“L’età dell’oro della propaganda: radiografia di un’Italia che arretra”

Mentre il governo Meloni continua a raccontare all’opinione pubblica una narrazione trionfante, parlando di “età dell’oro” e di presunti “record occupazionali”, la realtà — quella vera, quella che non si presta ai filtri dell’autocompiacimento — emerge con la freddezza spietata dei numeri. Il Rapporto annuale 2024 dell’Istat è un atto d’accusa implicito ma inequivocabile contro un esecutivo che confonde la comunicazione con il governo, la retorica con la giustizia sociale.

Occupazione: il grande inganno statistico

Partiamo dal dato più sbandierato: la crescita dell’occupazione. A prima vista, i numeri sembrano positivi: +325 mila occupati nel 2024. Ma scavando oltre la superficie, si scopre che l’80% di questi nuovi occupati ha più di 50 anni. Il “miracolo occupazionale” ha dunque un volto ben preciso: quello della generazione che dovrebbe prepararsi alla pensione e che invece viene trattenuta nel mercato del lavoro a causa del continuo innalzamento dell’età pensionabile. Una scelta strutturale e politica, mascherata da risultato economico.

Nel frattempo, i giovani restano esclusi: il tasso di occupazione degli under 24 cala, e la fascia 25-44 cresce appena. In dieci anni, l’Italia ha perso 97.000 giovani laureati, fuggiti all’estero per cercare prospettive che qui mancano. Un dato, questo, che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale, e che invece viene ignorato come se non si trattasse di un’emorragia vitale.

Disuguaglianze e vulnerabilità: il vero volto del lavoro italiano

L’Istat rileva che oltre un terzo dei lavoratori under 35 e un quarto delle donne vive una condizione di “vulnerabilità occupazionale”: contratti a termine o part-time involontari. L’occupazione, dunque, cresce, ma è precaria, fragile, sottopagata. E mentre si plaude al calo dei contratti a termine, si omette di dire che il lavoro stabile non è affatto sinonimo di lavoro sicuro o dignitoso.

Inoltre, il lavoro cresce solo tra chi ha un livello di istruzione più elevato. Per chi ha al massimo la terza media, l’occupazione è in calo dell’1,8%. Un dato che smaschera l’ipocrisia di un governo che dice di voler difendere “gli ultimi”, ma che costruisce un modello sociale sempre più elitario e selettivo.

Salari: il potere d’acquisto continua a sgretolarsi

Sul fronte salariale, la situazione è ancora più drammatica. Tra il 2019 e il 2024, i salari nominali sono cresciuti del 10,1%, a fronte di un’inflazione cumulata del 21,6%. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto del 4,4%. In Germania la perdita è stata dell’1,3%; in Spagna, i salari reali sono addirittura aumentati. Solo l’Italia resta ferma, immobile, anzi, regredisce.

Eppure, proprio il 1° maggio, Giorgia Meloni si è vantata — in un video autopromozionale — di aver “fatto crescere i salari”. Una distorsione comunicativa che in qualsiasi democrazia sana verrebbe smentita da un’opposizione politica e mediatica vigorosa. Ma in Italia, l’opposizione è marginale, e l’informazione spesso ridotta a megafono del potere.

Sanità negata e povertà crescente: il prezzo sociale dell’austerità mascherata

Il 9,9% della popolazione ha rinunciato a curarsi nel 2024. Una persona su dieci ha evitato visite mediche o esami diagnostici per via delle interminabili liste d’attesa e dell’impossibilità di pagare la sanità privata. È il sintomo più evidente del collasso del sistema sanitario pubblico, sempre più svilito, tagliato, marginalizzato. Eppure, il governo continua a sventolare il “grande successo” dell’Italia post-Covid, ignorando che milioni di cittadini vivono oggi in condizioni sanitarie e sociali peggiori rispetto al 2019.

La povertà assoluta tocca 5,7 milioni di persone. Il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Ma nel linguaggio ufficiale tutto questo viene nascosto dietro espressioni edulcorate, come “sfide”, “opportunità” o “transizione”. Il disagio sociale reale viene così trasformato in un problema di comunicazione da correggere, anziché in una priorità politica da affrontare.

Produttività in calo: l’economia si svuota, il lavoro si svilisce

Altro dato ignorato dalla propaganda è il crollo della produttività del lavoro: -1,4% per ora lavorata. L’Italia lavora di più, ma produce di meno. Segno che il modello economico promosso dal governo è incapace di generare valore, innovazione e competitività. L’aumento degli occupati non si traduce in crescita del PIL, ma in un logoramento delle risorse umane e materiali. In sintesi: si lavora di più per guadagnare meno.

La retorica che copre il declino

Dietro l’autocelebrazione del governo Meloni si nasconde una realtà di declino strutturale, di impoverimento diffuso, di emigrazione intellettuale, di abbandono dei giovani e delle fasce più fragili della popolazione. Si è costruita una narrazione dorata su fondamenta di sabbia: si invoca il “miracolo italiano”, ma si governa con le logiche dell’austerità mascherata, del neoliberismo di ritorno, della compressione dei diritti sociali.

L’Italia, più che vivere un’età dell’oro, sembra attraversare un’epoca di ferro arrugginito: un tempo in cui il potere preferisce investire in propaganda anziché in giustizia sociale, in storytelling piuttosto che in redistribuzione.

Conclusione: il risveglio necessario

I dati dell’Istat sono un campanello d’allarme per chiunque voglia ancora guardare alla realtà senza filtri. Dimostrano che serve un’inversione di rotta, profonda e radicale. Occorre riscrivere l’agenda politica partendo dal lavoro vero, dai salari dignitosi, dalla sanità pubblica e dalla lotta alla povertà. Serve coraggio, serve verità. Ma soprattutto serve una nuova classe dirigente che non confonda l’illusione con la governance, e il marketing con la democrazia.
Una risposta concreta arriva dai referendum sul lavoro

Di fronte a questo quadro sconfortante, fatto di occupazione precaria, salari erosi, giovani in fuga e un welfare allo stremo, c’è però una strada concreta per invertire la rotta: quella dei referendum sul lavoro promossi dalla CGIL e sostenuti da numerose realtà sociali, civili e sindacali. Cinque quesiti per restituire dignità al lavoro, sicurezza nei cantieri e nei subappalti, giustizia per chi è licenziato senza giusta causa, diritti ai lavoratori delle piccole imprese, e cittadinanza a chi lavora e cresce in Italia.

Non si tratta di un sogno, ma di strumenti reali per ricostruire ciò che le politiche neoliberiste hanno demolito. Se approvati, questi referendum rappresenterebbero un primo, deciso passo per migliorare i numeri che l’Istat oggi denuncia con cruda precisione: più contratti stabili, più sicurezza, più equità salariale. Un segnale di risveglio collettivo, una risposta politica e popolare alla propaganda del potere.

Il voto dell’8 e 9 giugno è dunque un bivio: possiamo continuare a inseguire narrazioni autocelebrative, oppure scegliere la strada della partecipazione attiva, del cambiamento dal basso. Perché solo restituendo forza al lavoro, alla sua dignità e al suo valore, potremo davvero riscrivere il destino di questo Paese. Cinque SÌ per ricominciare a costruire un’Italia più giusta. Dal lavoro, e per chi lavora.

Dall’odio digitale alla fraternità algoritmica: la sfida etica nell’era dell’intelligenza artificiale

In un’epoca in cui la trasformazione tecnologica plasma in profondità le relazioni sociali, la comunicazione e persino la percezione di sé, la società globale si trova al crocevia tra due scenari divergenti: l’inciviltà crescente dell’odio digitalizzato e la possibilità di costruire un umanesimo algoritmico, capace di promuovere inclusione, pluralismo e solidarietà. In questo contesto, l’intelligenza artificiale (IA) non è più una semplice innovazione tecnica, ma un attore sociale e culturale di primo piano, potenzialmente in grado di riprodurre le diseguaglianze oppure di sanarle, a seconda dell’etica che ne guida l’addestramento e l’uso.

L’anatomia dell’odio online: genealogia e mutazione digitale

L’odio che oggi infesta i social network non nasce con Internet. Ha radici storiche profonde che affondano nei totalitarismi del Novecento, nei traumi della guerra e nelle ricostruzioni ideologiche successive. Tuttavia, il passaggio al digitale ha modificato in modo sostanziale la sua morfologia. In passato, l’odio si esprimeva in forme visibili, localizzate e limitate nel tempo; oggi si presenta come un flusso continuo, transnazionale, memetico, in grado di attraversare culture e generazioni con la velocità di un clic.

La rete ha portato a compimento tre trasformazioni cruciali: l’anestesia del contesto, dove la parola violenta si sgancia dal volto umano; la persistenza del contenuto, che sopravvive anche quando l’emozione che lo ha generato è svanita; e la diffusione sistemica, che rende ogni episodio di odio non solo potenzialmente virale, ma anche difficile da contenere nello spazio e nel tempo.

Il pregiudizio, come descritto dalla scala di Gordon Allport, oggi si sviluppa interamente nella dimensione digitale: dalla semplice derisione, si passa all’isolamento sociale virtuale, poi alla discriminazione algoritmica (negazione di visibilità, shadow banning, targeting selettivo), fino ad arrivare al linciaggio mediatico e alle campagne di incitamento alla violenza.

La logica fredda degli algoritmi e l’illusione della neutralità

Contrariamente alla narrazione mainstream che considera l’algoritmo una struttura neutra e oggettiva, la realtà rivela un meccanismo profondamente antropico, cioè carico di ideologia, cultura, pregiudizi. I dati su cui viene addestrata l’IA sono frutto di società umane diseguali e spesso razziste, sessiste, classiste. Di conseguenza, gli algoritmi tendono a replicare e amplificare tali storture. L’odio digitale, in questo senso, non è un effetto collaterale ma una possibile funzione emergente del sistema, una sua modalità di ottimizzazione dell’engagement.

Non si tratta, quindi, solo di combattere il contenuto dell’odio, ma di comprendere e correggere la logica stessa dell’infrastruttura digitale. In assenza di un orientamento etico esplicito, l’IA si limita a massimizzare ciò che è già dominante, riproducendo fedelmente i bias del passato: chi è stato escluso lo sarà ancora, chi è stato marginalizzato verrà ulteriormente oscurato.

Ipnocrazia e psicopolitica: il nuovo volto del dominio

Il filosofo Jianwei Xun ha introdotto il concetto di ipnocrazia per descrivere il regime in cui il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma distrae; non proibisce, ma ipnotizza. Nell’era degli algoritmi, il controllo non passa più attraverso la censura, bensì attraverso la saturazione cognitiva, la manipolazione emotiva, la personalizzazione compulsiva. L’IA diventa il cuore invisibile della psicopolitica contemporanea, un potere dolce e subdolo che orienta opinioni, rafforza polarizzazioni, modella desideri.

In questo scenario, l’odio non è più l’urlo brutale del fanatismo, ma la carezza ambigua della disinformazione, il sorriso finto dell’ironia razzista, il meme che deumanizza sotto forma di battuta. L’odio “cool” è oggi molto più pericoloso di quello “hot”, perché si camuffa da normalità, scorre nel linguaggio comune, si traveste da libertà di parola. È questo il terreno più fertile per l’ipnocrazia: una società dove le coscienze non sono represse, ma rese docili, anestetizzate, incapaci di distinguere l’informazione dalla propaganda.

Algoretica e progettazione etica: verso un’intelligenza inclusiva

Per contrastare questa deriva è necessario un approccio radicalmente nuovo: una algoretica, ovvero un’etica incorporata nei codici, nei dati, nelle logiche decisionali dell’IA. Ciò significa orientare l’intero processo di progettazione verso princìpi non negoziabili: la tutela dei diritti fondamentali, l’uguaglianza sostanziale, la valorizzazione delle differenze, la dignità della persona.

Non basta implementare filtri o bannare parole chiave. Occorre un salto culturale: rendere l’intelligenza artificiale cosciente delle sue implicazioni sociali, responsabile delle sue scelte, trasparente nei suoi criteri. L’algoritmo deve essere educato, come un essere morale, affinché sappia distinguere tra disaccordo e discriminazione, tra critica e disumanizzazione.

Questo richiede una governance pubblica, partecipativa, fondata sulla giustizia digitale. L’algoritmo non può restare proprietà esclusiva di multinazionali opache: deve essere reso accessibile, comprensibile, auditabile dalla collettività. La sua intelligenza deve essere collettiva, non oligarchica.

Fraternità algoritmica: un’alternativa possibile

L’utopia non è un sogno vano. È la direzione verso cui orientare le scelte presenti. L’intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di coesione, se posta al servizio della cura, dell’educazione, della democrazia. Può promuovere politiche inclusive, ridurre le discriminazioni sistemiche, amplificare le voci delle minoranze, smascherare l’odio strutturale.

