato parlando di “clima d’intolleranza” e “forma di censura”.

Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Giuseppe Conte: “Avevo chiesto a Meloni di dirci cosa vuole fare contro il boom di cassa integrazione ma nulla. Ora deve parlare del comico Pucci. Cari italiani, dei vostri problemi con la sanità, le bollette, i bassi salari a questo governo interessa poco o nulla”. Renzi con ironia: “Fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno solidarietà a un comico e non parlano di tasse e sicurezza”.

Un comico che rinuncia a un festival merita l’intervento della presidente del Consiglio, del presidente del Senato, dei vicepremier, dei ministri. Oltre mille morti sul lavoro in un anno no. Questa è la fotografia dell’Italia di Meloni.

Decreto lampo per Torino, nulla per i morti sul lavoro

L’altra emergenza che ha mobilitato il governo: gli scontri di Torino del 31 gennaio. Circa 50.000 persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scontri violenti con oltre cento agenti feriti, tra cui Alessandro Calista, aggredito con un martello. Una camionetta incendiata, ore di guerriglia urbana.

La reazione: Meloni ha parlato di “tentato omicidio”, visitando i feriti. Il ministro Piantedosi di “matrice eversiva e potenzialmente terroristica”. Nel giro di pochi giorni, il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 12-24 ore per i manifestanti sospetti, scudo penale per gli agenti, sanzioni più pesanti per i cortei non autorizzati, divieto di porto di coltelli oltre i 5 centimetri.

Ricapitoliamo: per gli scontri di Torino, decreto d’urgenza in cinque giorni. Per la rinuncia di Pucci a Sanremo, intervento pubblico della premier e di tutto il governo. Per 1.093 morti sul lavoro: nulla.

I numeri della strage quotidiana

Mentre accadeva tutto questo, i dati INAIL raccontavano un’altra Italia. Nel 2025, 1.093 persone hanno perso la vita mentre lavoravano: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. Tre morti al giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Le denunce di infortunio totali sono state circa 600.000. Le malattie professionali denunciate hanno raggiunto le 100.000 unità, con un aumento del 10,2% rispetto al 2024.

Eppure, nessun decreto d’urgenza. Nessuna conferenza stampa. Nessuna visita ai familiari delle vittime. Nessun post sui social della premier. Solo la solita “retorica dell’incidente”: fatalità, tragico evento, inspiegabile disattenzione. Un linguaggio studiato per normalizzare l’orrore.

Chi muore: donne, anziani e stranieri

L’analisi dei dati INAIL rivela tre elementi fondamentali. Il primo riguarda le lavoratrici: 98 donne morte, di cui 52 — più della metà — in itinere, nel tragitto casa-lavoro. Un dato che non può essere separato dall’organizzazione sociale patriarcale, dove il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne. Il doppio o triplo lavoro si traduce in fatica, stress, fretta: fattori che uccidono sulla strada.

Il secondo elemento: l’età. L’incidenza più elevata si registra tra gli ultrasessantacinquenni: 108,7 decessi ogni milione di occupati, quasi quattro volte la media nazionale. La fascia più colpita numericamente è 55-64 anni, con 300 vittime. Sono le conseguenze della legge Fornero: persone con corpi consumati, riflessi rallentati, costrette a lavorare nei settori più pericolosi ben oltre i limiti fisici ragionevoli. L’innalzamento dell’età pensionabile è una condanna a morte.

Il terzo elemento è il più inquietante: i lavoratori stranieri. Su 1.093 morti, 251 erano migranti — circa un quarto del totale. Il rischio di morte per un lavoratore straniero è più che doppio: 72,4 contro 28,8 ogni milione di occupati. La spiegazione va cercata nella legge Bossi-Fini del 2002, che lega permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Questo meccanismo fornisce un’arma micidiale: il ricatto della clandestinità. Chi protesta per le condizioni di sicurezza rischia di perdere non solo il lavoro ma anche il diritto a rimanere in Italia. Nel lavoro nero, negli appalti infiniti, nelle cooperative fittizie, i lavoratori stranieri diventano carne da macello.

Le malattie che il sistema nasconde e le stragi dimenticate

Oltre agli infortuni, l’INAIL registra le malattie professionali: patologie che si sviluppano negli anni per esposizione a rischi lavorativi. Nel 2025 le denunce hanno raggiunto quota 100.000, con un aumento dell’80% rispetto al 2021. Tra queste, oltre 2.000 sono patologie tumorali. Il “miracolo italiano” si è sviluppato avvelenando territori e vite. Il caso Miteni di Trissino, dove per decenni si sono prodotte sostanze che hanno contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Ancora oggi muoiono di mesotelioma lavoratori esposti all’amianto decenni fa. L’Italia lo ha vietato solo nel 1992, con decenni di ritardo.

Il 2024 è stato costellato di stragi sul lavoro che hanno brevemente attirato l’attenzione dei media: 16 febbraio, 5 operai morti nel cantiere Esselunga a Firenze; 9 aprile, 7 lavoratori nell’esplosione della centrale Enel di Suviana; 6 maggio, 5 operai asfissiati in una fognatura a Casteldaccia; 9 dicembre, 5 lavoratori nell’esplosione del deposito Eni di Calenzano. In ognuno di questi casi, cordoglio istituzionale, promesse di controlli. Poi il silenzio. Le famiglie restano sole, il sistema riprende a girare esattamente come prima.

Perché nessuno reagisce: il sistema che non vuole vedere

I numeri restano così alti perché il sistema dei controlli è largamente inadeguato. L’ISTAT certifica che nei cantieri edili il livello di irregolarità supera il 75%. Tre cantieri su quattro violano le norme di sicurezza. Gli ispettori sono troppo pochi. Le sanzioni, quando ci sono, sono irrisorie rispetto ai profitti realizzati risparmiando sulla sicurezza. I processi si trascinano per anni e spesso finiscono in prescrizione. Il messaggio è chiaro: violare le norme conviene.

Vale la pena un confronto. L’ISTAT aveva certificato circa 150 femminicidi all’anno tra il 2012 e il 2016. Ci sono volute le mobilitazioni femministe, la voce del padre di Giulia Cecchettin, per alzare finalmente l’attenzione sociale e politica. Oggi si parla di femminicidio, ci sono fondi (insufficienti) per i centri antiviolenza, si discute di educazione. La seconda guerra di mafia ha provocato tra 400 e 1.000 morti: lo Stato ha reagito con il pool antimafia, il 416-bis, le leggi sulla confisca.

Di fronte a oltre mille morti sul lavoro all’anno, invece, nessuna reazione paragonabile. Non c’è una “Direzione Nazionale Anti-Strage”, non ci sono leggi speciali, non ci sono mobilitazioni di massa. Perché? Perché le morti sul lavoro sono il prodotto diretto del normale funzionamento del capitalismo, del suo bisogno di comprimere i costi e massimizzare i profitti. Sono, usando un termine marxiano, “omicidi necessari” alla riproduzione del sistema. Combatterli davvero significherebbe mettere in discussione i meccanismi fondamentali dell’organizzazione produttiva.

I sindacati confederali sono oggi deboli, divisi, a volte silenziosi. Quando parlano di sicurezza, evocano la necessità di aumentare la “cultura della sicurezza”: una locuzione generica che rimuove l’analisi sistemica e le responsabilità concrete. Come se il problema fosse una mancanza di consapevolezza individuale e non invece un sistema che strutturalmente sacrifica la vita al profitto. La classe lavoratrice è atomizzata, frammentata dal precariato, dal subappalto, dalle false partite IVA. Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti queste condizioni, o qualcun altro lo farà al posto tuo.

Un’altra economia è possibile: la lezione della GKN

Eppure emergono segnali di resistenza. La vicenda dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare forme diverse di organizzazione del lavoro. Quando nel luglio 2021 la multinazionale ha chiuso lo stabilimento con un licenziamento collettivo via email, i 422 lavoratori hanno occupato la fabbrica e costruito un’alternativa produttiva basata sull’autogestione e sulla conversione ecologica. Il progetto “Insorgiamo” propone di riconvertire lo stabilimento per produrre pannelli solari e cargo-bike, senza padroni, in forme di proprietà collettiva.

L’esperienza dimostra che è possibile pensare a un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita. Quando sono i lavoratori stessi a decidere come, cosa e per chi produrre, la sicurezza diventa una priorità intrinseca e non un costo da minimizzare. Nessun lavoratore sceglierebbe liberamente di mettere a rischio la propria vita o quella dei colleghi per aumentare i profitti di un azionista lontano. L’autogestione è anche una garanzia di sicurezza, perché elimina alla radice il conflitto di interessi tra chi lucra sul lavoro altrui e chi quel lavoro lo svolve con il proprio corpo.

