I. Il linguaggio come arma
Esiste un livello al quale le parole smettono di essere semplici opinioni e diventano atti politici con conseguenze istituzionali misurabili. Carlo Nordio, Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, ha attraversato quel livello il 15 febbraio 2026, quando ha accostato il Consiglio Superiore della Magistratura — organo di rilievo costituzionale previsto dall’articolo 104 della Carta — al metodo para-mafioso. Non si trattava di una provocazione da talk-show né di un’esternazione a caldo: era la voce istituzionale del guardasigilli che demoliva, con vocabolario criminale, un pilastro dell’architettura democratica che egli stesso è chiamato a presidiare.
Il termine “mafioso”, nella cultura giuridica e nel senso comune italiano, non è un aggettivo neutro. È una categoria penale, un marchio d’infamia, la sintesi di decenni di sangue versato da magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini che hanno combattuto le organizzazioni criminali a costo della vita. Applicarlo — fosse pure nella forma attenuata del prefisso “para” — a un organo costituzionale significa compiere un atto di delegittimazione sistemica che va ben oltre il disaccordo politico.
II. Gratteri: il magistrato che i boss vogliono morto
Per comprendere l’ironia feroce di questa vicenda, è necessario partire da un’intercettazione ambientale registrata a Siderno nell’agosto 2024, ora acquisita agli atti del provvedimento di fermo emesso dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti di esponenti della cosca Commisso. Frank Albanese, elemento di spicco della ’ndrangheta italo-americana e punto di raccordo tra la Locride e le sue diramazioni nel Nord America, parla con uno zio. Il tema è Nicola Gratteri.
“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro.”
“Nicola Gratteri?”
“Il peggiore che abbiamo.”
“È ancora vivo o morto?”
“No, è ancora vivo.”
Questa conversazione — fredda, valutativa, inquietante nella sua domesticità — è il certificato più autentico del valore del lavoro di Gratteri. La ’ndrangheta non si esprime in questi termini per i magistrati che la turbano blandamente. Lo fa per quelli che la distruggono: Falcone e Borsellino insegnano, tragicamente. Il procuratore di Napoli ha trascorso decenni a Reggio Calabria e Locri accumulando processi, condanne, anni di carcere inflitti a boss e gregari. I clan lo sanno. I clan lo misurano. E lo trovano pericoloso come i giudici che la mafia ha già ucciso.
Mentre i boss intercettati si chiedevano se Gratteri fosse “ancora vivo”, il Ministro della Giustizia chiedeva per lui i test psicoattitudinali, e deputati della maggioranza minacciavano interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari. La coincidenza di obiettivi — tra la criminalità organizzata e una parte del potere politico — non richiede l’attribuzione di responsabilità condivise, ma esige quantomeno una riflessione pubblica sul perché le stesse persone finiscano nel mirino di mondi così distanti.
III. Settanta secondi che pesano come anni
Sergio Mattarella non è un uomo di gesti improvvisati. Ogni sua mossa istituzionale è il prodotto di una valutazione ponderata, di una ricerca della “cornice giusta” nella quale collocare l’azione. Per questa ragione, la mattina del 19 febbraio 2026, quando il Presidente della Repubblica ha deciso di presiedere personalmente una seduta ordinaria del plenum del CSM, il peso di quel gesto ha travalicato di gran lunga i settanta secondi della sua dichiarazione.
Non era mai accaduto in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare nomine di ordinaria amministrazione, è diventata il palcoscenico istituzionale più significativo degli ultimi mesi. Mattarella vi si è presentato non in veste di presidente del CSM — ruolo che ricopre ex officio — ma come Presidente della Repubblica, cioè come garante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, tutore della Costituzione, custode dell’unità nazionale.
Le sue parole hanno tracciato una distinzione fondamentale che il dibattito pubblico stava volutamente obliterando: la critica alle istituzioni è legittima, doverosa, anzi salutare in una democrazia. Il CSM non è esente da difetti, lacune ed errori, ha detto Mattarella senza infingimenti. Ma la critica deve rimanere — ha precisato con chirurgica precisione — “rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Specie, ha aggiunto, quando proviene da chi rappresenta un’altra istituzione dello Stato.