Ma perché ciò accada, serve una rivoluzione etica. Non si può costruire una fraternità algoritmica senza una consapevolezza critica diffusa. L’educazione digitale, il diritto intelligente, la tecnologia trasparente sono tre pilastri imprescindibili. E su tutti, serve un nuovo protagonismo politico e sociale, capace di rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale.

L’intelligenza artificiale, se guidata, può essere lo strumento per risvegliare le coscienze e non per sopirle. Può essere il cuore di una società empatica, non il motore del dominio invisibile. Può essere, finalmente, l’algoritmo della fraternità.

Il circo della propaganda: media, narrativa e manipolazione dell’opinione pubblica

L’illusione dell’informazione libera

Un tempo si diceva che l’informazione fosse il “quarto potere”, un cane da guardia della democrazia. Oggi sembra più un cane da compagnia, fedele ai suoi padroni e pronto a mordere solo chi è fuori dalla cerchia del consenso imposto. Il recente trattamento mediatico riservato al colloquio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è solo l’ennesima dimostrazione di come l’informazione non sia più al servizio della comprensione dei fatti, ma della loro manipolazione.

Tutti i principali media, con pochissime eccezioni, hanno estrapolato pochi minuti del confronto (dal minuto 43 al 47, su 50 complessivi), costruendo una narrazione che dipinge Zelensky come vittima dell’“umiliazione” inflittagli dal “bullo” Trump. Una sintesi arbitraria, funzionale alla perpetuazione dello schema buono/cattivo che regola ormai la comunicazione politica e geopolitica mainstream. Non importa il contenuto completo della conversazione, non conta il contesto più ampio: il pubblico deve ricevere un messaggio chiaro e inequivocabile, un’istruzione su chi odiare e chi sostenere.

Questa dinamica non è un’eccezione, ma la regola.

La narrazione prefabbricata: Putin, Hamas e l’eterno “fulmine a ciel sereno”

La gestione delle informazioni riguardanti la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente segue lo stesso copione. Il 24 febbraio 2022, secondo la narrazione dominante, Putin, “pazzo e malato”, ha invaso l’Ucraina senza motivo, spinto da un insaziabile desiderio di conquista. Nessun accenno al contesto geopolitico precedente, alla NATO che ha spinto i suoi confini sempre più a est, agli accordi di Minsk mai rispettati, alla guerra civile nel Donbass che andava avanti dal 2014. Nulla di tutto questo esiste nella narrazione ufficiale.

Stesso discorso per il 7 ottobre 2023: Hamas attacca Israele, e questo evento viene descritto come un’aggressione improvvisa e inspiegabile, un puro atto di barbarie senza alcun retroterra storico. Non si parla dell’occupazione, del blocco di Gaza, delle violenze subite dai palestinesi per anni. Il pubblico deve solo sapere che c’è un aggressore malvagio e una vittima innocente.

Questa modalità di costruzione della realtà si basa su un meccanismo estremamente semplice: proiettare il film a partire dal punto più conveniente alla narrazione. Se io ti tiro un pugno dopo che tu mi hai accoltellato, la storia comincerà dal pugno. La parte precedente sarà eliminata, e il pubblico sarà invitato a condannare la mia violenza senza porsi altre domande.

La regressione infantile della politica e del giornalismo

Questo modello narrativo ha prodotto un impoverimento radicale della capacità analitica sia del pubblico sia di chi dovrebbe guidare il dibattito politico. Il discorso pubblico si è ridotto a una dicotomia elementare: buoni contro cattivi.

Se sei contro Zelensky, allora sei automaticamente a favore di Putin. Se critichi la NATO, allora sei un filo-russo. Se non sostieni incondizionatamente Israele, allora sei un antisemita. Se critichi l’Unione Europea, allora sei un sovranista populista e dunque un fascista.

Questa logica binaria impedisce qualsiasi analisi complessa, qualsiasi tentativo di comprendere le ragioni profonde dei conflitti. Il dibattito politico non è più un confronto di idee, ma un continuo test di fedeltà ideologica: devi dichiarare da che parte stai, senza sfumature, senza approfondimenti.

Persino figure che un tempo erano considerate critiche e argute si sono arrese a questa semplificazione infantile. È il caso di molti intellettuali e giornalisti che, pur avendo avuto in passato una visione lucida della realtà, oggi sembrano incapaci di vedere l’Unione Europea per quello che è realmente: un blocco neoliberale e guerrafondaio, che non ha nulla a che vedere con i sogni progressisti degli anni ’90. Ma aggiornare il proprio pensiero richiede uno sforzo, e molti preferiscono rimanere ancorati alle proprie convinzioni giovanili, anche quando la realtà le ha smentite.

I media come strumenti di propaganda

Ciò che emerge chiaramente da questo scenario è che i media non sono più strumenti di informazione, ma di propaganda. Il loro obiettivo non è fornire al pubblico gli strumenti per comprendere la complessità del mondo, ma indirizzarlo verso determinate conclusioni preconfezionate.

Le grandi testate giornalistiche e i telegiornali non si limitano a raccontare i fatti: li selezionano, li manipolano, li inquadrano in una narrazione che serve precisi interessi. I conflitti non sono più analizzati dal punto di vista geopolitico, economico o storico, ma trasformati in sceneggiature hollywoodiane, con eroi e villain ben definiti.

In questo senso, il giornalismo mainstream non è più neanche “giornalismo”: è intrattenimento politico, teatro della manipolazione, una fabbrica di consensi per i poteri dominanti. Il pubblico non è chiamato a riflettere, ma a tifare, come in una partita di calcio.

Come rompere l’incantesimo?

Di fronte a questo scenario, la prima cosa da fare è smettere di essere spettatori passivi.

• Non accontentarsi delle narrazioni ufficiali, ma cercare sempre il contesto, le fonti alternative, i dettagli omessi.

• Diffidare delle semplificazioni, perché la realtà è sempre più complessa di quanto viene raccontato.

• Non farsi trascinare nel gioco delle tifoserie, rifiutando la logica binaria del buono/cattivo.

• Pretendere un’informazione vera, supportando quei pochi giornalisti e media indipendenti che cercano ancora di fare il loro lavoro con onestà.

Oggi, più che mai, l’informazione è un campo di battaglia. E in questa guerra della propaganda, l’unica arma che ci rimane è il pensiero critico.

Ipnocrazia e Psicopolitica: Il Controllo delle Menti nell’Era degli Algoritmi

L’analisi di Jianwei Xun in Ipnocrazia si innesta su un filone di pensiero già esplorato da diversi filosofi contemporanei. Tra questi, Byung-Chul Han, con il suo Psicopolitica, offre una chiave di lettura essenziale per comprendere il regime ipnocratico e il suo funzionamento.

Han descrive la transizione dal potere disciplinare (tipico del Novecento, basato sulla repressione e sul controllo fisico) a un potere più sottile e pervasivo: quello psicopolitico. Se in passato il potere si esercitava imponendo ordini e divieti, oggi si manifesta attraverso un condizionamento mentale invisibile, che induce i soggetti a volere esattamente ciò che il sistema desidera che vogliano.

La Trance Algoritmica come Psicopolitica Perfetta

Questa evoluzione del potere si sposa perfettamente con il concetto di trance algoritmica di massa descritto da Xun. L’Ipnocrazia non ha bisogno di imporsi con la forza, perché le persone vi si consegnano volontariamente. Il condizionamento avviene attraverso l’interiorizzazione dei meccanismi digitali, che penetrano nelle menti con un’efficacia mai vista prima.

Han ci mette in guardia dall’illusione della libertà digitale: i social media, gli algoritmi predittivi e i big data non servono a emancipare gli individui, ma a guidare i loro pensieri e le loro emozioni senza che se ne rendano conto. L’era delle punizioni e della censura è finita: oggi è più efficace saturare il campo percettivo con un eccesso di stimoli, immagini, informazioni contraddittorie.

L’Ipnocrazia non convince, stordisce. E nel momento in cui una mente è sommersa da troppe informazioni, smette di cercare la verità e si abbandona al flusso dell’informazione stessa. Ecco perché il video di Trump su Gaza non è solo propaganda, ma un esempio perfetto di saturazione narrativa: la realtà viene sostituita da una simulazione che non cerca di essere credibile, ma semplicemente di essere totalizzante.

La Produzione del Sé come Meccanismo di Controllo

Un altro punto chiave che lega Psicopolitica e Ipnocrazia è il modo in cui il potere oggi non si limita a dirci cosa fare, ma ci spinge a modellarci spontaneamente secondo le sue logiche. Han parla di come il capitalismo digitale abbia sostituito la repressione con la produzione del sé:

• Gli individui si trasformano in imprenditori di se stessi, costantemente impegnati a ottimizzare la propria immagine, i propri pensieri, il proprio tempo.

• I social network sono il luogo in cui questa dinamica raggiunge il massimo grado di efficienza: l’individuo si sorveglia da solo, desidera conformarsi al modello dominante senza che ci sia bisogno di una coercizione esterna.

• La felicità e il successo diventano obblighi: non sei più costretto a obbedire, ma ti senti in colpa se non riesci a essere felice, produttivo, performante.

Se l’Ipnocrazia descritta da Xun è un regime che manipola la percezione, la Psicopolitica di Han spiega perché questo sia possibile: il soggetto moderno è già predisposto a lasciarsi catturare. L’incessante esposizione a immagini, feed, notifiche e micro-dosi di piacere digitale ha creato un’umanità addestrata a reagire agli stimoli come un animale in laboratorio.

Chi è Immune all’Ipnocrazia?

E qui torniamo a una riflessione personale: chi può sottrarsi a questo sistema?

Essendo non vedente, mi rendo conto di essere, in un certo senso, immune alla parte più potente del condizionamento ipnocratico: l’invasione visiva. Le immagini, gli spot, i video, i flussi continui di contenuti visivi che tengono le persone in uno stato di trance non hanno effetto su di me. Tuttavia, so bene che il condizionamento non è solo visivo: è un sistema che opera su più livelli, incluso quello emotivo e linguistico.

Eppure, molte persone vedenti, pur avendo pieno accesso a questo flusso ipnotico, riescono comunque a non farsi catturare. Perché?

La risposta, forse, sta proprio in quello che Xun e Han suggeriscono: la consapevolezza è l’unica forma di resistenza. Sapere di essere immersi in un sistema che ci plasma continuamente è il primo passo per mantenere una distanza critica.

Possiamo Resistere all’Ipnocrazia?

Se il problema è che la realtà è stata sostituita da una simulazione algoritmica, come possiamo resistere?

1. Spezzare la Dipendenza dal Flusso Digitale

• Uscire dall’iperconnessione, evitare il consumo passivo di informazioni, riappropriarsi del tempo e della concentrazione.

2. Creare Spazi di Narrazione Alternativa

• Se il potere oggi si esercita attraverso la moltiplicazione delle narrazioni, l’unico modo per resistere non è solo smascherarle, ma produrre narrazioni diverse, capaci di sovvertire la logica ipnocratica.

3. Coltivare la Capacità di Dubbio e di Riflessione

• Non accettare mai un’informazione senza interrogarsi sul suo contesto, sulla sua origine, sul suo scopo. L’Ipnocrazia si nutre di velocità e impulsività: il pensiero lento e critico è il suo peggior nemico.

4. Recuperare la Dimensione Umana e Comunitaria

• La solitudine digitale è il terreno ideale per la manipolazione psicopolitica. Tornare a costruire relazioni autentiche, basate su dialogo e confronto reale, è un atto di resistenza.

In definitiva, l’Ipnocrazia non è un mostro imbattibile, ma un sistema che prospera grazie alla nostra complicità. Byung-Chul Han ci insegna che il potere moderno non impone: seduce. E come per ogni seduzione, la chiave sta nel non lasciarsi incantare.

L’unica via d’uscita è trovare gli spazi in cui poter essere pienamente coscienti, lucidi, consapevoli di ciò che accade. Perché il vero pericolo non è che la realtà venga sostituita da una simulazione.

Il vero pericolo è che nessuno si accorga più della differenza.

Riferimenti bibliografici:
B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016 “
Jianwei Xun, Ipnocrazia: Trump, Musk e la nuova architettura della realtà.Traduttore: Andrea Colamedici
Tlon
2025

Spyware israeliano Grafite: il governo chiarisca in aula. 

Spyware israeliano Grafite e lo scandalo delle intercettazioni: il governo chiarisca!

Il recente scandalo dello spyware israeliano Graphite, sviluppato dall’azienda Paragon Solutions, sta sollevando interrogativi inquietanti sulla sicurezza delle comunicazioni e sulla protezione dei diritti fondamentali in Italia e in Europa. Il caso, rivelato da una serie di inchieste giornalistiche, ha messo in luce il possibile spionaggio ai danni di almeno sette cittadini italiani, tra cui il capomissione di Mediterranea Saving Humans Luca Casarini e il direttore di Fanpage Francesco Cancellato.