Quale emergenza? La gerarchia delle priorità della destra

Torniamo al punto di partenza: la coincidenza tra scontri di Torino, caso Pucci-Sanremo e pubblicazione dei dati INAIL. Questa coincidenza illumina perfettamente le priorità del governo Meloni. Da un lato, mobilitazione massiccia per alcuni danneggiamenti e il ferimento di agenti: decreti d’urgenza, nuove norme liberticide. Dall’altro, tutta la compagine governativa mobilitata per difendere un comico che rinuncia a Sanremo: post della premier, dichiarazioni dei vicepremier, telefonate del presidente del Senato.

E dall’altra parte? Silenzio su 1.093 morti, 600.000 infortuni, 100.000 malattie professionali. Nessun decreto d’urgenza per la sicurezza sul lavoro. Nessun post di Meloni sui tre lavoratori che muoiono ogni giorno. Nessuna telefonata alle famiglie delle vittime.

Questa asimmetria non è casuale. Rivela la natura di classe di questo governo. Le manifestazioni di piazza rappresentano una minaccia all’ordine costituito: vanno represse. Un comico “di destra” che rinuncia a Sanremo diventa l’occasione per denunciare la “deriva illiberale della sinistra”, per costruire una narrazione di vittimismo. Le morti sul lavoro, invece, sono funzionali al sistema. Sono il prezzo che il capitalismo esige per continuare a funzionare. Per questo non c’è decreto che tenga. Per questo non c’è post sui social. Per questo il governo può guardare altrove mentre ogni giorno tre lavoratori muoiono.

In estrema sintesi: cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di esseri umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno? Le mille morti sul lavoro dell’Italia del 2025 non sono un’anomalia. Sono la manifestazione più brutale di questo meccanismo.

Constatata l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, ciò che appare sempre più necessario è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda della GKN, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica. Che i morti sul lavoro non sono una fatalità inevitabile, ma il prodotto di scelte precise che possono e devono essere cambiate.

Fino ad allora, continueremo a contare i morti. Tre al giorno. Mille all’anno. Mentre il governo si occupa di Sanremo e di chi può salire sul palco dell’Ariston. In un silenzio assordante che è la vera emergenza di questo Paese.

Dalla gogna alla norma: il caso Albanese e la scorciatoia “antisemitismo” come dispositivo di censura

Una frase può essere un bisturi o un’arma impropria. Può servire a incidere la realtà, oppure a ferire chi prova a descriverla. Nel caso di Francesca Albanese la dinamica è stata questa: non si è discusso il merito delle sue denunce, ma si è tentato di fabbricare un “reato morale” da appendere al suo mandato. E lo si è fatto con un meccanismo da manuale: una clip tagliata, un’accusa ripetuta come se fosse un fatto, la richiesta di dimissioni elevata a prova di “responsabilità”, mentre intorno cresce un rumore di fondo fatto di allusioni, insinuazioni e intimidazioni.

Il 10 febbraio, in conferenza stampa a Ginevra, l’Ufficio ONU per i diritti umani ha pronunciato parole pesanti e chiarissime: “Siamo molto preoccupati” per l’aumento di attacchi personali, minacce e disinformazione contro funzionari ONU, esperti indipendenti e operatori della giustizia, perché questa aggressione distoglie l’attenzione dalle gravi questioni sui diritti umani. E soprattutto ha rimesso in asse il punto centrale: Albanese “non ha caratterizzato alcuno Stato come nemico dell’umanità”. 

I. L’accusa francese: la parola “indifendibile” e la richiesta di dimissioni
La miccia politica, però, era già stata accesa. L’11 febbraio 2026 il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha chiesto le dimissioni di Albanese, parlando di dichiarazioni “oltraggiose e riprovevoli”. La contestazione, per come è stata presentata, non riguardava la critica a un governo, ma avrebbe colpito Israele come “popolo” e “nazione”, cioè su un piano identitario: una soglia che, se vera, cambierebbe completamente la questione. Ma è proprio qui che la costruzione scricchiola, perché il presupposto fattuale risulta contestato e non confermato dai materiali completi. 

Secondo diverse ricostruzioni, la pressione politica in Francia è cresciuta dopo l’intervento della deputata Caroline Yadan, che ha attribuito ad Albanese la frase “Israele è il nemico comune dell’umanità” sulla base di un video circolato online. 
È qui che si innesta il punto più grave: l’accusa si è nutrita di un contenuto audiovisivo contestato, presentato come prova, rilanciato come verdetto.

II. Il “video prova” e la manipolazione: quando il montaggio sostituisce la realtà
Reuters ha riferito un elemento decisivo: una trascrizione dell’intervento a Doha del 7 febbraio, visionata dall’agenzia, non supporta l’idea che Albanese abbia definito Israele “nemico comune dell’umanità”.
Parallelamente, la stessa Albanese ha pubblicato il filmato integrale (o comunque una versione non tagliata) chiarendo che il “nemico comune” a cui si riferiva non era uno Stato, ma “il sistema” che, nella sua analisi, rende possibili impunità, violenze e devastazione: capitale finanziario, algoritmi che oscurano, armi che vaporizzano corpi e distruggono tutto in maniera indiscriminata. Amnesty International, intervenendo sul caso, ha richiamato esplicitamente la distorsione e ha chiesto ai governi europei di ritirare gli attacchi. 
Anche Al Jazeera ha parlato di “fake video” o filmato “doctored” (manomesso) che avrebbe attribuito ad Albanese una formulazione più diretta contro Israele. 

Questo passaggio è politicamente esplosivo: se una richiesta di dimissioni di un relatore ONU nasce da un contenuto montato o decontestualizzato, non siamo davanti a un “equivoco”. Siamo davanti a un’operazione. La disinformazione non è un incidente collaterale: diventa il carburante del procedimento.

III. L’obiettivo reale: non una persona, ma la funzione del diritto internazionale
La conseguenza è doppia. Da un lato si tenta di isolare Albanese e indebolire il suo mandato: una forma di intimidazione reale, perché colpisce la sua credibilità e mira a rendere tossico chiunque pronunci parole come “apartheid”, “occupazione”, “genocidio”, “crimini”. Dall’altro lato si manda un messaggio a tutti gli altri: chi porta in superficie certe accuse verrà trascinato in un processo mediatico-politico, anche se le “prove” sono fragili o manipolate.

Non è un caso che l’ONU abbia parlato apertamente di “misinformation” e attacchi personali: è il riconoscimento istituzionale del metodo. 

IV. Dalla gogna alla norma: i ddl antisemitismo come possibile salto di qualità repressivo
Ed è qui che le due notizie si agganciano. Il caso Albanese mostra una macchina di delegittimazione che opera sul piano politico-mediatico. I ddl antisemitismo, se scritti male o usati in modo strumentale, rischiano di portare lo stesso schema sul piano normativo, dove la pressione diventa più fredda e più potente: non più soltanto reputazione, ma rischio di sanzioni, procedimenti, esclusione.

Nessuno mette in discussione la necessità di contrastare l’antisemitismo. Il punto è: con quali strumenti e con quali definizioni. In alcune proposte legislative il perno concettuale richiamato è la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). È una definizione operativa nata in un contesto di memoria e contrasto dell’odio antiebraico, ma il dibattito critico riguarda l’uso delle esemplificazioni che la accompagnano e la possibilità di far scivolare, nella pratica, la critica al sionismo o alle politiche dello Stato d’Israele dentro l’etichetta di antisemitismo. 

Quando quel confine si fa incerto, si produce il famigerato “chilling effect”: non serve condannare qualcuno per ottenere la censura, basta rendere plausibile il rischio. E così molti evitano di parlare, di scrivere, di insegnare, di organizzare convegni, di pubblicare inchieste. Il dissenso si ritira prima ancora di essere attaccato.

V. Distinguere per proteggere: antisemitismo non è antisionismo
La distinzione è semplice, ma oggi viene deliberatamente confusa.

1) Antisemitismo: odio verso persone ebree in quanto ebree, discriminazione, violenza, teorie del complotto, de-umanizzazione.
2) Critica politica: contestazione di un governo, di uno Stato, di una dottrina politico-nazionalista, di politiche militari e di occupazione.
3) Antisionismo: opposizione al sionismo come ideologia o progetto storico-politico, che può essere argomentata in modo legittimo, oppure può scadere in odio antiebraico se usa stereotipi e colpisce gli ebrei come collettività.

Se si cancella questa distinzione, il risultato è perverso: si indebolisce la lotta vera contro l’antisemitismo e si trasforma la tutela in arma contro la libertà di critica. Amnesty International ha avvertito apertamente del rischio di collisione con principi costituzionali e con la libertà di espressione, se la definizione IHRA viene tradotta o usata in modo improprio come norma punitiva. 
Non a caso esistono definizioni alternative, come la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), nate proprio per evitare che la lotta all’odio venga piegata a funzioni di censura e per chiarire meglio il perimetro tra antisemitismo e critica politica. 