IV. La Costituzione come argine
L’architettura istituzionale della Repubblica italiana si regge su un principio fondamentale: la separazione e il reciproco rispetto tra i tre poteri. Non si tratta di un formalismo accademico, ma di una scelta storica compiuta dai Padri Costituenti con la memoria viva di ciò che accade quando un potere dello Stato ne degrada un altro: si apre la strada all’autoritarismo.
L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM è il presidio di quella indipendenza. Definirlo “para-mafioso” non è un’iperbole retorica: è un attentato simbolico all’indipendenza della magistratura, funzionale a condizionarne l’autorevolezza nel momento più delicato — quello della campagna referendaria sulla separazione delle carriere.
La coincidenza temporale non sfugge a nessun osservatore attento: siamo a meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo. La campagna è incandescente. Il No ha guadagnato terreno nei sondaggi. In questo contesto, l’attacco di Nordio al CSM assume una valenza politica esplicita: delegittimare l’organo costituzionale nel momento in cui molti dei suoi componenti si esprimono pubblicamente a favore del No. È una strategia di discredito istituzionale al servizio di una battaglia elettorale.
V. Il parallelo che illumina
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha evocato un precedente che vale la pena approfondire. Nell’ottobre 1980, Sandro Pertini presiedette una seduta del CSM dopo che un parlamentare aveva definito Magistratura Democratica “fiancheggiatrice delle Brigate Rosse”. Pochi mesi dopo, Vittorio Bachelet — vicepresidente del CSM — veniva assassinato. Pertini non aveva aspettato che la calunnia si sedimentasse nell’opinione pubblica. Era intervenuto subito, con autorità morale e istituzionale, a difesa dell’organo attaccato.
Mattarella ha compiuto lo stesso gesto quarantasei anni dopo. Il fatto che sia stato costretto a farlo — che l’attacco di un ministro al CSM fosse tale da richiedere un intervento presidenziale senza precedenti — misura la profondità della crisi istituzionale che attraversiamo.
VI. La tregua durata un pomeriggio
È durata quanto un temporale estivo. Non un giorno intero, non una notte, non il tempo necessario a far sedimentare le parole del Presidente della Repubblica nei palazzi del potere. Poche ore dopo che Mattarella aveva presieduto il plenum del CSM invitando all’abbassamento dei toni e al rispetto reciproco tra le istituzioni, Giorgia Meloni pubblicava un nuovo video sui suoi canali social per attaccare ancora una volta la magistratura.
Il pretesto, questa volta, è una sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal luglio al dicembre 2019: 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila di spese di giudizio. Una decisione che discende da un meccanismo giuridico elementare: il prefetto di Agrigento non aveva mai risposto all’opposizione presentata dalla ong, e il silenzio — per legge — equivaleva all’accoglimento dell’istanza. La nave rimase bloccata per mesi in violazione di quel silenzio-assenso, fino all’ordinanza del tribunale. Il risarcimento consegue direttamente all’illegittimità del fermo prolungato.
Nulla di tutto questo appare nel video della presidente del Consiglio. Non il dato giuridico, non la ricostruzione procedurale, non la distinzione tra una sentenza contestabile — come ogni sentenza, peraltro appellabile — e una magistratura da delegittimare in blocco. Quello che appare, invece, è la domanda retorica che ormai costituisce il registro fisso di questo governo nei confronti del potere giudiziario: “Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”
La risposta che questa domanda presuppone è già inclusa nella domanda stessa. È retorica da campagna elettorale permanente, non da capo di governo che si relaziona con un potere dello Stato indipendente.