L’aspetto più allarmante di questa vicenda è che lo spyware ha preso il pieno controllo dei dispositivi degli utenti infettati senza la necessità di cliccare su un link malevolo. È bastato l’invio di un file PDF in una chat di gruppo su WhatsApp per installare il software di sorveglianza. Il governo italiano ha dichiarato di non aver utilizzato questa tecnologia e ha attivato l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per indagare sul caso. Tuttavia, le dichiarazioni ufficiali sollevano più domande che risposte.

Palazzo Chigi nega il coinvolgimento dell’intelligence

In una nota ufficiale, la Presidenza del Consiglio ha negato che lo spionaggio sia stato condotto dai servizi segreti italiani, sottolineando che nessuno dei soggetti coinvolti risulta sottoposto a monitoraggio da parte dell’intelligence nazionale. Secondo il governo, la questione è considerata di “particolare gravità” e, per questo motivo, è stata attivata l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, che sta collaborando con lo studio legale Advant, incaricato dalla società WhatsApp Ireland Limited.

Tuttavia, nonostante questa presa di posizione, rimangono numerose zone d’ombra. Se l’Italia non ha acquistato e utilizzato il software Graphite, chi ha ordinato le intercettazioni? Si tratta di un’operazione condotta da un’altra potenza straniera? E soprattutto, perché Paragon Solutions avrebbe interrotto i suoi rapporti commerciali con il nostro Paese, come riportato dal Guardian?

Un problema di sicurezza nazionale

Lo spionaggio digitale non è solo un problema di privacy individuale, ma una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Il fatto che un’azienda straniera possa aver venduto un software militare a 35 governi, alcuni dei quali noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani, rende evidente la pericolosità di questi strumenti di sorveglianza di massa.

La vicenda assume contorni ancora più preoccupanti se si considera che le utenze coinvolte non appartengono solo a cittadini italiani, ma anche a numerosi altri paesi europei, tra cui Belgio, Germania, Spagna, Svezia e molti altri. Questo suggerisce che dietro lo scandalo ci sia una strategia più ampia, mirata a colpire attivisti, giornalisti e oppositori politici.

Le richieste dell’opposizione: serve trasparenza

Le forze di opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), Partito Democratico (Pd) e Movimento 5 Stelle (M5s) – hanno chiesto un’informativa urgente del governo alla Camera per chiarire la vicenda. “Chi mente?” si domanda Marco Grimaldi (Avs), sottolineando che, se il governo italiano non ha mai avuto rapporti con Paragon, allora chi ha eseguito le intercettazioni?

Le risposte fornite finora da Palazzo Chigi non convincono e non dissipano i dubbi su una possibile complicità, diretta o indiretta, nell’uso dello spyware. Altrove, scandali simili hanno portato a dimissioni e crisi di governo, mentre in Italia si cerca ancora di insabbiare la questione.

Diritti fondamentali sotto attacco

Il caso Graphite si inserisce in un contesto più ampio di erosione dei diritti fondamentali. L’uso indiscriminato di software di sorveglianza da parte di governi e attori privati rappresenta una minaccia per la libertà di stampa, il diritto alla privacy e la democrazia stessa. Non si tratta solo di un problema tecnologico, ma di una questione politica e sociale.

I giornalisti e gli attivisti spiati rappresentano una voce critica, un baluardo contro il potere incontrollato. Attaccarli significa minare uno dei pilastri della democrazia: il diritto all’informazione. È per questo che la società civile deve pretendere trasparenza, risposte concrete e, soprattutto, misure efficaci per prevenire future violazioni.

Conclusioni: un appello alla vigilanza democratica

Questa vicenda dimostra ancora una volta quanto sia fragile la nostra sicurezza digitale e quanto facilmente strumenti di spionaggio possano essere usati per scopi politici e repressivi. La sorveglianza illegale e senza controllo non è solo un problema tecnico, ma un’emergenza democratica.

Il governo italiano ha il dovere di chiarire ogni aspetto della vicenda, senza ambiguità o omissioni. Nel frattempo, i cittadini, le associazioni e i giornalisti devono restare vigili e mobilitarsi per difendere i diritti fondamentali da ogni tentativo di manipolazione e controllo.

La battaglia per la libertà non si combatte solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nella difesa quotidiana della nostra privacy e della nostra democrazia.

La rivoluzione di DeepSeek: intelligenza artificiale per tutti

Negli ultimi tempi, il panorama dell’intelligenza artificiale (IA) ha assistito a una svolta significativa con l’emergere di DeepSeek, un modello di IA open source sviluppato in Cina. Questo sviluppo sta sfidando i colossi tecnologici americani, mettendo in discussione il predominio delle grandi aziende nel settore e sollevando interrogativi sulle dinamiche future dell’IA a livello globale.

Un Successo con Risorse Limitate

DeepSeek è stato creato da un team cinese con un investimento di soli 5 milioni di dollari, una cifra esigua se confrontata con i miliardi spesi da aziende come OpenAI, Google e Meta. Nonostante il budget limitato, DeepSeek ha superato modelli come GPT-4 di OpenAI e Claude 3.5 Sonnet di Anthropic, soprattutto in ambiti come la matematica e la programmazione. Ad esempio, DeepSeek V3 ha raggiunto un’accuratezza del 51,6% in questi settori, rispetto al 23,6% di GPT-4 e al 20,3% di Claude 3.5.

Questo risultato è stato possibile grazie all’adozione di un’architettura chiamata “mixture of experts”, che riduce i costi computazionali, e all’implementazione di tecniche innovative di addestramento, come il “dual pipe and computation communication overlap”. Inoltre, l’utilizzo di precisione a 8 bit anziché 32 e la previsione di due token successivi invece di uno hanno contribuito all’efficienza del modello. È notevole che DeepSeek sia stato addestrato con sole 2.000 schede video H800, mentre altri modelli ne richiedono oltre 100.000.

La Forza dell’Open Source

Uno degli aspetti più rivoluzionari di DeepSeek è la sua natura open source. Questo approccio consente a chiunque di studiare, utilizzare e migliorare il modello, in contrasto con la strategia delle grandi aziende tecnologiche che mantengono le loro tecnologie proprietarie. La disponibilità del codice sorgente di DeepSeek sta abbattendo le barriere all’innovazione e trasferendo il potere dai giganti dell’IA a una comunità globale di sviluppatori.

La trasparenza è un pilastro fondamentale dell’open source. Chiunque può esaminare il codice, comprenderne il funzionamento e contribuire al suo sviluppo. Questo approccio collaborativo permette una rapida individuazione e risoluzione dei problemi, garantendo al contempo una maggiore sicurezza, poiché il codice è sottoposto a revisione da parte di una vasta comunità.

Dal punto di vista economico, l’open source offre vantaggi significativi, eliminando i costi di licenza e permettendo a individui, comunità e piccole imprese con budget limitati di accedere a tecnologie avanzate. Inoltre, rispetta la libertà degli utenti di utilizzare, studiare, modificare e condividere il software, promuovendo la condivisione della conoscenza e la collaborazione come valori fondamentali.

Implicazioni sul Mercato Tecnologico

Il successo di DeepSeek ha avuto ripercussioni significative sui mercati finanziari, in particolare per le aziende tecnologiche americane. Le azioni legate al settore dei semiconduttori hanno subito forti cali; ad esempio, Nvidia ha registrato perdite superiori all’11%, pari a circa 465 miliardi di dollari di valore. Anche altre aziende come AMD e Broadcom hanno subito perdite significative.

Queste dinamiche riflettono le preoccupazioni degli investitori riguardo alla possibilità che modelli di IA più efficienti e meno costosi, come DeepSeek, possano ridurre la domanda di chip di fascia alta prodotti da aziende come Nvidia e AMD. Inoltre, il successo di DeepSeek potrebbe spingere i consumatori a preferire modelli open source gratuiti rispetto alle alternative a pagamento offerte dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Una Nuova Era per l’Intelligenza Artificiale

Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull’esportazione di chip di ultima generazione hanno spinto le aziende cinesi a sviluppare metodi alternativi, portando alla creazione di modelli efficienti e competitivi come DeepSeek. Secondo Bloomberg Intelligence, il settore tecnologico cinese ha un grande vantaggio nel campo del software, con un rapporto di tre sviluppatori cinesi per uno americano, suggerendo che la Cina continuerà a essere un attore chiave nel futuro dell’IA.

Il successo di DeepSeek dimostra che l’innovazione non è necessariamente legata a risorse illimitate e che la necessità può stimolare la creatività. Questo sviluppo potrebbe segnare l’inizio di una nuova era nell’IA, caratterizzata da una maggiore apertura, collaborazione e accessibilità.

Accesso a DeepSeek

DeepSeek è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale https://www.deepseek.com/, con la possibilità di utilizzare sia la ricerca web sia la funzionalità “pensante” per risposte più accurate. Per gli sviluppatori interessati, il codice sorgente di DeepSeek è disponibile su GitHub all’indirizzo https://github.com/deepseek-ai/DeepSeek-V3, consentendo l’installazione autonoma e la personalizzazione del modello in base alle proprie esigenze.

In conclusione, DeepSeek rappresenta una svolta significativa nel panorama dell’intelligenza artificiale, evidenziando il potenziale dell’open source e mettendo in discussione le dinamiche tradizionali del settore tecnologico. La sua ascesa potrebbe portare a un riequilibrio del potere nell’industria dell’IA, promuovendo un’innovazione più inclusiva e democratica.

Sicurezza informatica: il problema degli spyware e come difendersi. 

L’ultima rivelazione sull’attacco dello spyware Graphite ha riportato al centro del dibattito la sicurezza informatica e la vulnerabilità dei dispositivi mobili, anche quelli che utilizzano app crittografate come WhatsApp e Signal. Questo attacco, che ha colpito giornalisti, attivisti ed esponenti della società civile, dimostra come strumenti di sorveglianza avanzati siano capaci di aggirare anche le più sofisticate protezioni.

Graphite: il nuovo spyware che preoccupa il mondo

Secondo quanto riportato dal Guardian, Graphite è stato sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions, fondata dall’ex primo ministro Ehud Barak e ora di proprietà di un fondo statunitense. Questo spyware, al pari del famigerato Pegasus di NSO Group, è in grado di infettare uno smartphone senza che l’utente compia alcuna azione, come cliccare su un link sospetto. Basta la ricezione di un semplice file PDF tramite WhatsApp per compromettere completamente il dispositivo e permettere agli hacker di accedere a messaggi, foto, chiamate e altre informazioni sensibili.

L’attacco è stato segnalato direttamente da WhatsApp alle vittime, tra cui Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, che ha avviato un’indagine tecnica per comprendere l’estensione della violazione.

Spyware e sorveglianza globale: chi è in pericolo?

Negli ultimi anni, spyware come Pegasus e Graphite sono stati utilizzati da governi e organizzazioni per spiare giornalisti, attivisti e oppositori politici. Secondo le indagini precedenti, Pegasus è stato impiegato per monitorare leader politici e dissidenti in diversi Paesi, suscitando gravi preoccupazioni per la libertà di stampa e i diritti umani.

Il fatto che Graphite sia stato venduto a 35 governi “democratici”, senza che vi siano prove di abuso, non rassicura del tutto: in passato, strumenti di sorveglianza simili sono stati impiegati per scopi illeciti, minacciando la privacy e la sicurezza di molti individui.

Come proteggersi dagli spyware avanzati?

Se strumenti di sorveglianza così sofisticati sono in grado di bypassare le protezioni tradizionali, come possiamo proteggerci? Ecco alcune misure essenziali:

  1. Aggiornare costantemente il sistema operativo e le app

Gli sviluppatori rilasciano aggiornamenti di sicurezza per correggere le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dagli spyware. È fondamentale mantenere sempre aggiornato il proprio sistema operativo e le applicazioni di messaggistica.

  1. Evitare di aprire file sospetti

Anche se ricevuti da contatti fidati, i file PDF o i link inaspettati potrebbero contenere exploit dannosi. In particolare, i file inviati su gruppi WhatsApp devono essere trattati con estrema cautela.

  1. Utilizzare sistemi operativi più sicuri

Alcuni sistemi operativi, come GrapheneOS e CalyxOS, offrono livelli di sicurezza superiori rispetto ai normali Android o iOS. Questi sistemi riducono le possibilità di infezione da spyware grazie a una gestione più restrittiva delle app e dei permessi.

  1. Disattivare le anteprime dei link e la ricezione automatica dei file

In alcune app di messaggistica, le anteprime dei link o il download automatico dei file possono essere veicoli di attacchi. Disattivare queste funzioni riduce il rischio di infezione involontaria.

  1. Preferire app di messaggistica più sicure

Non tutte le app di messaggistica offrono lo stesso livello di protezione. Anche se WhatsApp e Signal sono considerate sicure, attacchi come quello di Graphite dimostrano che possono essere violate. Alternative come Session e Briar, che funzionano senza server centralizzati, riducono ulteriormente il rischio di intercettazione.