VI. La fotografia finale: un test democratico in corso
Il caso Albanese è il laboratorio perfetto: si parte da un video contestato, si costruisce un’accusa, si chiede la testa della relatrice, e intanto la sostanza del suo lavoro viene spinta fuori campo. 
I ddl antisemitismo, se imboccano la scorciatoia dell’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, rischiano di diventare il secondo anello della stessa catena: dal fango alla norma, dalla pressione politica alla pressione giuridica.

Una democrazia degna di questo nome può fare entrambe le cose insieme, senza barare: combattere l’antisemitismo con fermezza e proteggere la libertà di critica, anche radicale, verso uno Stato e una ideologia. Se invece sceglie la confusione, allora non sta difendendo valori: sta costruendo un recinto.

Fonti essenziali
Reuters; UN Geneva Press Briefing (UNOG); Le Monde; El País; Amnesty International; Al Jazeera. 

Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

Quando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Francesco Coniglione su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

Dentro questa visione c’è un sottofondo teologico molto preciso, che Max Weber ha analizzato a suo tempo studiando il calvinismo: il successo materiale come segno della grazia, il fallimento come indizio di colpa o di indegnità. Tradotto in termini politici: chi sta in alto è legittimato a comandare; chi sta in basso è un gregge da governare, disciplinare, pacificare, all’occorrenza da reprimere. Non c’è interesse per le cause strutturali delle disuguaglianze, ma solo per la punizione degli “indisciplinati”.

Questa antropologia punitiva si sposa benissimo con l’idea di un esecutivo forte, poco controllato, libero di decidere chi è il “buon cittadino” e chi è il nemico interno: il povero “irregolare”, il migrante, il manifestante, lo studente che occupa, il lavoratore che sciopera “troppo”.

In questo schema, la magistratura indipendente è un corpo estraneo. Il pubblico ministero che indaga sui poteri forti non è un servitore dello Stato: è un disturbatore, uno che non ha “capito il suo posto”.

II. L’ombra lunga dei poteri opachi: affari, massoneria, mafie

Non possiamo fare finta che questa destra nasca oggi, dal nulla. Una parte importante del blocco che la sostiene affonda le radici in un’area di centrodestra affarista, massonica, intrecciata per decenni con zone grigie del potere economico, mediatico e, in alcuni casi, con l’universo delle mafie.

Qui non siamo nel terreno delle insinuazioni, ma dei fatti accertati:
1. Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, era iscritto alla loggia massonica P2 con la tessera n. 1816, come ricostruito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta.
2. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura decisiva nel legame tra il partito e certi ambienti economico-mediatici, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra fino agli anni Novanta. Questo elenco sarebbe molto più lungo, per ragioni di spazio rimando ad altri articoli scritti in passato, su queste persone, la maggior parte appartenenti a quell’area politica, oggi governativa.
3. Il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, documentato e smontato da un’altra Commissione parlamentare, disegnava già quarant’anni fa un progetto di controllo dei media, indebolimento del Parlamento, normalizzazione della magistratura, a uso e consumo di un blocco di potere economico e politico ristretto. Sulla loggia massonica Propaganda 2 si è veramente scritto tantissimo, ed atti passati in giudicato hanno appurato la contiguità a quel periodo di tentati golpe e stragi “di Stato”, dove pezzi di apparati di sicurezza statali, destra fascista eversiva, agivano insieme nel torbido, contro l’ordinamento democratico.

Quando oggi questa destra mette mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario senza avere un proprio pensiero organico sulla giustizia sociale, sulla sanità, sulla scuola, è chiaro che l’unico “manuale” disponibile resta quello: più potere all’esecutivo, meno spazi di controllo, meno conflitto, meno contropoteri.

Dentro questo scenario, la separazione delle carriere non è un ritocco tecnico: è un modo per togliere di mezzo il pubblico ministero come soggetto davvero autonomo, soprattutto quando indaga su colletti bianchi, comitati d’affari, reti massoniche, ceti politici in odore di mafia.

III. Il diritto penale del gregge: punire i deboli, proteggere i forti

Negli ultimi anni abbiamo visto costruirsi, decreto dopo decreto, quello che molti giuristi hanno chiamato “diritto penale dell’insicurezza”.

I tratti essenziali, al netto delle differenze, sono ormai chiari:
1. Verso il basso, un diritto penale del nemico: più reati, più aggravanti, pene sproporzionate per comportamenti che hanno a che fare con il disagio sociale, la protesta, la marginalità (dai rave agli imbrattamenti, fino alle azioni dei movimenti climatici), uso compulsivo dei decreti emergenziali come risposta a ogni allarme mediatico.
2. Verso l’alto, un diritto penale dell’amico: depenalizzazioni, allentamenti prescrizionali, trucchi procedurali che rendono la vita più facile a chi può permettersi grandi studi legali, ai colletti bianchi, alle grandi imprese, con una particolare attenzione a evitare che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri di comando.
3. In mezzo, uno Stato che offre tutele crescenti alle forze dell’ordine, anche quando emergono abusi, e che si abituata a pensare la sicurezza più come ordine pubblico che come sicurezza sociale.

È la traduzione giuridica dell’idea calvinista rovesciata in chiave politica: chi è “benedetto” dal successo economico è legittimato a fare quasi tutto; chi è povero, fragile, conflittuale è un problema da disciplinare.

Per governare un gregge, non serve la giustizia; bastano la paura e il codice penale. Ecco perché questo assetto ha bisogno di una magistratura meno autonoma, meno imprevedibile, più “affidabile” per chi governa.

IV. Chi vota Sì? La linea di faglia tra cittadini e impuniti

In questo contesto la domanda diventa brutale: chi ha davvero interesse a questa riforma?

Non credo sia una frase infelice o improvvisata quando, in incontri pubblici, magistrati che vivono ogni giorno il processo penale ricordano che questa riforma piace soprattutto a chi ha conti aperti con la giustizia: indagati eccellenti, imputati, condannati che sognano un sistema in cui il pubblico ministero sia meno libero di toccarli, meno vicino al giudice, più esposto alla pressione politica e disciplinare.

Se guardiamo alla storia recente, vediamo un filo rosso:
1. Ogni volta che le indagini hanno provato a scalfire l’impunità dei poteri forti, dai sindacalisti uccisi e mai vendicati in Sicilia, alle inchieste sulle stragi di Stato, fino a Mani Pulite, si è alzata una controffensiva politica e mediatica contro le “toghe politicizzate”.
2. Ogni volta che un processo ha sfiorato o coinvolto i vertici della politica e dell’imprenditoria, subito è partita la campagna contro gli “abusi” dei pubblici ministeri, contro l’“invasione di campo” della magistratura.
3. Ogni volta che si è parlato di riforma della giustizia da parte di questa area politica, al centro non c’era il cittadino comune, ma il problema di “limitare il potere dei giudici” e, soprattutto, dei PM.

Se metto insieme questi elementi, faccio fatica a immaginare che la riforma Meloni–Nordio sia nata per difendere il cittadino vittima o la persona fragile che aspetta un processo più equo. Sembra fatta su misura per chi non sopporta più l’idea di poter essere indagato senza controllo politico.

V. La scelta non è tecnica: è una scelta di campo

Il cuore del ragionamento, a questo punto, è molto semplice. La domanda non è:

“È più elegante, dal punto di vista dogmatico, un processo con carriere separate o un processo con PM e giudici nello stesso ordine?”

La domanda vera è:

“Io, con la mia storia, i miei valori, la mia idea di società, mi riconosco nel progetto di mondo che sta dietro questa riforma?”

Se guardo ai tratti fondamentali di questa maggioranza:
1. Filoatlantismo spinto fino all’allineamento acritico con la destra trumpiana e con i suoi modelli di “legge e ordine”, con un’idea di sovranità usata più per reprimere conflitti interni che per difendere i diritti sociali.
2. Visione autoritaria della sicurezza, che preferisce il manganello ai servizi sociali, l’inasprimento delle pene alla prevenzione, la retorica dei “nemici interni” a una seria politica di coesione.
3. Continuità con una tradizione di centrodestra che ha intrecciato poteri opachi, massoneria, affari e, in alcune sue componenti, rapporti con le mafie e con la criminalità organizzata.
4. Rancore strutturale verso la Costituzione antifascista, percepita come un freno: premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura sono tutte mosse nella stessa direzione, concentrare potere e ridurre contropoteri.

Allora so che NON posso affidare alla stessa mano anche la riscrittura delle regole del gioco giudiziario, tanto meno quelle che riguardano l’organo che deve indagare proprio sui poteri forti.