VII. Il video come arma politica
Vale la pena soffermarsi sul metodo prima ancora del merito. Meloni sceglie i social per attaccare la magistratura. Lo ha già fatto quando, sul caso Almasri, aveva annunciato l’avviso di garanzia ricevuto attaccando la procura di Roma prima ancora che i propri legali avessero valutato la situazione. Lo fa di nuovo adesso. Il video postato sui canali personali della presidente del Consiglio — aggirando la mediazione istituzionale, il confronto parlamentare, persino la conferenza stampa — è diventato lo strumento di una comunicazione politica che mira deliberatamente al cortocircuito emotivo, alla radicalizzazione del conflitto, alla costruzione di un “noi” governativo contro un “loro” giudiziario da mobilitare in vista del referendum.
Non è libertà di espressione. È l’uso sistematico della comunicazione social per erodere l’autorevolezza di un potere indipendente dello Stato, costruendo nella percezione pubblica l’equazione magistratura uguale ostacolo alla volontà popolare. Una tecnica che i teorici del populismo autoritario conoscono bene, e che ha una lunga genealogia nei movimenti che hanno progressivamente svuotato le democrazie dall’interno senza formalmente abolirle.
VIII. La risposta dell’istituzione attaccata
A rispondere per la magistratura palermitana è stato Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, che ha ricordato come la sentenza sia stata emessa da una magistrata competente, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti, e che come ogni decisione è impugnabile. La chiusa è lapidaria: “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica.”
È una risposta misurata, istituzionale, esattamente del tipo che Mattarella aveva invocato poche ore prima. Ma il punto non è la risposta: è che sia necessaria. Che ogni sentenza scomoda per il governo diventi il pretesto per un attacco pubblico alla magistratura come corpo, come ordine, come istituzione. Che il diritto di critica — sacrosanto, ribadito dallo stesso Mattarella — venga sistematicamente trasfigurato in una campagna di delegittimazione senza precedenti nella storia repubblicana recente.
IX. Una condanna senza equivoci
Non si può concludere questa analisi senza esprimere con nettezza una valutazione politica e morale.
Le dichiarazioni di Carlo Nordio sul CSM sono inaccettabili. Le intimidazioni nei confronti di Nicola Gratteri — test psicoattitudinali, minacce disciplinari, attacchi coordinati della maggioranza — sono vergognose, soprattutto alla luce di ciò che le intercettazioni rivelano: un magistrato così pericoloso per la criminalità organizzata da essere paragonato a Falcone e Borsellino non andrebbe attaccato dalla politica. Andrebbe protetto, rispettato, sostenuto.
Il comportamento di Giorgia Meloni, che in poche ore ha vanificato con un video social il gesto istituzionale più solenne del Presidente della Repubblica da undici anni a questa parte, è qualcosa di più di un eccesso polemico. È la dimostrazione che questo governo non cerca la pacificazione istituzionale, non intende abbassare i toni, non riconosce nel rispetto reciproco tra i poteri un valore fondante della democrazia. Cerca lo scontro. Lo coltiva. Lo alimenta come carburante di una campagna referendaria che si sta rivelando più difficile del previsto.
L’intervento di Mattarella è stato necessario, corretto e dignitoso. Ma il fatto che sia stato necessario è già una condanna. Il fatto che sia stato ignorato nel giro di poche ore è qualcosa di peggio: è il segnale che chi governa oggi questo Paese considera il richiamo del Capo dello Stato non un monito da rispettare, ma un ostacolo da aggirare.
La democrazia si difende ogni giorno, nelle aule dei tribunali come in quelle del Parlamento, con le sentenze come con le parole. Le parole di un ministro che definisce mafioso un organo costituzionale, e quelle di una presidente del Consiglio che attacca i giudici sui social poche ore dopo il richiamo del Quirinale, hanno il peso specifico delle istituzioni che li pronuncia: usarle per distruggere quelle stesse istituzioni non è libertà di espressione. È un tradimento della Carta.
E la storia — quella italiana in particolare — non ha mai perdonato chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata quando la democrazia era sotto attacco. Nemmeno quando quell’attacco veniva dall’interno.
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“Quando l’ingiustizia diventa legge, la ribellione diventa un dovere”