  1. Utilizzare dispositivi separati per attività sensibili

Chi gestisce informazioni particolarmente delicate dovrebbe considerare l’uso di un telefono dedicato esclusivamente alla comunicazione sensibile, evitando di installare app superflue e limitando l’uso di internet.

  1. Monitorare il traffico di rete

L’utilizzo di firewall e VPN avanzate può aiutare a rilevare attività sospette sul proprio dispositivo. Strumenti come Little Snitch (per Mac) o NetGuard (per Android) permettono di controllare il traffico in uscita e individuare eventuali connessioni non autorizzate.

Il ruolo delle Big Tech e delle istituzioni

Mentre gli utenti devono adottare misure di protezione individuali, la responsabilità maggiore ricade sulle grandi aziende tecnologiche e sui governi. È necessario che:
• Big Tech come Meta e Apple rafforzino le protezioni contro gli spyware, rendendo più difficili le intrusioni.
• Le istituzioni internazionali regolamentino l’uso degli spyware, evitando che vengano utilizzati contro giornalisti e attivisti.
• Vengano creati strumenti di monitoraggio indipendenti, capaci di individuare rapidamente nuove minacce.

Conclusione: la sicurezza informatica è un diritto

L’attacco tramite Graphite dimostra ancora una volta che la privacy online è costantemente minacciata da tecnologie sempre più avanzate. La difesa non può essere lasciata solo ai singoli utenti: servono leggi più rigorose, maggiore trasparenza da parte delle aziende e un impegno collettivo per garantire un futuro digitale più sicuro.

Nel frattempo, adottare pratiche di sicurezza consapevoli è l’unico modo per ridurre il rischio di essere spiati. La tecnologia non è né buona né cattiva: dipende da come viene utilizzata e da chi la controlla.
Fonte: Il Fatto Quotidiano dell’1 febbraio 2025

Bitcoin, block chain, libra e cripto valute.Bitcoin, block chain, Lybra e cripto valute.

Bitcoinse Lybra, quale sarà la moneta globale? (Prima Parte)

di Mario Sommella

Apriamo l’argomento parlando della tecnologia block chaine, sviluppata già da qualche anno ma venuta alla ribalta, con la creazione da parte di Satoshi Nakamoto, della cripto moneta denominata bitcoin.

Parleremo di cripto monete e similari, come la tecnologia block chain possa essere utilizzata nelle operazioni di voto elettronico, ma non solo. 

Oggi su questi argomenti La comprensione è estremamente limitata, abbiamo certamente

sentito parlare della tecnologia block chain, di bitcoin ma soprattutto sulla block chain,

dicono, che prometta grandi cambiamenti nei mercati dei capitali ed in generale dei servizi finanziari.

Oggi sono in pochi a saper dire, perché e come, su questo argomento, sostanzialmente perché c’è una difficoltà intrinseca per la sua comprensione. La difficoltà nasce in quanto la tecnologia block chain è collocata all’incrocio di diverse aree: teoria dei giochi; crittografia; Computer networking; teoria monetaria ed economica. 

Queste 4 aree, nel mondo accademico, non vengono considerate nel loro insieme, quindi, attualmente, sul pianeta

non c’è nessuno esperto delle quattro aree nel loro insieme, Una dozzina di esperti in tre di queste aree, qualche

centinaio di esperti in un paio  di queste aree,esperti in una di queste quattro aree, sono nell’ordine delle  decine di migliaia, ovvero Che ne hanno compreso una parte o ne hanno approfondito una piccola parte.

Quando parliamo di tecnologia block chain, non parliamo solo di tecnologia, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma culturale, perché si è passati dal paradigma della “centralizzazione” al paradigma della “decentralizzazione”. 

Di bitcoin, in termini di gossip, ne abbiamo sentito parlare come di una cripto currency decentralizzata, digitale. Fondamentalmente, oggi tutte le monete in corso legale sono digitali, ma la caratteristica dei bitcoin è L’assenza di una banca centrale che le emetta, per intenderci il bitcoin è simile più all’oro che alle monete in corso legale.

Un’altra novità non è la caratteristica digitale del Bitcoin, tutte le monete in corso legale sono anche digitali, la novità è avere una moneta decentralizzata, in realtà il Bitcoin non è sostenuto da un governo, da una banca centrale, o da una organizzazione, da questo punto di vista, nonostante la mancanza di un organo centrale che la emetta, è in grado di consentire transazioni peer to peer, non ha bisogno di una terza parte fiduciaria per funzionare, fonda la sua sicurezza sui protocolli crittografici, perché rappresenta potenzialmente lo “choose banking” per tutti e ovunque.

La caratteristica peculiare e sostanziale della tecnologia block chain si basa su un fatto, Il trasferimento di dati, di bit in codice, differentemente dal trasferimento di codice, come avviene naturalmente sulla rete (ad esempio una canzone, un video, un documento) essa non può essere replicata, quindi parliamo di una transazione unica ed univoca,  non duplicabile, chiusa, appunto, in una catena di blocchi.

Con le nostre home banking è possibile trasferire una somma di denaro in modo univoco, ma possiamo effettuare l’operazione solo entro un determinato orario, addirittura con un costo per trasferire i nostri soldi (pagamento di commissioni). La domanda non è se, ma chi e quando regalerà all’umanità un network di pagamenti peer to peer, gratuito ed istantaneo, bitcoin e la block chain sono in pole position. Bitcoin rappresenta la prima moneta dell’economia dell’informazione.

Perché è posta in pole position, perché è decentralizzata, è permissionles, è resistente alla censura, è ad accesso aperto, è gratuita, non conosce confini, è transnazionale, è sicura, è resiliente.

Che si tratti di una cosa seria, non di un gioco, in quanto essa è trasparente, perchè possiamo in qualsiasi momento controllare, Sulla block Chain di Bitcoin, le transazioni finanziarie, sono tutte ben visibili e trasparenti.

Tutto nasce nell’ottobre del 2008, tale Satoshi Nakamoto, non si conosce la vera identità, se è un lui, una lei, o un gruppo di lavoro, quindi nell’ottobre del 2008 Satoshi invia un messaggio ad una mail list di crittografi  annunciando di aver lavorato alla creazione di: “new Elettronic cash system, that’s fully peer to peer, no trust thirty part”, cioè di avere un cash digitale che non richiede terze parti fiduciarie, soprattutto sostiene, di aver risolto il problema Del da Ball spending, ovvero della doppia spesa. 

Questo è un risultato straordinario in quanto la comunità cyberpunk sognava da decenni una soluzione simile. Il problema del double spending era reputato un problema irrisolvibile.

L’annuncio viene accolto con un certo scetticismo perché viene presentato da un perfetto sconosciuto, Satoshi Nakamoto. Newsweek tentó di rintracciarlo, senza successo. 

Egli lavorò su questo algoritmo almeno dal 2007, come detto prima, nell’ottobre 2008 con l’invio ad una community di crittografi, e l’8 gennaio 2009 rilascia il codice sorgente, “Genesis block”, “Open source, free software”, avviando la piattaforma di questa nuova cripto moneta. La cosa interessante di questo personaggio, Satoshi Nakamoto, dal maggio del 2010  scompare dalla rete, passa la gestione del progetto a Gavin Andresen, con il quale aveva mantenuto  contatti via e-mail, ma quando Andresen gli comunica di essere stato contattato Per un interrogatorio dalla CIA, Nakamoto scompare definitivamente.

In cosa consiste il protocollo, cioè il codice block chain, il primo fattore più evidente è l’esistenza di un registro pubblico delle transazioni, un libro mastro contabile, distribuito, con tecnologia peer to peer.

Le prime modalità di file sharing prevedevano sempre un server centrale Che metteva in comunicazione i diversi Peer del network, la presenza di un server centrale ha consentito alle autorità di spegnere quel server, se usati per cause illegali, si ricordi Napster e simili, successivamente l’inventore di Bit Torrent,Brad Coen, sviluppò un algoritmo che non prevedeva un server centrale, ma i file venivano scambiati in quanto i nodi della rete avevano una copia del file da condividere, quindi per spegnere un tale network bisognava spegnere tutti i nodi della rete, un’operazione impossibile. 

Ecco che Satoshi Nakamoto prende ispirazione esattamente dal protocollo bit torrent per condividere un file peculiare, un unico file. Il registro pubblico delle transazioni, questo registro permette il trasferimento delle operazioni in tutta sicurezza, permette il trasferimento di un gettone digitale univoco, questo gettone può essere scambiato ma non duplicato, e questa la features straordinaria, Nell’ambito digitale qualsiasi cosa viene trasferita, può essere duplicata all’infinito, nel caso della tecnologia block chain è la prima volta che in ambito digitale una cosa può essere trasferita, scambiata ,ma non duplicata.

Rappresenta quindi un protocollo che è capace di rimpiazzare qualunque autorità centrale il cui ruolo sia quello di detenere ed avere manutenzione di un registro centrale, si pensi al catasto, il pubblico registro automobilistico, l’anagrafe tributaria.

Altro punto importante è la crittografia basata su una chiave pubblica ed una chiave privata, per intenderci la firma digitale utilizzata per la posta elettronica certificata.

Strumento di sicurezza primaria e la chiave privata, non dovrà mai essere messa a disposizione di nessuno, perdere una chiave privata significherebbe mettere a disposizione, al portatore, il proprio portafoglio Bitcoin. La chiave pubblica, invece,usarla per le transazioni.

Non bisogna perdere di vista la differenza chiave tra il sistema finanziario tradizionale così come lo conosciamo da più di un millennio e l’alternativa rivoluzionaria di Bitcoin coraggiosamente proposta ed avviata da Satoshi Nakamoto. Tradizionalmente il potere politico centrale, divenuto tale dopo avere guadagnato il consenso in maniera più ho meno democratico ho autoritario, autorizza l’attività del sistema bancario e affida ad esso la gestione e la conservazione della cronologia delle transazioni finanziarie, bitcoin, dal canto suo, non è semplicemente l’ennesima moneta elettronica ho un nuovo mezzo di pagamento, Bitcoin rappresenta una piattaforma tecnologica abilitante con incentivi economici tali da permettere ad utenti che hanno bisogno di raggiungere un accordo tra loro e quindi anche una qualche forma di consenso politico su una determinata materia, di appoggiarsi a una rete decentralizzata di Certificatori computazionali.

Ora accennerò in breve le operazioni di creazione dei bitcoins, essi sono simili a l’oro, quindi limitati, infatti se ne possono estrarre 21 milioni di unità, come il metallo aureo, Che è un minerale limitato nella sua quantità, anche i Bitcoin hanno questo limite. Una curiosità, il creatore del protocollo è di questa cripto valuta, Satoshi Nachamoto, all’atto dell’avvio delle operazioni computazionali, ha riservato per se  1 milione di unità, bitcoins, oggi un Bitcoin è scambiato A 38.000 $.

Ho appena accennato alle “operazioni computazionali“, attraverso le quali, con un complesso algoritmo legato sempre alla block chain, si possono estrarre, operazione di maining, i Bitcoin, ed i miners, minatori, non sono altro che computer con capacità di calcolo sempre più elevate, le quali entrando in competizione tra loro attraverso i calcoli computazionali, si aggiudicano di volta in volta, i Bitcoin residui. Qualcuno ha fatto notare l’impatto ecologico, in termini di dispendio di energia, per le operazioni di estrazione sempre più complesse mano a mano che diminuiscono le quantità dei Bitcoin residui.

Fino ad ora abbiamo descritto tecnicamente la block chain e l’uso come currency digitale, ora ci soffermeremo a indicare altri utilizzi di questa straordinaria intuizione. 

Abbiamo a che fare con due cose, il Bitcoin con la B maiuscola, cioè un protocollo, e bitcoins, con la b minuscola, un’unità di valuta. Possiamo affermare che i i bitcoins sono scambiati attraverso il protocollo Bitcoin, il protocollo è un’invenzione straordinaria che cambierà senza alcun dubbio la storia dell’umanità, perché permette tecnicamente, tecnologicamente, di rimpiazzare qualsiasi autorità centrale, il cui ruolo sia un ruolo Notariale, un ruolo di validazione, un ruolo di incrocio dati, un ruolo di certificazione. Tutte queste autorità centrali possono essere sostituite dalla loro versione peer to peer, quindi dirette da pumto a ppunto, crittograficamente sicure.

Nel 2019 Mark Zuckenberg, creatore di Facebook, A promosso il lancio della propria cripto valuta, la Libra, Che rispetto ai bitcoins, Limitati nella quantità disponibile  da estrarre, manterrà una correlazione con le “piccole“ monete locali, dollari, euro, Yuan, sterline.