VI. Perché il NO è l’unica risposta coerente

Io non voto No perché penso che la magistratura italiana sia perfetta. Non lo è. Conosco bene corporativismi, immobilismi, storture, correntismi degenerati. So che esistono abusi e errori anche tra i pubblici ministeri.

Voto No perché questa riforma non nasce per correggere quegli abusi, ma per ridurre lo spazio di conflitto tra i poteri. Nasce per rendere più prevedibile e più controllabile il ruolo del pubblico ministero. Nasce per rassicurare chi teme indagini scomode, non chi aspetta giustizia.

Voto No perché non accetto l’idea calvinista di una società divisa tra “eletti” e “dannati”, tra vincenti che comandano e perdenti che devono solo obbedire. La giustizia repubblicana, con tutti i suoi limiti, è stata uno dei pochi strumenti con cui i cittadini comuni hanno potuto, a volte, bussare alla porta dei “signori sopra la legge”.

Voto No perché non voglio vivere in un Paese in cui la paura diventa programma di governo, il diritto penale diventa lingua ufficiale del potere e la Costituzione viene ritagliata addosso alle esigenze di chi, oggi, occupa Palazzo Chigi e, domani, potrebbe essere chiunque altro.

Voto No perché penso che la vera alternativa non sia tra “giudici buoni” e “giudici cattivi”, ma tra una Repubblica in cui i poteri si controllano a vicenda e una Repubblica in cui uno solo, l’esecutivo, decide chi deve avere paura e chi no.

Se condividiamo l’idea di una società più giusta, più eguale, più aperta, se pensiamo che la Costituzione antifascista sia ancora il nostro orizzonte, allora non possiamo limitarci a dubitare. Dobbiamo dirlo con chiarezza: a questo disegno di giustizia piegata al potere la nostra risposta è NO.

Fonti essenziali (selezione)

I.

Francesco Coniglione: Sì o No nel referendum, la risposta non è tecnica ma politica.
Di Francesco Coniglione, pubblicato il 13 febbraio 2026 su Volere la Luna.

Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia, 2026.
II. Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (sul nesso tra calvinismo, predestinazione e successo economico).
III. Atti e documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (in particolare sulla tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi e sul Piano di rinascita democratica).
IV. Sentenze della Corte di Cassazione sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (2014) e relative ricostruzioni giornalistiche.
V. Approfondimenti su riforma Meloni–Nordio, separazione delle carriere, doppio CSM e riforma disciplinare dei magistrati, con particolare riferimento al dibattito dottrinale e alle critiche di magistrati e costituzionalisti.

Generazione sotto assedio: come trasformare la rabbia in futuro e la solitudine in comunità

C’è una truffa che funziona meglio di tutte: convincere i giovani che il mondo com’è sia l’unico mondo possibile. È la truffa della guerra presentata come normalità, della violenza elevata a linguaggio pubblico, delle diseguaglianze spacciate per merito, del suprematismo capitalistico travestito da modernità. È la truffa più efficace perché non chiede adesione entusiasta: le basta l’abitudine. Le basta che si smetta di immaginare.

Eppure, se c’è un luogo dove l’abitudine non è mai stata davvero una casa, quel luogo è la giovinezza. Non per romanticismo, ma per condizione: chi vive un presente senza garanzie e un futuro senza promessa sviluppa una sensibilità particolare per la menzogna. Per questo, spesso, il conflitto generazionale non è un capriccio: è un verdetto. Non riguarda lo stile, ma la credibilità. Non riguarda i “modi”, ma la sostanza.

Qui si apre la domanda decisiva. Come si fa a rendere i giovani partecipi, senza ridurli a pubblico? Come si fa a farli autodeterminare, senza trasformare l’autonomia in una parola comoda da usare e impossibile da praticare?

La prima risposta è dura, ma liberante: non serve “includere” i giovani dentro cornici già decise. Serve che possano decidere la cornice. Perché la partecipazione, troppo spesso, è una poltrona in ultima fila in un teatro dove la sceneggiatura è già scritta. L’autodeterminazione, invece, è la possibilità di scrivere insieme la scena, di scegliere i personaggi, di cambiare la trama. Non è una concessione: è potere concreto.

C’è poi un equivoco che va dissolto. Quando esplode la rabbia giovanile, il mondo adulto tende a ridurla a problema di educazione o di ordine pubblico: “tornate nei ranghi”, “non è così che si protesta”, “dovete essere costruttivi”. Ma la rabbia non è un vizio morale. È spesso la forma grezza di una diagnosi: isolamento, esclusione, precarietà, umiliazione, mancanza di futuro. Non è solo povertà economica, è povertà di legami e di senso. È la sensazione di essere superflui in una società che pretende di essere meritocratica ma distribuisce possibilità come privilegi.

In questo vuoto, succedono due cose speculari. Da una parte, l’antagonismo rischia di diventare un gesto identitario, uno scontro fine a sé stesso: un modo per dire “esisto” quando ogni altra strada sembra chiusa. Dall’altra parte, la solidarietà rischia di ridursi a gesto buono e impotente, una compassione che consola chi la pratica ma non sposta i rapporti di forza. È proprio qui che si gioca la partita: ricomporre ciò che il sistema separa. Antagonismo e solidarietà non sono alternative, sono due polmoni della stessa lotta. Se ne manca uno, il respiro si spezza.

La trasformazione più difficile, allora, è questa: convertire la rabbia in progetto e la solidarietà in forza. Non significa addomesticare il conflitto, significa renderlo intelligente. Non significa spegnere l’indignazione, significa darle direzione. Perché il potere teme la rabbia solo finché è incontrollata; quando diventa organizzazione, quando diventa cultura, quando diventa comunità, allora diventa davvero pericolosa. Pericolosa nel senso più alto: capace di cambiare le cose.

Ma l’autodeterminazione non cresce nell’aria. Ha bisogno di condizioni materiali. E qui arriva il punto più concreto, quello che di solito viene ignorato da chi predica “partecipazione” senza mai sporcarsi le mani: servono spazi. Spazi fisici e spazi culturali.

Servono spazi fisici perché senza luoghi liberi, accessibili, non mercificati, la socialità viene compressa in due gabbie: consumo o solitudine. O ti ritrovi dove devi pagare per esistere, o ti ritrovi in una stanza dove l’unico mondo è uno schermo. Gli spazi fisici sono infrastrutture politiche: laboratori, circoli, case del popolo nuove, officine culturali, luoghi di studio e di creazione. Non sono un lusso per “fare aggregazione”: sono l’ossatura di una comunità che si educa da sé, che discute, che sperimenta, che costruisce.

Servono spazi culturali perché senza autonomia informativa l’immaginario resta colonizzato. Se i giovani vedono il mondo solo attraverso le lenti dei grandi media e degli algoritmi, la guerra diventa inevitabile, le diseguaglianze diventano naturali, la competizione diventa virtù, la povertà diventa colpa. L’autodeterminazione passa anche da una alfabetizzazione politica nuova: leggere il potere, riconoscere la propaganda, smontare le narrazioni che trasformano gli oppressi in colpevoli e i dominanti in amministratori “responsabili”.

Ed ecco che la partecipazione vera smette di essere un invito e diventa un processo. Un processo fatto di pratiche quotidiane che uniscono utilità sociale e coscienza politica, senza cadere né nel moralismo né nel velleitarismo.

Qui la strada non è un “modello” da imporre, ma alcune scelte nette che possono fare da bussola.

I) Autoformazione tra pari: non lezioni dall’alto, ma laboratori costruiti e guidati dai giovani, con strumenti reali per capire lavoro, precarietà, guerra, industria delle armi, ambiente, abitare, media, diritti.

II) Mutualismo che non si vergogna del conflitto: sportelli, reti di aiuto, casse di resistenza, doposcuola popolari, sostegno legale e sociale, pratiche che ricostruiscono legami e allo stesso tempo rendono visibile chi produce la sofferenza e chi la gestisce.

III) Regole condivise del dissenso: non per addomesticare la piazza, ma per proteggerla. Perché quando il conflitto si riduce a gesto individuale, spezza la massa, isola i più esposti, offre al potere il pretesto perfetto per reprimere.

IV) Autonomia comunicativa: canali, archivi, podcast, radio, giornalini, reti locali. Non per “fare marketing”, ma per sottrarre pezzi di realtà al monopolio della narrazione dominante.