Altro fatto incredibile della moneta libra è il potenziale di utenti che ne potranno usufruire, Facebook a circa 2 miliardi e mezzo di utenti, regalare a questi utenti un conto corrente con le caratteristiche basilari della cripto valuta significherà dare la possibilità di poter scambiare valore commerciale in maniera transnazionale. Inoltre si darà la possibilità agli utenti di avere un conto corrente globale, oggi quante persone non possono accedere ad un conto corrente, questo avviene in tanti paesi e per vari e svariati motivi, Zuckenberg entrerà in competizione con le banche locali, legate agli Stati, ed in virtù del fatto che la Libra sarà legata alle monete in uso corrente, potrà essere uno stabilizzatore dei cambi mondiali. Il sistema economico finanziario mondiale lo permetterà? I padroni della finanza globale avranno la possibilità di spegnere Facebook?

Credo che aver legato la libra alle monete correnti nazionali sia la chiave affinché non se ne possa più fare a meno.

La moneta digitale è soltanto il primo grande esperimento. Quando parliamo di block chain Parliamo di un registro pubblico di transazioni che certifica la proprietà di un bene digitale e il trasferimento, la capacità transnazionale, di un valorenel digitale.

Oggi Si parla di Web 3.0, il Web social e dell’IOT, ma tutti cercano cosa potrebbe essere il Web4.0, il Web 4.0 è esattamente questo. Se guardiamo cos’è Internet oggi, un grande sconfinato ammasso di informazioni, indicizzato dai diversi motori di ricerca e da diverse metodologie, con una sempre maggiore capacità di calcolo, pensiamo al cloud Computing, quindi abbiamo una grande quantità di informazioni, una grande quantità di capacità di calcolo, il terzo elemento, straordinario, abbiamo una capacità transnazionale, cioè la possibilità di scambiarsi qualcosa con efficacia e con certezza senza la mediazione di nessuna autorità. 

Questo rende il Web 4.0 un luogo tutto da esplorare. Da questo punto di vista la currency è un esperimento, perché se si riesce a fare a meno Dell’authority centrale, laica per eccellenza, la banca centrale, allora si può fare a meno, veramente, di qualsiasi autority centrale.

Il protocollo.

Proviamo ad applicarlo con due esempi diversi da quello monetario, ma riguardanti L’economia reale, nel mondo in cui viviamo.

Primo esempio, applicabile oggi, non in futuro, che si potrebbe mettere su  in un paio di mesi, cioè la sostituzione del pubblico registro automobilistico. Un soggetto acquista un’auto e si reca dinanzi ad un impiegato dell’ACI, Ha firmato una serie di documenti cartacei, l’impiegato, sostanzialmente, ha aperto un database dove ricerca il numero di targa, sostituisce il proprietario con il nuovo, il quale versa alla cassa circa 500 € tra bolli  imposte e tasse, questa transazione poteva essere fatta su una tecnologia block chain, in cui il proprietario dell’auto, con la sua chiave privata, la sua firma digitale, poteva firmare una transazione in cui intestava quell’auto a un nuovo proprietario, questa transazione sarebbe stata pubblica, perché la block chain è un registro pubblico, editabile da chiunque, se lo Stato avesse ritenuto che il venditore o l’acquirente dovessero versare delle tasse sulla transazione, avrebbe avuto la possibilità di raggiungere ed esigere il pagamento di quelle tasse con certezza. La transazione potrebbe avvenire in maniera totalmente decentralizzata, anche la notte di Capodanno o una mattina di domenica, senza costringere L’acquirente e il venditore a recarsi in un’ufficio dell’ACI e  l’impiegato non avrebbe fatto altro che modificare un dato in una cella excel. 

Facciamo un salto nel futuro, parliamo ora di democrazia diretta, immaginiamo che l’attività legislativa in un futuro, distante da oggi, diventi sostanzialmente tanti mini referendum, cioè tutte le proposte di legge diventerebbero sottomesse alla democrazia diretta con un sì o con un no, ogni cittadino riceverà un amount di coin da spendere nelle decisioni legislative, quindi per ogni legge vi sarebbero un coin che si potrebbe spendere e dare nel wallet per il “sì oppure nel Wallet per il no”.

Potrebbero esserci persone specializzate su determinati temi, ad esempio economici, o nel campo del Welfare o altro, quindi si potrebbe delegare I propri coin a questi soggetti per le votazioni su determinate leggi specifiche, in questo caso avremo creato il politico, oppure si potrebbero creare dei gruppi , movimenti ho comitati, specializzati in una o più aree legislative, ho su un determinato programma politico da attuare, in questo caso si sarebbe creato un partito, ma essi, politici o partiti, sarebbero soggetti sempre ad elezioni ogni cinque anni, ma il cui voto, cioè come sì posizionerebbero i coin nelle decisioni, saranno trasparenti, attraverso il protocollo Block chain si permetterebbero continuamente, di revocare il mandato, di scegliere altro. In un’aggregazione in democrazia diretta, cioè senza delegare alcuno, in una democrazia mediata cioè con delega ad un politico, o ad un partito ma senza soluzione di continuità.

Questa è la portata della rivoluzione della block chain.Il presupposto alla base dell’idea di Satoshi Nakamoto E che un consenso raggiunto secondo il criterio “una CPU un voto” è meno sabotabile rispetto alle modalità di formazione del consenso politico, conosciute prima dell’avvento di Bitcoin. 

La corsa al riarmo computazionale, non solo offre una maggiore trasparenza all’interno del sistema, ma garantisce anche la competizione tra sistemi. L’opera intellettuale di Satoshi Nakamoto minaccia di ridefinire ciò che intendiamo normalmente come significato pratico del termine pubblico, da autorizzato dal potere pubblico centrale a certificato da una rete computazionale decentralizzata. Non è solo la cronologia delle transazioni finanziarie a rischiare di essere disrupted, ma qualsiasi tipo di registro informativo pubblicamente rilevante, anagrafe,registro automobilistico, contrattualistica, nomi di dominio, standard ISO, Marchi di origine, listini azionari, votazioni elettorali politiche elettroniche trasparenti, sicure ed a prova di un qualsiasi attacco fraudolento.

Chi sono in breve: 

Mario sommella, Calabrese di nascita, napoletano nel sangue, oggi vivo in Friuli, marito, padre, ex operaio, non vedente, laurea in Scienze della comunicazione, demolitore delle differenze di condizione e di genere. Il mio motto: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza  diventa Dovere“!(cit).

Bitcoin e libra, quale sarà la moneta globale? (Seconda Parte) 

Di mario sommella

Dopo aver introdotto, nel primo articolo, il concetto di cripto valute, nello specifico bitcoin e la tecnologia  block chain, ed aver appena accennato alla nuova cripto valuta progettata dal colosso di Mark Zuckenberg, , la libra, approfondiremo L’argomento su questa  nuova moneta digitale, in fase di lancio, da parte del gigante   del mondo dei social network, Facebook.

Libra  è un’incursione di Facebook, e di altre società, ad oggi sono 28, che fanno parte della Libra Association, nel mondo delle cripto valute, e degli strumenti digitali utili per la trasmissione di valore tramite una tecnologia che è distribuita. In questo caso non è “decentralizzata”, perché a un centro di governance ben individuata nella Libra Association, ma è distribuita nella rete, quindi ha delle caratteristiche di resilienza.  Essa vuole permettere di trasmettere valore stabile dal punto di vista degli scambi commerciali, nel senso che sarà una moneta garantita e redimibile da un paniere di altre valute  e titoli di Stato, questo esperimento è molto interessante in quanto sarà la prima  moneta centralizzata da un’emittente ben individuato che non saranno le banche centrali.

Le sostanziali differenze con le altre cripto valute, ad esempio bitcoin, operanti attraverso la block chain per garantire l’univocità dei trasferimenti nelle operazioni di scambio di valori, cioè sono affidate ad un algoritmo che le rende completamente decentralizzate, chiunque può divenire un nodo di questa rete, mentre nel caso della libra c’è una gestione centralizzata da un’associazione tra società private. 

La seconda grande differenza tra Bitcoin e libra è l’estrema volatilità della prima cripto valuta, mentre la libra sarà stabile, perché legata ad un paniere di valute correnti. 

I bitcoin e similari sono molto volatili, immaginiamo un mutuo in Bitcoin, nel corso degli anni ha subito un aumento pari a 38000 volte il valore iniziale, un fatto insostenibile da  chi avesse contratto un debito. Quindi Bitcoin  è una moneta speculativa, in quanto scarsa, condizione che la accomuna alle transazioni auree piuttosto che ad una moneta corrente legata a fluttuazioni economiche Dei mercati valutari.

Bitcoin e similari  sono un bene rifugio, oro digitale, non possono essere confiscati, censurati, una transazione in Bitcoin non può subire confische, D’altro canto la libra sarà una moneta transnazionale quindi buona per gli acquisti, Per pagare  salari, per aprire mutui. La libra risponde ad una moneta sovranazionale, digitale, quello che le nostre banche centrali non hanno  voluto o saputo darci.

Per ora libra è un annuncio, sarebbe dovuta arrivare  nel primo semestre del 2020, L’emergenza pandemica ne ha fatto slittare il lancio.

Ma come si farà a comprarla, dove si comprerà?

La governance di questa nuova cripto valuta ha già annunciato l’apertura di una divisione, dal nome Calibra con sede a Ginevra, che preparerà un Wallet digitale Che verrà implementato all’interno di WhatsApp e di Messenger,, Sarà disponibile come un’applicazione autonoma, attraverso il quale si potrà trasferire il nostro denaro  dopo aver ricaricato i  propri soldi  scambiati in libbra nel proprio conto o Wallet. Quindi i market maker saranno abilitati a trasformare le valute tradizionali in libra e viceversa.

Vorrei porre all’attenzione un fatto che ritengo rilevante, scambiare le valute correnti (euro, dollaro, one, sterlina) in libra  significherebbe acquisire anche i debiti delle nazioni emittenti, queste valute, potrebbero aprire  una ulteriore bolla finanziaria, ma in questo caso molto più ampia,  estesa a livello globale, un enorme “buco nero” Dei debiti pubblici degli Stati nelle mani di poche multinazionali, quindi nelle mani di pochi soggetti privati.

In pratica il sogno dell’economista Von Hayek   Potrebbe concretizzarsi, cioè la nascita di una valuta globale, privata,  garantita non più dagli Stati e dalle loro banche centrali ma da un consorzio di aziende, Multinazionali, nel caso di libra sono presenti MasterCard, Visa, Pay Pal,Iliad ecc,  tutti soggetti privati. Non sono presenti banche o gruppi bancari, ma colossi come JP Morgan si stanno organizzando autonomamente in tal direzione.

 Quali saranno gli scenari possibili? Ci stanno traghettando verso la vittoria finale del capitalismo, appropriandosi anche dell’ultimo strumento che, definiva la ricchezza, ma non ne era proprietario in termini di emissione , le valute monetarie. Ci troveremo di fronte ad un sistema finanziario globale accessibile a tutti, la metà della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi bancari di conto corrente, il 70% delle aziende nei paesi in via di sviluppo non possono accedere al credito, attraverso questo sistema finanziario si permetterà a questa fetta enorme dipopolazione mondiale di avere accesso al credito ed ai vari servizi finanziari. 

Libra introduce il sistema di pagamento che sarà utilizzato da uber, Spotify, E tutti quegli operatori che sono nel consorzio della libra Association e nello stesso tempo ha l’ambizione di creare qualcosa di più, il suo obiettivo sarà il modello cinese, sul tipo di Ali pay, cioè un sistema finanziario legato ai social network, in questo caso i cinesi sono abituati a fare tutto  dal telefonino, pagano, hanno la banca, chaTano, mantengono le relazioni, comprano beni, quindi l’utente fa tutto con la tecnologia smart.

 Con questa nuova esperienza, nel campo monetario finanziario, Facebook si sta creando una nuova esperienza che la allontana dal modello conosciuto finora, di fatto sotto attacco dopo gli scandali Cambridge analitica, cioè della profilazione degli utenti nell’ambito del marketing politico, utilizzando i nostri dati personali e la nostra esperienza all’interno del social network Al fine di propaganda da parte della più becera politica, vedi Trump,  Bolsonaro e Salvini, nella versione italiana.

Questo nuovo sistema farà paura alle banche? La risposta è sì. E da un lato realizza il sogno di tutti gli economisti libertari, capeggiati in questo da Von Hayek, che auspicava proprio la nascita di una concorrenza libera di mercato tra monete  private e monete a corso legale, Hayek si domandava e ci domanda tuttora, perché non sì sia mai considerato  il monopolio della moneta indispensabile, egli dice “non rivedremo mai +una  moneta se non la toglieremo dalle mani dei governi con un qualche astuto stratagemma che non sia possibile fermare“ , le reazioni vanno in tal senso, vediamo là BDF,  , la Francia con il suo ministro delle finanze, sono  fortemente preoccupate, d’altro canto vediamo la Banca d’Inghilterra disponibile a fare da custode di quelle riserve che saranno messe a garanzia di libra, quindi ci sono atteggiamenti differenti,  come sempre il mondo anglosassone È più aperto alle speculazioni, mentre il mondo europeo è più dirigista.

 Sarà interessante vedere come gli Stati e le loro banche centrali se e come tenteranno di fermare Facebook, questa sarà  la vera grande sfida, da un certo punto di vista, con uno sguardo onesto, sarà difficile fermarli, perché bisognerebbe proibire a Facebook di fare quello che altre cripto valute fanno da anni, Dall’altro lato lasciarli andare avanti sdogana, un po’, agli occhi di tutti nell’esperienza  di avere artefatti digitali presenti sul proprio cellulare senza costi e senza chiedere il permesso a nessuno.

I vantaggi per gli utenti sono evidenti in quanto oggi noi abbiamo dei sistemi di pagamento  sub-ottimali,  un bonifico impiega 2 o 3 giorni, a volte anche cinque, a raggiungere il beneficiario, mentre la libra utilizzandola con la messaggeria istantanea, WhatsApp e Messenger, farà qui la differenza, l’istantaneita dell’operazione finanziaria, di compravendita, da effettuare,  anche l’acquisto attraverso una carta di credito, accettata da un commerciante, ha sempre 90 giorni entro i quali  l’operazione potrebbe essere annullata, mentre in questo caso non vi sarà questo rischio, l’istantaneita dell’operazione sarà paragonabile all’acquisto con moneta contante. Da questo punto di vista questa piattaforma potrebbe essere sconvolgente nella sua efficacia, certamente, bisognerebbe ricordare che questa piattaforma è centralizzata, controllata, censurabile, confiscabile, e persino manipolabile, dai suoi emittenti, tanto quanto i governatori delle banche centrali hanno effettuato nella loro storia, hanno sempre abusato della discrezionalità, se leggiamo la storia delle monete, sarà solo questione di tempo che qualcuno ne abusi e le faccia deperire. Ecco nel caso di Bitcoin questo non puó succedere  perché abbiamo altri profili di utilizzo, simile ad una moneta rifugio, ad un bene in cui investire una percentuale di capitali, parte dei propri risparmi, nel caso della libra invece potrebbero aprirsi anche scenari problematici oiviamente perché legati alle monete correnti euro dollari sterline. 

Nel tema dell’antico problema del riciclaggio come si legherà libra. Innanzi tutto si dovrebbe tranquillizzare tutti, qualsiasi nuova scoperta, innovazione, soprattutto nell’ambito tecnologico, esse sono tendenzialmente neutrali,  cioè vi sono utilizzi patologici ed utilizzi fisiologici, per fare un esempio i terroristi hanno utilizzato l’aviazione civile americana per fare del male, i criminali usano Internet, usano la telefonia cellulare,  usano il dollaro per le loro transazioni, compravendite di partite di droga, non per questo si può pensare di bandire questi strumenti. C’è già una normativa a livello internazionale che prevede dei presidi di identificazione e monitoraggio delle transazioni finanziarie e tutte le volte che si toccano le valute con corso legale, ma dove si toccano, invece, le cripto valute quello non è monitorabile, una terra di nessuno.

Concludendo: quello che potrebbe inquietare, una volta descritti  i parametri di funzionamento di queste monete globali, che dietro questo esperimento vi sia un colosso dei social come Facebook, cioè che già sa di noi tantissime cose della nostra vita, addirittura cose che noi tendiamo a dimenticare, gli algoritmi di Facebook, no. Quindi la conoscenza dei nostri dati finanziari legati alla conoscenza dei nostri movimenti e del nostro pensiero, potrebbero allarmare,  sempre di più, sia le  autorità a livello globale che noi stessi.    

Chi sono in breve: 

Mario sommella, Calabrese di nascita, napoletano nel sangue, oggi vivo in Friuli, marito, padre, ex operaio, non vedente, laurea in Scienze della comunicazione, demolitore delle differenze di condizione e di genere. Il mio motto: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa Dovere“ (cit).

Psicopolitica

Neoliberalismo digitale.

Una lettura di Psicopolitica di Byung-Chul Han

di M. Sommella

L’argomento che tenterò di esporre in questo articolo é il neoliberalismo digitale.

Potrebbe sembrare una definizione cervellotica e complessa ma il termine appare in un libro che ritengo molto interessante, scritto dal filosofo coreano Byung-Chul Han, nato a Seul ma che insegna in Germania, a Berlino, docente di filosofia e studi culturali.

Questo filosofo ha scritto vari libri fra cui uno, dal titolo Psicopolitica, che a mio avviso pone delle questioni molto interessanti. Il sottotitolo di questo libro, è ”Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere”. Quindi è uno studio che unisce dei riferimenti, delle tematiche, che riguardano la filosofia, la storia, la politica, la tecnologia e in alcuni passaggi anche la religione, in sintesi i problemi più gravosi dell‘attuale società digitale.

Byung Chul Han è un autore annoverato fra i cosiddetti “apocalittici11, ossia tra coloro che hanno una visione pessimista, per molti versi, dello stato attuale, del nostro futuro e della società digitale. Il saggio si apre con una domanda: siamo oggi realmente soggetti liberi, non più sottomessi, in grado di autodeterminare ed inventare, attraverso il pensiero e l’iniziativa, la nostra vita? O al contrario siamo ancora più sottomessi e controllati, ma soprattutto siamo ancora più sottomessi e controllati contro la nostra volontà, senza accorgercene?

Seguiamo il suo ragionamento. L’autore si domanda se è veramente possibile che l’essere umano si sia liberato in questi anni da tutti i vincoli esterni del potere e sia invece diventato succube di altri vincoli, che lui definisce vincoli e costrizioni interiori, autoimposte, che ci portano a una imposizione quotidiana di attività. Quindi secondo il filosofo viviamo in una fase, in un’epoca, in cui la stessa libertà teorica che noi abbiamo, la libertà di scelta che viene concessa agli utenti dalle piattaforme, ad esempio, genera delle costrizioni. La libertà, che secondo l’evoluzione storica, non dovrebbe generare costrizioni invece oggi porta a depressione, a burnout, porta a soggetti che in alcuni casi, sono divenuti dei servi assoluti perché sfruttano se stessi, continuamente, senza che ci sia un padrone che possa richiedere questo sfruttamento. Questo sfruttamento subdolo, sarebbe operato dal regime capitalista neoliberale che sfrutterebbe in maniera intelligente proprio la libertà, servendosi di tre aspetti o mezzi fondamentali: il primo sono le emozioni; il secondo il gioco; il terzo è la comunicazione.

Il soggetto, l’utente di un social network ad esempio, viene sfruttato, ma non contro la sua volontà. In altri termini è consenziente a questo sfruttamento, infatti secondo il filosofo il neoliberalismo farebbe del lavoratore un imprenditore, per cui ciascuno sarebbe, in un certo senso, un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa personale, per cui, scrive il filosofo, ognuno di noi è nello stesso tempo servo e padrone incarnati nella stessa persona (Han, p. 47).

L’ illusione della libertà digitale

Inizialmente la rete fu salutata come un mezzo di libertà illimitata. Internet e la rete, il cyberspazio, i social network: attraverso questi mezzi, finalmente, l’uomo era in possesso di una libertà nuova, senza confini, senza limiti di espressione, senza nessun controllo centralizzato. Byung-Chul Han sostiene che questa euforia, questa libertà si sia rivelata ben presto un falso storico. Soprattutto oggi si rivela un’illusione, per cui la libertà e la comunicazione illimitata e non condizionata si sono rovesciate in un quadro di controllo totale. Questo controllo è la Psicopolitica.

Nel testo si definiscono i social media come i nuovi panottici digitali. Questa sorta di carceri digitali monitorano lo spazio sociale e lo sfruttano senza remore, per cui saremmo in presenza di un nuovo strumento di sorveglianza globale, molto più efficace perché sfrutta la potenza del digitale e la capacità computazionale degli algoritmi.

Nel capitolo “Biopolitica” si propone una sorta di comparazione tra l’idea dei detenuti del Panopticon originario di Bentam e l’odierno panottico digitale. Mentre i detenuti del progetto benthamiano venivano isolati l’uno dall’altro allo scopo di imporre una disciplina, infatti non potevano assolutamente parlare tra loro, gli abitanti del Panottico digitale, della rete dei social network comunicano intensamente fra loro e soprattutto, sostiene il filosofo, si identificano e si denudano volontariamente. Per cui nell’idea originaria avevamo l’isolamento, nell’idea attuale abbiamo una comunicazione incessante e continua che viene a disegnare un nuovo carcere digitale, un dialogo, tra l’altro, efficace nel rendere il sistema un mezzo di controllo.

Ecco allora la definizione di un nuovo quadro. Creato da utenti, cittadini, carcerati, chiamiamoli come vogliamo, essi contribuirebbero attivamente alla creazione e al mantenimento del loro Panottico digitale. La società del controllo digitale farebbe un uso massiccio della libertà apparente dei cittadini attraverso l’imposizione culturale di “psicotecnologie dello psicopotere” (Stiegler 2009, p. 49), aggiornate grazie all’auto esposizione e all’auto denudamento volontari.

In pratica il grande fratello digitale avrebbe esternalizzato il lavoro di controllo ai detenuti stessi. La divulgazione dei dati non avviene più in modo costrittivo, cioè non si obbligano più le persone, non si indagano, intercettano, torturano, in quanto fornire le informazioni e e diffonderle diventa un bisogno interiore degli utenti. Anche la trasparenza in rete, tanto lodata da più parti, sarebbe finalizzata a rendere ancora più efficace questo sistema di controllo, questo per il motivo che più informazioni e comunicazioni vi sono e più produttività viene portata. Si crea una maggiore accelerazione, una maggiore crescita, del sistema di controllo, una maggior voglia di produrre e diffondere dati che rendono semplici queste modalità di controllo.

Conclude l’autore che, in questo panottico digitale, tutti sorvegliano tutti, ogni utente sorveglia costantemente l’altro, per cui la sorveglianza ha luogo anche senza l’utilizzo di sorveglianti, cioè è gestita dal sistema di comunicazione stesso e dagli utenti, dal sistema di diffusione dei dati, si basa su una sorta di accordo generale tra gli utenti.

L’elettore come consumatore

La psicopolitica digitale è il concetto che dà il titolo al saggio. Con esso Byung-Chul Han sostiene che in un quadro come quello che abbiamo descritto prima il cittadino, ma soprattutto il cittadino inteso come elettore, diventa consumatore. E l’elettore diventato consumatore non ha alcun interesse reale per la politica, né per costruire una società eguale, né per partecipare attivamente all’interno delle attività della sua comunità; reagisce soltanto in maniera passiva alla politica. Lo fa criticando, lo fa lamentandosi, proprio come farebbe un consumatore di fronte a dei prodotti o dei servizi che non gli piacciono, per cui i partiti politici sono diventati dei semplici fornitori di prodotti e il cittadino elettore è diventato un semplice consumatore.

Si pensi a quanto vi può essere interessante in uno scenario simile per il mondo politico, soprattutto in un periodo pre elettorale. Il fatto che gli elettori si espongano di loro spontanea volontà, senza alcuna coercizione, senza alcun obbligo, che diffondano costantemente dati che li riguardano, che i cittadini mettano realmente in rete tutti i dati e tutte le informazioni su loro stessi senza sapere chi sarà a sapere queste cose sul loro conto. Le società preposte alla raccolta dei dati li recuperano, li profilano, li analizzano; in pratica non c’è più controllo su questi dati e secondo l’autore l’idea di protezione dei dati non esiste più, è un concetto obsoleto.

Questo è il passaggio cruciale che segnato l’avvio verso l’era della psicopolitica digitale, un’era che vede il passaggio dalla sorveglianza passiva al controllo attivo e che va a colpire la nostra stessa volontà, nello specifico la volontà del cittadino elettore.

In questo contesto, afferma Byung-Chul Han, i big data diventano uno strumento psicopolitico di enorme efficacia, dal momento che consentono di estrarre una massa di saperi sconfinati sulle dinamiche della comunicazione sociale e soprattutto permettono di elaborare delle previsioni sul comportamento umano. In tal modo il futuro diventa calcolabile e controllabile e i big data annunciano, in un certo senso, la fine della persona come la conoscevamo ma anche, prospettiva inquietante, la fine della libera volontà.

In questo quadro apocalittico, secondo l’autore del saggio, lo smartphone è diventato l’oggetto devozionale digitale, è usato per sottomettere, per destabilizzare, ha la stessa funzione del rosario; lo smartphone e il rosario servono alla sorveglianza, al controllo, del singolo su se stesso, non c’è nessuna differenza, il like è diventato “l’Amen digitale”, lo smartphone un vero e proprio confessionale mobile.