A questo punto bisogna dire una verità che spesso viene taciuta: ogni volta che nascono spazi autonomi e pratiche collettive, prima o poi arrivano delegittimazione e repressione. In nome dell’ordine, della sicurezza, della decenza. È una costante storica: la società che predica libertà si irrigidisce appena qualcuno prova a esercitarla davvero, fuori dai recinti. Per questo l’autodeterminazione giovanile non ha bisogno di tutori, ma di alleati. Il ruolo del mondo adulto, quando vuole essere utile, non è guidare: è facilitare. Mettere a disposizione luoghi, competenze, coperture legali, reti, senza commissariare. Offrire infrastruttura, non paternalismo. E soprattutto: dare l’unico insegnamento che non suona falso, quello dell’esempio. Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

In fondo, la posta in gioco è più grande dei giovani stessi. Se una generazione viene consegnata al cinismo o alla disperazione, l’intera società scivola verso la guerra di tutti contro tutti: tra poveri, tra territori, tra identità ferite. Se invece quella generazione trova strumenti, spazi, cultura, comunità, allora il futuro non è più una promessa elettorale: diventa un cantiere reale.

Il potere contemporaneo ha un’abilità raffinata: non si limita a governare i corpi, prova a spegnere l’immaginazione. Per questo l’autodeterminazione è già una forma di resistenza. E la partecipazione vera non è entrare in un sistema: è smettere di accettare che quel sistema sia l’orizzonte definitivo.

Chi teme i giovani non teme la loro rabbia. Teme la loro possibilità. Teme che trasformino la solitudine in comunità e la paura in dignità. Teme che, invece di adattarsi al mondo che gli viene servito, decidano di costruirne uno diverso.

Fonti essenziali
Guido Viale, “Antagonismo e solidarietà” (documento).

Francesca Albanese sotto accusa: quando dire la verità diventa un reato politico

C’è un momento preciso, quasi chirurgico, in cui capisci che non stanno discutendo una frase: stanno processando una funzione. Quando una relatrice delle Nazioni Unite viene trascinata in un processo alle intenzioni per parole mai pronunciate e strumentalmente interpretate, non è solo una persona a finire sotto tiro. È l’idea stessa che il diritto internazionale possa nominare i fatti, chiamare le responsabilità per nome, disturbare i potenti senza essere punito.

Il caso che investe Francesca Albanese non nasce da un refuso, né da una disputa accademica sul linguaggio. È una storia politica, con un innesco istituzionale chiaro e una traiettoria ancora più chiara: trasformare una denuncia in colpa, una critica in “odio”, un mandato ONU in un bersaglio da abbattere.

Dove parte davvero l’attacco: l’Assemblea nazionale come grilletto

Il punto di partenza è il forum di Doha del 7 febbraio 2026, organizzato da Al Jazeera, dove Albanese interviene con un videomessaggio. Nei giorni successivi, però, l’offensiva prende forma in Francia non sui social, ma nei palazzi.

Il 10 febbraio, la deputata Caroline Yadan e altri parlamentari francesi chiedono apertamente la rimozione della relatrice. Non è un dettaglio: è l’anticamera politica che prepara il terreno alla legittimazione governativa. La richiesta viene incastonata in un’accusa pesante, progettata per fare presa: si parla di “retorica demonizzatrice” e si spinge l’interpretazione fino a insinuare radici antisemite. 

L’11 febbraio, il passaggio di livello avviene nel luogo che conta: l’Assemblea nazionale. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot interviene in Parlamento, definisce le parole di Albanese “oltraggiose e irresponsabili” e sostiene che non avrebbero preso di mira il governo israeliano, ma “Israele come popolo e come nazione”. Annuncia inoltre che la Francia porterà la richiesta di dimissioni il 23 febbraio davanti al Consiglio dei diritti umani ONU. 

Questa sequenza è decisiva: prima la miccia parlamentare, poi la consacrazione governativa, infine l’atto formale in sede ONU. È così che un attacco mediatico diventa un caso diplomatico.

La frase contesa e la manipolazione del senso

Qui sta il nodo, prima ancora che linguistico: Francesca Albanese contesta di aver mai detto che “Israele è il nemico dell’umanità”. Il suo ragionamento, come riportato e poi chiarito pubblicamente, ruota su un’altra formula: il “nemico comune” non sarebbe un popolo, ma un sistema di complicità che rende possibile ciò che lei denuncia, fatto di coperture politiche, sostegno economico e finanziario, armi, e dispositivi tecnologici e comunicativi capaci di oscurare e normalizzare. 

La differenza è enorme, e proprio per questo viene schiacciata. Perché un conto è criticare un apparato di potere, un conto è colpire un’identità collettiva. Se trasformi la prima cosa nella seconda, hai già vinto: non devi più rispondere nel merito, devi solo invocare la scomunica.

Il riverbero italiano: UCEI e Lega, la stessa logica dell’espulsione

Come spesso accade, quando un Paese “autorevole” apre la strada, l’eco si propaga. In Italia interviene l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con parole durissime, e la Lega annuncia una risoluzione che si unisce alla richiesta di dimissioni, sostenendo che chi parla in quei termini “fomenta sospetti” di antisemitismo e non sarebbe “super partes”. 

Il punto non è elencare le reazioni, ma coglierne la forma. La forma è sempre la stessa: non si entra nel merito delle denunce, si mette sotto processo la legittimità di chi denuncia.

La delegittimazione in tre mosse: come si fabbrica un bersaglio

Questo tipo di attacco funziona perché è una procedura, non un impulso.

I) Si sposta il fuoco dal contenuto al tono. La sostanza svanisce: non si discute ciò che viene denunciato, ma come viene detto, con l’obiettivo di rendere il linguaggio più scandaloso del fatto.

II) Si applica un marchio morale totalizzante. “Antisemita” diventa una parola-chiavistello: non serve a comprendere, serve a espellere. Chi la riceve non va confutato, va rimosso.

III) Si costruisce l’incompatibilità con il ruolo. La relatrice non è più una giurista con un mandato: diventa “un’attivista”. E quando la categoria cambia, la conclusione è automatica: dimissioni.

È una macchina che produce intimidazione. Non solo verso Albanese, ma verso chiunque, domani, vorrà usare il diritto internazionale come lente e non come cerimonia.

Perché i Relatori Speciali danno fastidio: indipendenti per definizione

Qui bisogna ricordare un fatto semplice, spesso cancellato dal rumore: le Special Procedures del Consiglio ONU per i diritti umani sono mandati affidati a esperti indipendenti, incaricati di monitorare, documentare e riferire pubblicamente. Il loro compito non è piacere agli Stati, ma mettere a verbale ciò che emerge dalle fonti e dalle verifiche, chiedere accesso, sollecitare cooperazione. 

Francesca Albanese è la Relatrice speciale per i territori palestinesi occupati dal 1967. Il suo mandato ha una ragion d’essere precisa: osservare e riferire, anche quando ciò che riferisce è scomodo. Se ogni parola che disturba viene trasformata in reato d’opinione, allora non resta un mandato: resta un ruolo ornamentale, buono per le foto e inutile per la verità.

Il precedente che pesa: quando la critica diventa punizione

Chi guarda questa vicenda come un episodio isolato sbaglia bersaglio. La pressione sui mandati ONU, quando toccano nervi scoperti, è diventata negli anni una pratica sistemica. Nel caso di Albanese, il contesto recente è già segnato da attacchi e tentativi di delegittimazione che mirano a svuotare la funzione stessa del relatore: non “controllo democratico”, ma neutralizzazione preventiva.

Quando la politica passa dalla critica alla punizione, il messaggio è sempre identico: “Se continui, paghi”. E quel messaggio, di solito, non è indirizzato a una sola persona.

L’accusa come clava: il danno doppio

C’è un danno doppio, e andrebbe detto senza paura.

Il primo danno colpisce la lotta reale contro l’antisemitismo. Se tutto diventa antisemitismo, la parola perde precisione, si trasforma in arma politica e finisce per banalizzare ciò che invece va riconosciuto e contrastato con rigore.

Il secondo danno colpisce la libertà del discorso pubblico. La critica a uno Stato e alle sue politiche viene riscritta come attacco identitario. È una scorciatoia pericolosa: sostituisce i fatti con le appartenenze, il merito con l’anatema.

Ed è qui che il caso Albanese diventa più grande di Albanese: perché riguarda la possibilità stessa di parlare dei fatti senza essere trascinati davanti a un tribunale morale.

La posta in gioco: o faro o lampione decorativo

Alla fine il discrimine è semplice.

O si accetta che un Relatore speciale possa essere rimosso perché un governo giudica “oltraggiose” parole, mal interpretate è strumentalizzate, che denunciano un sistema di complicità.

Oppure si difende un principio: questi mandati esistono proprio per dire ciò che gli Stati non vogliono sentirsi dire.