Come reagisce il potere

Sullo sfondo di questo quadro che abbiamo descritto, molto inquietante, ci sarebbe un potere che non deve più usare la violenza ma è invece permissivo, plasmato sulla benevolenza, ha abbandonato l’idea di negatività e si presenta come emanazione di pura libertà. Ciò darebbe origine a una forma di controllo subdola, duttile, intelligente e soprattutto non visibile. Il soggetto sottomesso non è più cosciente della propria sottomissione, il rapporto di dominio resta celato, il soggetto si crede libero perché agisce ogni ora e ogni giorno che passa sugli smartphone e sui social cercando il piacere e la soddisfazione per cui il risultato è che il cittadino-elettore si sottomette da sé. Questo nuovo potere tramite la benevolenza non vuole rendere docili gli esseri umani ma li vuole rendere dipendenti, è un potere più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo, è un potere che si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle; chiede e seduce invece di proibire, e soprattutto è un tipo di potere che non si oppone al soggetto ma gli va incontro o le va incontro, lo invita a comunicare continuamente, a condividere, a partecipare, ad esprimere opinioni, a indicare i propri bisogni e le proprie preferenze, a raccontare la sua vita; il like è uno strumento per raggiungere tutto questo.

Cosa c’entra la psiche e cosa c’entra la produzione immateriale? In questo scenario il neoliberalismo non si interessa al corpo delle persone, al lato fisico, ma alla psiche, e vede la psiche come una forza produttiva. Essa è in stretta correlazione con l’apparato produttivo dell’odierno capitalismo e Byung-Chul Han sostiene che, se nella società digitale gran parte della produzione è fatta di oggetti immateriali (informazioni e programmi), ciò implica che per la prima volta ci sarebbe la possibilità di controllare il mondo della produzione attraverso la psiche del cittadino.

Han individua una nuova forma di sorveglianza che ricorre alle emozioni, per cui nel regime neoliberale vi sarebbe l’abbandono dello Stato di sorveglianza o sistema di sorveglianza orwelliano. All’interno di questo panottico digitale c’è una libertà fatta di comunicazione illimitata, per cui non c’è la percezione del controllo, in questo nuovo luogo non si viene torturati ma si viene twittati, si viene postati, soprattutto nessuno si sente realmente sorvegliato. Il regime neoliberale ricorre alle emozioni come risorse per realizzare maggiore produttività e prestazione, dal momento che sono le emozioni che hanno il compito di suscitare stimolo all’acquisto, di suscitare bisogni che trovano una realizzazione immediata proprio all’interno del mondo digitale. Anche il gioco è utilizzato intensamente, la ludicizzazione della vita e del lavoro con un sistema di ricompense simili a quelle correlate ai giochi. C’è una logica di gratificazione che muove questi strumenti di controllo, una logica che funziona attraverso i like, attraverso gli amici, attraverso i follower, attraverso le visualizzazioni. Tutto il sistema di comunicazione sociale oggi è sottomesso alla modalità del gioco.

L’autore sostiene che i big data sono l’elemento principale per attuare il controllo e parla di dataismo (Han 2016, p.88). La sorveglianza digitale è a-prospettica, è libera dalla restrizione prospettica tipica del controllo analogico, fisico; rende possibile la sorveglianza da qualsiasi angolo visuale, elimina tutti gli angoli ciechi, ed è in grado di scrutare sin dentro la psiche del soggetto. Questo tipo di controllo attraverso i dati si basa sulla raccolta di enormi quantità di informazioni, misura tutto ciò che può essere misurato, usa i dati come una lente per filtrare l’uomo e i suoi pregiudizi con lo scopo di arrivare a predire anche i suoi comportamenti futuri.

Questo panorama nuovo e preoccupante appare molto più chiaro se comparato all’epoca dell’Illuminismo. Nel primo Illuminismo era la statistica la disciplina di studio che avrebbe dovuto liberare il sapere dal contenuto mitologico e aprire la strada finalmente ai lumi grazie a un sapere oggettivo fondato sulle cifre. Nel secondo Illuminismo, che sarebbe quello che stiamo vivendo oggi, la chiave del sapere sarebbe la trasparenza dei dati. Questo comporta che tutto debba diventare un dato, un’informazione, fino ad un totalitarismo dei dati o feticismo dei dati che porta a un totalitarismo digitale.

L’Illuminismo nel mondo digitale si è rovesciato in servitù, in strumento di controllo, cioè il secondo Illuminismo è diventato l’età del sapere guidato unicamente dai dati, il Dataismo, per cui non c’è più bisogno di teoria o di una tradizione culturale.

A questo punto servirebbe un terzo Illuminismo che ci possa illuminare sul fatto che l’Illuminismo digitale si è rovesciato in servitù, in uno strumento di controllo.

A questo quadro non certo confortante, Han aggiunge due aspetti: l’aspetto del nichilismo imperante nel mondo dei big data e l’aspetto del quantified self. Il nichilismo significa rinuncia totale al senso delle informazioni per cui cifre e dati vengono assolutizzati, sessualizzati e feticizzati. Il quantified self (Han 2016, p.94) è una sorta di fede assoluta nella misurabilità e quantificabilita della vita che è arrivata a dominare l’epoca digitale, fino a far si che il corpo stesso venga dotato di sensori che registrano i dati. Siamo in un’epoca che raggiunge la conoscenza delle persone attraverso i numeri, ma i numeri, scrive il filosofo, contano ma non raccontano. Oggi praticamente ogni clic, ogni parametro di ricerca che noi immettiamo in rete, viene salvato, ogni nostro passo nella rete viene osservato, attraverso i GPS si conosce ogni nostro movimento, si ascoltano le nostre conversazioni, anche quelle più intime, si tracciano con i pagamenti digitali i nostri movimenti di denaro, i nostri dati biometrici e la nostra attività sportiva. La nostra vita si riflette nella vita digitale e questa società controllata rende possibile protocollare l’intera vita, per cui l’utente-cittadino-elettore viene sorvegliato anche dagli oggetti che utilizza quotidianamente. Han ci parla di una nuova prigionia che ha preso la forma di una memoria totale di natura digitale. In particolare l’autore non può non riferirsi a ciò che è successo durante le campagne elettorali statunitensi, dove i big data e il data mining hanno consentito uno sguardo a 360° sugli elettori, generando dei profili estremamente precisi e favorendo chi accedeva a quei dati sottratti illegalmente (Kaiser 2019).

Se uniamo questa azione al cosiddetto micro targeting, il rivolgersi in maniera mirata ai soggetti tramite la creazione di messaggi personalizzati per influenzarli, lo strumento di controllo diventa completo ed efficace. Questo conduce al titolo del libro, cioè la possibilità di dar vita a una Psicopolitica basata sui dati, che permetta di formulare previsioni su comportamenti dell’elettore, ottimizzare il messaggio a lui indirizzato e modellare la campagna elettorale, o l’intera azione politica, sui singoli individui.

Successivamente Han affronta un altro aspetto, quello dell’inconscio digitale. Visto che i nostri dati sono immagazzinati e leggibili anche il nostro inconscio lo sarebbe e ciò permetterebbe di accedere ai nostri desideri più reconditi, persino a quelli di cui non siamo espressamente coscienti. I big data danno accesso alle nostre azioni ed inclinazioni e la Psicopolitica è così in grado di innestarsi in profondità nella psiche delle persone per sfruttarla ai propri fini.

L’autore evidenzia un’interessante analogia tra big data e videoripresa (Han 2016, p. 100): proprio come una lente digitale, l’azione di data mining permette di ingrandire le azioni umane e di rivelare il campo di relazione dell’inconscio, sino a rendere assai evidenti delle microazioni che si sottraggono alla coscienza della persona. L’idea è che, analizzando i dati delle persone in maniera così accurata, si possano conoscere degli aspetti di cui le persone stesse non si rendono conto, oppure dei desideri che loro stesse non sanno di avere, l’aspetto profondo o pulsionale. L’estensione di questo principio è la possibilità di depredare anche l’inconscio collettivo (Han 2016, p. 101), non soltanto l’inconscio del singolo. In pratica significa la possibilità di poter controllare gruppi di individui e condizionare intere masse.

La conclusione è che la commercializzazione dei dati comporta che dall’idea di Big Brother, grande fratello, si sia passati a quella di Big Deal, grande affare (Han 2016, p. 102), con la possibilità di catalogare gli esseri umani in classi e di escluderli da servizi o beni secondo la loro posizione nella classifica. Tramite queste graduatorie si può arrivare all’espulsione dal Panoptico digitale, cioè al Ban-opticon come lo definisce Didier Bigo (Bauman – Lyon 2015, p. 129), che esclude da servizi anche basilari coloro che vengono collocati in una pposizione discriminante per dei metadati che rendono non meritevoli di essere parte integrante della società.(1)

Come si reagisce, si chiede Han, ad una società di questo tipo? Dove gli esseri umani privi di valore economico diventano spazzatura senza valore. La necessità, conclude il filosofo, è quella di diventare dei nuovi eretici, di rivolgersi alla libera scelta e alla non conformità. La possibilità della nostra libera scelta farebbe saltare il sistema, la possibilità di non conformarsi alle linee guida, alle direzioni nelle quali ci orienta il sistema, è quella che sovvertirebbe il sistema stesso.

L’essere idiota si oppone al potere neoliberale, alla sua comunicazione e sorveglianza totali. L’idiota non “comunica”, anzi: comunica per mezzo del non-comunicabile. Così, si chiude nel silenzio. L’idiotismo raggiunge i liberi spazi del silenzio, della quiete e della solitudine, nei quali è possibile dire qualcosa che meriti davvero di esser detto. Deleuze annunciava già nel 1995 questa politica del silenzio, indirizzata contro quella psicopolitica liberale che costringe perfino alla comunicazione e alla condivisione: “Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire, diritto di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto” (Gilles Deleuze, “Gli intercessori”, in Pourparler, cit., p. 173.) (Han 2016, p. 125)

Note

(1) Una forma di questa discriminazione avviene già nel Social Credit System cinese https://www.wired.it/intemet/web/2017/10/25/cina-punteggio-social-ai-cittadini-2020/

Bibliografia

Z. Bauman, D. Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, 2015. B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016.

B. Kaiser, La dittatura dei dati, HarperCollins, 2019.

Le origini dell’odio on-line.

Oggi è impensabile comprendere il livello di odio circolante se non si comprendono le tecnologie e gli strumenti tecnologici. Comprendere la nostra tradizione: la tradizione storica europea.

È impensabile anche comprendere oggi l’evoluzione dell’odio se non si parte dalla seconda guerra mondiale e dalla sua nascita. L’odio parte soprattutto in Europa dopo i totalitarismi e nel corso della ricostruzione post-bellica.

Non si può comprendere l’odio senza tener presente l’approccio sviluppatosi negli Stati Uniti d’America, bisogna capire subito che, gli U.S.A, hanno intrapreso una strada che è totalmente differente dall’approccio europeo. Noi europei abbiamo un problema pratico. A partire dagli anni 80, il 90% dei nostri dati, le nostre informazioni, sono custodite e circolanti su piattaforme nord-americane, tutti i nostri dati circolano oggi su Facebook, Twitter, Hotmail, Gmail e altro. Spesso, i comportamenti di queste piattaforme non li comprendiamo perché non conosciamo la tradizione e l’approccio statunitense.

Quando si parla di espressioni d’odio o istigazione all’odio o Hate speech, i puristi e gli studiosi individuano subito tre tipi di odio, o di istigazione all’odio, scaturiti dai totalitarismi e dalle dittature naziste e fasciste, sono:

–La razza (il concetto di razza è stato definitivamente ridimensionato dalla genetica moderna. In pratica non esistono razze diverse, ma un’unica razza, quella umana),

–La religione

–La politica

Quindi, quando sentiremo parlare di odio in senso puro o di istigazione, è un odio che riguarda gli ambiti della razza-odio razziale; della religione-odio religioso; della politica-odio politico. Ogni altra forma di odio che venga in mente e non venga collegata a questi tre ambiti, per gli studiosi puristi, potrebbero essere le espressioni grevi, offese, ma non considerate hate speech, o espressioni d’odio in senso lato.

Dalla metà degli anni 80 del secolo scorso si è aggiunto l’odio omofobico, un fenomeno che era già compreso tra il 1920 ed il 1945, ma viene formalizzato dal diritto ed evidenziato come problema e come quarto tipo di odio a metà degli anni 80 dalle istituzioni giuridiche Europee.

Qual è la grande distinzione tra Europa e Stati Uniti d’America?