Se passa l’idea che basti un’etichetta morale, amplificata da una dinamica parlamentare e trasformata in iniziativa diplomatica, per far saltare un incarico ONU, allora domani qualunque relatore potrà essere neutralizzato allo stesso modo, su qualunque dossier scomodo. Il diritto internazionale, da faro, diventerà un lampione decorativo: acceso per scena, spento quando serve davvero.

Fonti

Sky TG24, “La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese…” (11 febbraio 2026). 
Avvenire, “Israele, le parole di Francesca Albanese aprono un caso diplomatico e politico” (11 febbraio 2026). 
ANSA, “C’è un nemico comune dell’umanità: le parole sotto accusa…” (11 febbraio 2026). 
Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della sequenza Yadan–Barrot e richiesta di dimissioni (11 febbraio 2026). 
Quotidiano.net, riferimento alla lettera di circa quaranta deputati macroniani e alla richiesta di iniziativa formale (11 febbraio 2026). 
Domani, dichiarazioni di Barrot all’Assemblea nazionale e richiesta al Consiglio ONU (11 febbraio 2026). 
Swissinfo (Keystone-ATS), dichiarazioni di Barrot e data del 23 febbraio (11 febbraio 2026). 

La cura non è volontariato: riconoscere i caregiver familiari come lavoratori è un diritto

C’è un lavoro che regge in silenzio l’Italia, eppure resta fuori dai contratti, fuori dalle buste paga, spesso perfino fuori dallo sguardo pubblico. È il lavoro di chi assiste un familiare non autosufficiente in casa, ogni giorno, senza turni, senza ferie, senza “fine giornata”. Un lavoro che non somiglia a un gesto occasionale di generosità: è una funzione sociale essenziale. E proprio per questo non può essere trattato come un privilegio da concedere, ma come un diritto da riconoscere.

In queste ore una petizione online ha superato le 8.000 firme chiedendo una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: chi presta assistenza familiare h24, in convivenza, va riconosciuto come lavoratore. Non come “angelo”, non come “eroe”, non come figura romantica da celebrare e poi abbandonare. Come lavoratore, con tutele, contributi previdenziali, sostegni concreti e servizi che impediscano la caduta libera nella povertà e nell’isolamento. 

I) Il paradosso italiano: cura totale, diritti minimi
Il paradosso è crudele: più la cura è totale, più diventa invisibile. Quando l’assistenza è davvero h24, la persona che si prende cura spesso non può mantenere un impiego stabile. E quando il lavoro “fuori” scompare, non resta solo il vuoto del reddito: resta il buco dei contributi, il futuro pensionistico cancellato, la marginalità sociale che avanza a piccoli passi, un modulo alla volta.

La petizione nasce proprio da questa frattura: non basta “riconoscere il valore morale” della cura. Servono strumenti che la rendano sostenibile. Perché la cura continua non è compatibile con un sistema che finge che chi assiste possa, nello stesso tempo, essere un lavoratore pieno, un cittadino pieno, una persona piena. 

II) I numeri della cura sommersa: non è una nicchia
Si parla spesso di caregiver come se fossero una minoranza ristretta. Non è così. Stime ricorrenti basate su dati Istat indicano circa 7 milioni di persone coinvolte nella cura familiare, con una prevalenza femminile attorno al 60%. 

E a livello europeo il fenomeno è ancora più chiaro: Eurofound riporta che una quota enorme della popolazione UE fornisce cure non retribuite, e che una parte significativa si trova a gestire più responsabilità di cura contemporaneamente. 
In più, la dimensione di genere è strutturale: le donne costituiscono la maggioranza dei caregiver informali e la differenza si allarga nelle età centrali della vita, proprio quando lavoro e famiglia si incastrano come una morsa. 

Questo significa una cosa: non siamo davanti a “casi individuali”. Siamo davanti a una questione sociale, economica e democratica. Se milioni di persone reggono sulle proprie spalle un pezzo di welfare, allora quel pezzo non può poggiare sull’improvvisazione e sulla solitudine.

III) Il punto decisivo: lavoro di cura significa valore economico e previdenziale
Dire “riconosciamoli come lavoratori” non è una formula ideologica. È la traduzione pratica di un fatto: quel lavoro produce valore. Riduce ricoveri, alleggerisce servizi, evita costi pubblici enormi. Eppure oggi, troppo spesso, viene pagato in una moneta ingiusta: stanchezza cronica, impoverimento, rinuncia alla vita sociale, rischio di burnout, depressione, isolamento.

Riconoscere questo lavoro significa almeno tre cose, molto concrete:

I. Contributi previdenziali e tutela del futuro: perché la cura non può trasformarsi in una condanna a una vecchiaia povera.
II. Protezione del reddito e misure stabili: non “bonus”, non elemosine, ma strumenti che permettano di vivere.
III. Servizi reali: supporto psicologico, sollievo, orientamento burocratico, presa in carico non solo della persona fragile ma anche di chi la assiste.

IV) Il ddl approvato dal Governo: un passo che rischia di non bastare
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, presentandolo come una cornice organica di riconoscimento e tutela. 
Diverse analisi riportano che il testo prevede tutele “differenziate” e anche un contributo economico (in alcune ricostruzioni fino a 400 euro mensili, con criteri e platee specifiche). 

Ma qui sta il nodo politico: se la legge non affronta fino in fondo il riconoscimento della cura h24 come lavoro, resta una risposta parziale. Perché la questione non è solo “aiutare”: è dare dignità giuridica e sociale a un’attività che, nei fatti, sostituisce turni di assistenza professionale.

E attenzione: esistono già istituti come il congedo straordinario per assistenza a familiari con disabilità grave, ma sono strumenti legati alla condizione di lavoratore dipendente e non risolvono il caso tipico della cura totale che porta ad abbandonare o perdere il lavoro. 

V) Diritto, non favore: la Costituzione sta dalla parte della cura
Se lo Stato scarica il peso della non autosufficienza sulle famiglie, allora deve riconoscere che quella cura è parte del patto sociale. Non è un “di più” richiesto al singolo: è un pezzo di welfare che viene svolto a domicilio.

C’è un principio semplice da difendere con fermezza: la dignità non si mendica. La cura non può essere una trappola che ti costringe a scegliere tra l’amore per un familiare fragile e la tua sopravvivenza economica. Se la società si regge su quel lavoro, allora quel lavoro deve avere cittadinanza piena: tutele, contributi, supporti, diritti esigibili.

Per questo l’appello delle firme non è una richiesta corporativa. È una richiesta di civiltà.

Fonti essenziali
Petizione su IoScelgo 
Articolo e ricostruzione del tema 
Comunicato del Governo sul ddl caregiver (12 gennaio 2026) 
Dati e contesto su caregiver e cura non retribuita 

Link alla petizione
https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore/

Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo

La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa è sempre la stessa, ma l’aria è diversa: è più difficile respirare, è più facile avere paura, è più comodo obbedire.

Il cuore della regressione sta qui: la democrazia non viene negata, viene riscritta per funzionare anche senza diritti effettivi. Si conserva l’involucro, si svuota la sostanza. Le elezioni restano, ma diventano un rituale dentro un ecosistema mediatico deformato e un apparato istituzionale che punisce i contropoteri. Le libertà formali restano, ma scivolano nella pratica quotidiana, dove la persona comune impara che parlare costa, manifestare rischia, aiutare può diventare reato morale.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato. Non perché un solo leader abbia inventato tutto, ma perché alcuni governi hanno deciso di trasformare l’eccezione in normalità, e la forza in un criterio di verità. Un rapporto recente descrive il fenomeno con un’immagine netta: secondo alcuni indicatori la democrazia globale sarebbe tornata ai livelli del 1985, con circa il 72% della popolazione mondiale che vive sotto regimi autocratici. E non parla solo di Russia o Cina: include anche gli Stati Uniti come parte del quadro di deterioramento. Il punto politico non è la classifica, è il segnale: l’idea stessa di “diritti” sta perdendo terreno davanti all’idea di “potere”.

Quando i diritti arretrano, non arretra soltanto la libertà. Arretra la possibilità di riconoscere la realtà. È qui che la regressione diventa davvero pericolosa: non si limita a colpire chi protesta, colpisce la percezione collettiva. Introduce un nuovo senso comune: se sei vulnerabile, è colpa tua; se chiedi tutele, sei un peso; se denunci i crimini, sei un estremista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo; se metti in discussione la guerra, sei un traditore. Così la democrazia si riduce a una parola decorativa, buona per i discorsi ufficiali e inutile nella vita reale.

Il laboratorio della paura

La paura è l’infrastruttura politica più economica e più redditizia. Costa meno della sanità, rende più della scuola, funziona meglio del lavoro stabile. La paura crea cittadini soli, e la solitudine crea sudditi. In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa un dispositivo perfetto: produce un nemico immediato, visibile, vulnerabile. Si sposta l’ansia sociale su un bersaglio e si costruisce un consenso disciplinare: “o con noi o con il caos”.

Le politiche e la retorica securitaria trasformano la frontiera in una scena permanente. La promessa è sempre la stessa: protezione. Il risultato, spesso, è un allargamento dell’arbitrio. Il salto di qualità arriva quando la violenza non è più un eccesso, ma una prassi: operazioni spettacolari, detenzioni degradanti, deportazioni rapide, controllo aggressivo. E quando qualcuno protesta, lo si definisce “terrorista”, “sovversivo”, “minaccia”.

Qui il dettaglio giuridico è rivelatore: l’uso di una legge del 1798, pensata per tempi di guerra, per deportazioni e rimozioni accelerate. È un segnale culturale prima ancora che legale: quando si riesuma l’archivio dell’eccezione per governare il presente, significa che lo Stato si sta abituando a non giustificare più le sue scelte con la legalità ordinaria. Significa che la politica non cerca consenso con i diritti, lo cerca con lo shock.

Il messaggio implicito è brutale: la persona può essere spostata come un pacco, senza che la sua storia conti. E quando un essere umano diventa spostabile, anche i diritti di chi oggi si sente al sicuro diventano negoziabili. È sempre così: prima tocca agli ultimi, poi si allarga.

La guerra contro le regole

C’è una contraddizione che definisce il tempo che viviamo: si invoca l’“ordine basato sulle regole” e intanto si colpiscono le istituzioni che incarnano quelle regole. Il diritto internazionale, che dovrebbe essere l’argine contro i crimini e gli abusi, viene trattato come un ostacolo geopolitico. E quando un tribunale internazionale prova ad avvicinarsi ai potenti, la reazione non è la difesa nel merito, ma la punizione dell’istituzione stessa.

Il salto di qualità è arrivato con le sanzioni: non contro un paese, ma contro giudici, procuratori, funzionari e perfino figure delle Nazioni Unite. Sanzioni impostate con lo stesso linguaggio e la stessa meccanica usata per i terroristi e i narcotrafficanti, come se difendere i diritti umani fosse una forma di ostilità verso lo Stato. Questa è una svolta storica: perché non è più soltanto un conflitto tra diplomazie. È una guerra preventiva contro l’idea che esista un limite giuridico universale.

Qui non si parla più solo di geopolitica. Si parla di antropologia del potere: se la giustizia internazionale viene piegata a colpi di sanzioni, allora la violenza torna a essere il criterio ultimo. E se la violenza diventa criterio, la democrazia non regge, perché la democrazia vive di limiti, non di prepotenze.

L’ipocrisia come sistema

La regressione democratica non avrebbe successo senza una cosa: la menzogna organizzata. Non la bugia occasionale, ma un ecosistema intero di narrazioni che rovesciano i fatti e addestrano le persone a non fidarsi più dei propri occhi.

È un metodo antico, modernizzato dalla tecnologia. Oggi la propaganda non deve convincere tutti: le basta confondere abbastanza. Non deve produrre verità: le basta produrre rumore. Non deve censurare tutto: le basta rendere tutto “controverso”. Così ogni crimine diventa opinione, ogni prova diventa tifo, ogni strage diventa “complessità”, ogni vittima diventa statistica.

Il doppio standard è il cardine morale di questo sistema.

I) La violenza degli “alleati” è sempre un errore, una necessità, una “reazione”.
II) La violenza dei “nemici” è sempre barbarie, terrorismo, minaccia alla civiltà.
III) Le vittime “giuste” ricevono empatia e telecamere. Le vittime “sbagliate” ricevono silenzi e sospetti.
IV) Chi denuncia i crimini dei potenti viene dipinto come radicale, antinazionale, complice.

Questa asimmetria morale non è un dettaglio: è il collante che tiene insieme la regressione. Perché se la morale diventa selettiva, la legge diventa selettiva. E quando la legge è selettiva, la democrazia è già in fase terminale: resta in piedi solo la facciata.

La cartina di tornasole: Palestina e la gerarchia delle vittime

Nessun tema ha mostrato con altrettanta chiarezza la crisi morale dell’Occidente come la tragedia palestinese. Non serve nemmeno discutere di retoriche: basta osservare la sproporzione tra parole e azioni, tra indignazione e complicità, tra “valori” dichiarati e realtà praticata.

Il punto è semplice e terribile: se si accetta che un popolo possa essere punito collettivamente, bombardato, affamato, espulso, e nello stesso tempo si colpiscono i meccanismi internazionali che provano a giudicare i crimini, allora si sta dicendo al mondo che esistono esseri umani di serie A e di serie B. E quando questa gerarchia diventa “normale”, la democrazia globale scivola in un’epoca coloniale mascherata da modernità.

Un ordine internazionale fondato su questa gerarchia non è un ordine: è un dominio.

L’Europa: autonomia proclamata, dipendenza praticata

L’Europa vive un paradosso che la indebolisce e la espone. Da un lato rivendica “valori” e “diritti”. Dall’altro accetta una subordinazione politica, militare ed energetica che riduce quei valori a carta intestata. È una condizione che produce due effetti tossici:

I) All’esterno, l’Europa appare incoerente: predica diritti universali, ma li applica a geometria variabile.
II) All’interno, l’Europa alimenta frustrazione sociale: chiede sacrifici, ma non offre protezione; chiede disciplina, ma non restituisce futuro.

In questo vuoto cresce l’autoritarismo: perché quando la democrazia non garantisce più sicurezza sociale, la “sicurezza” viene sostituita con il manganello e con il capro espiatorio. Ed è qui che le destre, e non solo le destre, trovano terreno fertile: promettono ordine perché il sistema ha smesso di promettere giustizia.

La regressione è una tecnica: ecco come funziona

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare una sequenza ricorrente.

I) Si crea un’emergenza permanente.
II) Si introduce un linguaggio morale che giustifica l’eccezione.
III) Si colpiscono i corpi intermedi: ONG, sindacati, università, magistrature, stampa.
IV) Si restringono gli spazi di dissenso: norme, prassi, repressione, criminalizzazione.
V) Si sostituisce la cittadinanza con il sospetto: alcuni sono “veri”, altri sono “ospiti”, “nemici”, “parassiti”.
VI) Si trasforma la verità in un campo di battaglia, non in un terreno comune.

Quando questo processo è compiuto, la democrazia resta solo come teatro. Il potere non ha più bisogno di convincere: gli basta gestire la paura e impedire l’organizzazione collettiva.

La via d’uscita: ricostruire sostanza, non nostalgia

Denunciare è necessario, ma non basta. Perché la regressione non si combatte con un ricordo romantico della democrazia. Si combatte ricostruendo la materia concreta che rende la democrazia desiderabile e difendibile.

I) Verità pubblica come bene comune
Serve un ecosistema informativo pluralista, indipendente, capace di rompere la saturazione e smontare la propaganda. Non per “vincere una polemica”, ma per restituire ai cittadini un terreno comune di realtà. Quando la realtà sparisce, la politica diventa una lotta tra tribù guidate dall’odio.

II) Diritti sociali come argine democratico
Sanità, scuola, lavoro stabile, casa, welfare territoriale non sono capitoli di bilancio: sono dispositivi di libertà. Senza protezione sociale, le persone cercano protezione autoritaria. È una legge storica. Dove cresce la precarietà, cresce la disponibilità a cedere diritti in cambio di promesse di ordine.

III) Diritto internazionale senza ipocrisie
O si difendono le regole anche quando colpiscono gli alleati, oppure non si difendono affatto. Se la giustizia internazionale viene intimidita e sanzionata, la risposta non può essere il silenzio diplomatico. Il silenzio è complicità strutturale: rende la regressione un nuovo standard.

IV) Diritto di protesta come termometro democratico
Una società che punisce la protesta sta punendo il futuro. La violenza va isolata e perseguita, sempre, ma senza trasformare il dissenso in una minaccia ontologica. Se pochi episodi diventano pretesto per restringere libertà collettive, la democrazia entra in modalità di auto-sabotaggio.

V) Alleanze civiche e politiche, dentro e oltre i confini
La risposta più efficace all’ondata autoritaria non è l’individuo eroico. È la rete: associazioni, amministrazioni locali, sindacati, movimenti, giuristi, giornalisti, scuole, comunità. È una sfida generazionale: o si ricostruiscono comunità politiche capaci di proteggere diritti e verità, oppure la regressione continuerà a sembrare inevitabile.

Conclusione: la sovranità vera è mentale

La regressione democratica si alimenta di una resa invisibile: l’abitudine alla menzogna. Quando ci si abitua, tutto diventa normale. La guerra diventa normalità. L’ingiustizia diventa paesaggio. La povertà diventa colpa. La repressione diventa “sicurezza”. E la democrazia diventa un’insegna luminosa sopra un edificio vuoto.

La prima riconquista è mentale: rifiutare l’anestesia. Rifiutare la gerarchia delle vittime. Rifiutare il doppio standard. Rifiutare l’idea che la legge valga solo per i deboli. E poi, con questa lucidità, fare ciò che il potere teme davvero: organizzare la speranza in forme concrete, sociali, collettive, durature.

Perché la democrazia non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde la verità, la solidarietà e il coraggio di guardare in faccia i propri crimini. E se vogliamo impedire che le lancette tornino indietro ancora, non basta indignarsi: bisogna ricostruire, pezzo per pezzo, i pilastri della dignità.

Fonti essenziali (per archivio)

I) Human Rights Watch, World Report 2026, sezione di sintesi sul “democratic recession” e indicatori 1985/72% autocracy.
II) The Guardian, 4 febbraio 2026, ricostruzione del report HRW e contesto sulla “democratic recession”.
III) Reuters, 6 febbraio 2026, inchiesta sulle sanzioni “terrorist-grade” contro personale ICC e una relatrice ONU.
IV) U.S. Supreme Court, 7 aprile 2025, Trump v. J.G.G., contesto e limiti procedurali sull’uso dell’Alien Enemies Act (PDF).
V) U.S. Treasury (OFAC), 13 febbraio 2025, annuncio ufficiale su E.O. 14203 e designazioni ICC-related.

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Torino come pretesto: la giustizia trasformata in propaganda e la piazza messa sotto accusa

C’è una destra che non discute, non argomenta, non spiega. Incendia. Prende un fatto di cronaca, lo riduce a slogan, lo incolla a un referendum e pretende che il Paese voti seguendo la rabbia, non la ragione. È quello che sta accadendo con gli scontri di Torino e con la campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia: una scorciatoia comunicativa che punta a un solo obiettivo, costruire consenso attraverso paura e semplificazione.

Il punto è semplice: la scarcerazione con obbligo di firma e la scelta dei domiciliari non sono “scempi”, non sono cedimenti dello Stato, non sono un favore politico. Sono il funzionamento ordinario delle regole processuali, applicate da un giudice sulla base di presupposti di legge. Chi grida allo scandalo lo sa benissimo. E se non lo sa, allora non dovrebbe avere la responsabilità di guidare il dibattito pubblico su una riforma costituzionale.

I. La prima menzogna: far credere che la riforma “impedirà le scarcerazioni”

Nel caso di Torino, la procura aveva chiesto una misura cautelare più severa; il giudice per le indagini preliminari ha valutato diversamente e ha disposto per due indagati l’obbligo di firma e per un terzo i domiciliari. È un fatto normale: l’accusa chiede, il giudice decide. È esattamente così che deve funzionare uno Stato di diritto, perché la misura cautelare non è una punizione anticipata e non può diventare un messaggio politico. 

La propaganda, invece, racconta una favola: con la riforma e con la separazione delle carriere “queste cose non succederanno più”. Ma le misure cautelari si decidono oggi come domani con gli stessi criteri: gravi indizi, esigenze cautelari attuali, proporzionalità, scelta della misura meno afflittiva tra quelle idonee. È scritto nel codice, non in un post social. 

Quindi dov’è la norma miracolosa che trasforma il processo in un automatismo repressivo? Non c’è. Perché non può esserci senza abbattere l’impianto delle garanzie.

II. La seconda menzogna: confondere “giustizia” con “carcere preventivo”

Quando la destra dice “scempio”, in realtà non sta difendendo la legalità: sta proponendo l’idea che l’unico modo per rassicurare l’opinione pubblica sia la custodia in carcere, subito, comunque, a prescindere. Ma questo è l’opposto della presunzione di innocenza. E soprattutto è un cortocircuito con le stesse posizioni che, a fasi alterne, lo stesso ministro Nordio ha sostenuto sulla necessità di limitare l’abuso della carcerazione preventiva.

Il messaggio implicito è pericoloso: se non li metti in carcere sei “complice”, se applichi una misura non afflittiva sei “ideologico”, se rispetti la gradualità prevista dalla legge sei “contro lo Stato”. È una pedagogia autoritaria mascherata da ordine pubblico.

III. L’incompetenza (o la malafede): vendere come “riforma” ciò che è già legge

Il passaggio più rivelatore non è la durezza dei toni. È la superficialità spacciata per certezza: “Con il Sì non accadrà più”. Chiunque conosca la materia sa che la scelta delle misure cautelari non dipende dalla carriera del magistrato ma dai criteri del codice e dal controllo del giudice. L’articolo 275 del codice di procedura penale impone proporzionalità e adeguatezza; e la dottrina e la giurisprudenza discutono da anni proprio di questi limiti, non di “pugno duro” come slogan elettorale. 

Se un parlamentare confonde questi piani, sta chiedendo al Paese un salto nel buio. Se non li confonde, sta manipolando deliberatamente.

IV. Il progetto reale: mettere la piazza sotto tutela e piegare la giustizia al racconto del potere

Torino diventa un pretesto perché permette due operazioni politiche insieme.

La prima: delegittimare chi sostiene il No, trasformandolo in una caricatura morale. Chi vota No viene dipinto come alleato dei violenti, come nemico del diritto, come complice dell’impunità. È una tecnica antica: non si risponde alle ragioni, si infanga la posizione.

La seconda: costruire un clima in cui la piazza è un problema e il dissenso è una minaccia. Si sposta tutto sul terreno dell’ordine pubblico, e intanto si prepara l’idea che, in nome di pochi infiltrati o di episodi violenti, si possano restringere spazi, comprimere libertà, irrigidire le risposte dello Stato. Il “paravento” funziona sempre così: si prende una parte, la si usa per colpire il tutto.

Ma uno Stato serio fa il contrario: individua i responsabili degli atti violenti e li persegue, senza trasformare un episodio in un alibi per un controllo permanente.

V. Il punto decisivo: il referendum sta diventando un dovere civico, e il No è una difesa della democrazia

A questo punto va detto con chiarezza: partecipare al referendum non è un gesto neutro, sta diventando un dovere civico. Perché questa maggioranza non sta provando a migliorare la giustizia per i cittadini, sta cercando di migliorarla per chi governa: per rendere più controllabile l’equilibrio dei poteri, per spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla tutela del potere, per costruire un sistema in cui la narrazione politica pretende di dettare la misura delle decisioni giudiziarie.

È in questa cornice che l’appello a votare No acquista il suo senso pieno: non come appartenenza, ma come difesa degli argini democratici.

VI. La verità che la propaganda rimuove: i bisogni del popolo sono altrove, e la “giustizia show” serve a coprirli

Mentre si gonfia il caso Torino come se fosse il cuore del Paese, la vita reale racconta altro: stagnazione economica, lavoro precario, futuro negato a intere generazioni, istruzione impoverita, sanità pubblica spinta verso una privatizzazione di fatto, dove chi ha risorse compra cure e tempi, e chi non le ha aspetta o rinuncia.

In questo scenario, la riforma agitata come urgenza nazionale diventa un diversivo potente: spostare l’attenzione dalle condizioni materiali di vita, dai salari, dagli affitti, dai servizi pubblici, e trascinare il Paese dentro una guerra culturale contro “toghe”, “garantismi selettivi” e “piazze pericolose”.

È un disegno politico riconoscibile: reprimere per governare, reprimere per proteggere interessi, reprimere per continuare a fare affari a spese del popolo. E non è un fenomeno isolato: si inserisce in una tendenza più ampia, occidentale, dove la risposta alla crisi sociale non è più la redistribuzione, ma il controllo. Dove si restringono libertà in nome dell’ordine, mentre si lascia crescere l’ingiustizia in nome del mercato.

Aprire gli occhi oggi significa non cadere nella trappola. Significa non lasciare che Torino diventi il grimaldello per riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato e ridurre lo spazio del dissenso. Significa capire che lo “scempio” non è l’obbligo di firma deciso da un gip nel rispetto della legge. Lo scempio è trasformare la giustizia in propaganda e la paura in programma politico.

Per questo il No non è un capriccio. È una linea di difesa.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino, 4 febbraio 2026. 

Corriere della Sera Torino, decisioni del gip su domiciliari e obbligo di firma (caso Askatasuna), 4 febbraio 2026. 

ANSA, aggiornamenti sugli scontri e sulle misure cautelari a Torino, 4 febbraio 2026. 

RaiNews TGR Piemonte, riepilogo sulle misure cautelari e sul caso Calista, 4 febbraio 2026. 

Codice di procedura penale, art. 275, criteri di scelta delle misure cautelari. 

Sistema Penale, contributi su misure cautelari e principio di proporzionalità. 

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.