Quando si iniziò a ricostruire l’Europa, furono attuate azioni incisive quali: Berlino anno zero, il Ban del nazismo, le prime normative in Germania e Francia dove si formarono due blocchi politici: un blocco guidato dall’unione sovietica e un blocco guidato dagli stati uniti d’America, cominciarono a confrontarsi nelle sedi internazionali, soprattutto alle Nazioni Unite, accanto alla creazione di convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. In estrema sintesi gli Stati in Europa chiesero che essi potessero, attraverso leggi, disciplinare le espressioni d’odio, domandarono che venissero riconosciuti nelle carte e nei trattati internazionali, chiesero di poter fare delle leggi volte a colpire l’opinione delle persone e quindi disciplinare le espressioni d’odio.

Gli storici evidenziarono questo paradosso, per cui Stati totalitari che avevano usato l’odio politico e le espressioni d’odio come strumento di propaganda per raggiungere il potere, subito dopo la seconda guerra mondiale chiesero che vi potesse essere la possibilità di fare leggi contro tali comportamenti.

Sull’altro fronte gli Stati Uniti d’America, con Eleonor Roosevelt che fece dei discorsi alle Nazioni Unite, in termini molto semplici, disse “voi siete dei pazzi, non si toccano le opinioni delle persone”, la tradizione nord-americana dice, anche oggi, che le idee devono vivere in un libero mercato: Free Market Place o Free Bias. Si scontrarono in sede di votazione, nell’occasione vinse il gruppo guidato dall’unione sovietica (53 voti a favore contro 19). Per cui l’Europa, dopo il 1946, prese una strada, quella della civiltà europea continentale, cioè gli Stati, da allora, possono fare norme che vietino l’istigazione e le espressioni d’odio. Verranno approvate leggi e norme contro il revisionismo o il negazionismo, ad esempio in Germania. Contro la ricostituzione del partito fascista in Italia, tali norme non vietavano solo la ricostituzione dei partiti nazisti e fascisti ma anche l’apologia, tant’è che dagli anni 50 agli 80, molti fascisti e nazisti europei migrarono negli Stati Uniti, aprirono i loro Club, i loro circoli, i loro movimenti in quella nazione. Questo ci fa comprendere come gli Stati Uniti siano considerati un porto franco e sicuro per gli estremismi nazi-fascisti. L’Europa procede in un modo, gli Stati Uniti procedono in un altro. Questo, fino a qualche anno fa non interessava tanto i giuristi, in quanto essi si occupavano esclusivamente del quadro europeo, ma quando siamo entrati nell’era globale di Internet il quadro cambia e le due visioni si scontrano. Quando ci si confronta con esperti legali nord-americani, loro non comprendono la posizione europea, proprio per un approccio nettamente differente che parte dalle basi giuridiche, più attente a proteggere le espressioni di idee in un libero mercato, lo stesso accade per i giuristi europei, attenti a proteggere le vittime e la collettività, quindi si fa fatica a capire la posizione degli statunitensi.

Un esempio emblematico può racchiudersi nella narrazione contenuta nel film “The blues brothers”, di John Landis, la scena dei nazisti dell’Illinois:

Elwood: “Ehi, che sta succedendo?”

Poliziotto: “Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione”.

Elwood: “Quali figli di puttana?”

Poliziotto: “Quegli stronzi del Partito Nazista”.

Elwood: “Hm! I nazisti dell’Illinois. Prrr”

Jake: “Io li odio i nazisti dell’Illinois.”

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c’era davvero una piccola, ma rumorosa associazione neonazista di nome National Socialist White Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, nei quartieri in cui l’espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l’avevano vinta. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all’Olocausto e i loro discendenti al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, e il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, e infine l’aveva del tutto vietata.

Negli Anni Sessanta” commentò il settimanale TIME “i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all’intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 vennero confermati nella Chicago del 1977”. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo rifugiatosi in America dal 1939, avvocato dell’Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto “free speech“). Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America era talmente ampio da includere anche l’“hate speech”. Dopo la vittoria in giudizio i nazisti dell’Illinois accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città, un museo dell’Olocausto.

Questo è l’approccio americano, se si proibisce di manifestare ai nazisti in uniforme. Questa è una delle situazioni peggiori che possono verificarsi, immaginiamo più persone scampate all’Olocausto nazista che vedono per le strade della loro città manifestare nazisti in uniforme, l’avvocato Burton disse “se si impedisce a costoro di manifestare si crea la base perché si rigeneri il nazismo , cioè quello che sto combattendo.“. Secondo l’approccio americano, il libero mercato delle idee, quelle cattive e quelle buone, sono poste sullo stesso piano e le idee buone avranno la forza di uscire e prevalere, ma nel momento in cui il governo, la legge, mette mano, altera gli equilibri. La corte suprema, nel corso degli anni, ha mitigato questa situazione con il principio del clear and Present Danger, cioè quando l’istigazione all’odio evidenzia un pericolo chiaro ed imminente, allora in questo caso le istituzioni giuridiche americane intervengono, e quello che viene definito attacco personale, istigazione all’odio mirato. Dire:andiamo a bruciare un’intera razza, non è un’ istigazione all’odio, dire invece: andiamo a bruciare “tizio” in tale via o luogo, domani mattina, per loro un indice di attacco personale. È importante capire questo aspetto, quando cominciarono a diffondersi i social network, le policy, le regole alla base delle piattaforme, non partivano dalle nostre idee di base, ma sono soggette ad un pensiero di base fondato sui principi poc’anzi enunciati. Le varie piattaforme social, Facebook ad esempio, non hanno sedi in Italia, quindi tutto scaturiva dalla loro concezione di odio, per assurdo la pornografia nella loro cultura è immediatamente bannata. Se su Facebook appare una foto di nudo, dopo cinque minuti viene cancellata, mentre le espressioni d’odio, omofobiche, razziste, nella loro idea sono lasciate libere, a meno che non si tratti di un attacco personale diretto. La prima policy in assoluto di Twitter, quando esso nacque, era molto semplice, potete fare quello che volete, potete scrivere qualsiasi cosa, basta che non siano indirizzate alla persona in modo diretto o che non vi sia una canalizzazione personale. Oggi in Europa siamo in imbarazzo con una situazione di questo tipo, noi abbiamo una tradizione che ritiene giusto che lo Stato intervenga quando si palesano espressioni di istigazione all’odio ma i nostri dati sono tutti su piattaforme nordamericane, tra l’altro queste piattaforme sono gestite in 190 Stati, ognuno con una legislazione differente, inoltre non si comprende perché venga permessa tutta questa libertà a queste piattaforme, possiamo ricordare le lettere della presidente della camera Laura Boldrini a Repubblica dove si chiede che vi sia un intervento da parte di Facebook dove chiede che tutto questo odio che circola nei social sia frenato, per loro tutti questi appelli non vengono presi in considerazione perché si ritiene preminente la loro tradizione costituzionale, il primo emendamento.

Alcuni giuristi nord-americani sono propensi verso la tradizione nordeuropea, cito Jeremy Woldrom, studioso neozelandese che insegna negli Stati Uniti, il quale dice che gli europei non sbagliano ad avere un approccio così rigoroso perché l’approccio nord-americano, se ci facciamo caso, non è attento alle vittime, ma è attento ai principi del diritto,. Woldrom dice che una vittima che viene discriminata, contro cui viene canalizzato l’odio, deve essere tenuta in considerazione, la massima, che viene attribuita a Voltaire, che dice “Odio quello che tu dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo“ è una frase bellissima, dice Woldrom, ma alle vittime chi ci pensa, a chi ha subito la violenza e riceve questo odio come tutelarlo.

Purtroppo l’approccio nord-americano è quello più influente, e sta creando molti problemi all’Europa, infatti qui si sta percorrendo la strada delle multe, delle sanzioni pecuniarie, ovvero, l’unico modo per convincere le grandi multinazionali dei social, affinché possano rimuovere i contenuti di odio e di prevedere delle multe é andar lì a toccare nei loro bilanci economici, toccare i loro portafogli. Ha iniziato la Germania, il governo tedesco sta elaborando un sistema prevedendo un’azione per cui se le piattaforme, Facebook Twitter e altro, non rimuovono i post, entro 24 ore, di gruppi neonazisti, di istigazione all’odio, di discriminazioni omofobiche, si possono comminare multe fino a 500.000 € al giorno. Quindi andare a colpire direttamente i guadagni di queste aziende escludendo una discussione più pacata affinché si possa risolvere al meglio la questione.

Potrebbe esserci un’altra soluzione, prevedere la creazione di una piattaforma social sviluppata e diffusa dall’Europa in tutto il globo, un social che si contrapponga a quelle americane, basata sui principi europei, questa è una soluzione verosimile ma non impossibile da attuare.

I dati normativi.

Quando parliamo di espressioni di odio, di hate speech, la prima definizione la troviamo contenuta nei patti internazionali sui diritti civili e politici che è un trattato che nasce dall’esperienza della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, in piena guerra fredda, quindi la contrapposizione tra i due blocchi, USA e unione sovietica è essenziale, in particolare l’articolo 20 dice “qualsiasi propaganda ha favore della guerra deve essere vietato dalla legge”, nel primo comma si nota l’eco dell’uscita dalla seconda guerra mondiale, e qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale, religioso, politico, Che costituisca incitamento alla discriminazione, alla ostilità, all’odio, alla violenza, deve essere vietato dalla legge. Questa è la prima definizione pura di istigazione all’odio.

Possiamo dividere in sei elementi centrali poi in due gruppi da tre definizioni.

—Il primo gruppo comprende i tre ambiti in cui opera l’odio, i nazionalismi, il razzismo e la religione quali strumenti di discriminazione e di odio;

—Il secondo gruppo si orienta verso l’incitamento a tenere dei comportamenti discriminatori, ostilità e violenza.

Qual è la grande differenza che stiamo leggendo da questa definizione?

Oggi, nel mondo dei social, l’odio è diventato comune e non è più soltanto connesso a razza religione e politica, pensiamo all’odio che sta circolando nell’ambito degli animalisti, dei No Vax..

Un tempo l’odio si sollevava in quegli ambiti, la grande novità delle tecnologie e quello di aver mutato l’odio in odio comune, qualsiasi dichiarazione o informazione può sollevare odio: dalla dichiarazione di Miss Italia che avrebbe voluto vivere durante la seconda guerra mondiale, a Gianni Morandi che mette la foto mentre va al centro commerciale di domenica a fare la spesa..

Il termine incitamento all’odio ha fatto nascere parecchi dibattiti sull’idoneità o meno a portare imminente violenza nel caso concreto. I giuristi hanno cercato di comprendere se questo incitamento è realistico, ad esempio se si dovesse dire “andiamo in tal luogo a distruggere il campo rom di Perugia“ magari a Perugia non c’è nessun campo rom, quindi l’incitamento non è realistico, i giuristi hanno cercato di capire non il fatto di per sé ma l’incitamento all’odio, la sanzione si rivolge a esso. Incitamento significa creare un esercito di persone che odiano, i giuristi si chiedono se il riferimento essenziale debba essere la reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. Tanti incitamenti all’odio scaturiti dalle dichiarazioni di molti politici, vengono mantenuti, volutamente, generici, perché così consigliato dai loro avvocati, cioè di non superare il limite della reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. L’incitamento, quindi, è correlato all’idoneità di portare violenza.

Facciamo un passo indietro di vent’anni, 1997, raccomandazione del consiglio d’Europa sull’hate speech, il termine deve essere interpretato come idoneo a comprendere tutte quelle forme espressive che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’incitamento all’odio. Odio razziale, xenofobia, antisemitismo o altre forme d’odio basate sull’intolleranza comprese quelle espresse da nazionalismo aggressivo ed etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità contro le minoranze, i migranti e le persone di origine straniera. Questa definizione ha fatto un salto più consono alla contemporaneità, con una definizione più moderna, questa è l’espressione d’odio considerata oggi all’interno della Comunità Europea. Già nel 1997 si prevedeva la crisi dei flussi migratori. Per concludere questo discorso occorre riferirsi a tre requisiti affinché un’espressione possa considerarsi hate speech: una chiara volontà ed intenzione di incitare odio con la parola o ogni altro mezzo di comunicazione, oltre alla volontà ci deve essere l’incitamento vero e proprio, cioè un comportamento idoneo a causare atti di violenza nei confronti dei soggetti presi di mira, gli atti di violenza e discriminazione si devono verificare, oppure il rischio che ciò avvenga, sia imminente. Il fine delle espressioni d’odio sono: offendere, deumanizzare, molestare, degradare, vittimizzare il bersaglio oltre a cercare di fomentare, nel loro contesto sociale, insensibilità e brutalità contro le persone prese di mira.

Cosa è cambiato con l’hate speech on-line? È cambiato tutto, nel senso che è difficile comprendere le espressioni d’odio se non si comprendono le tecnologie. Si noterà che l’odio può essere istigato e diffuso con tecnologie multimediali, improvvisamente ha avuto un grande successo la falsificazione, non solo le bufale, ma i fotomontaggi, i meme finti che cominciano a circolare, i video elaborati, la tecnologia digitale permette di falsificare agevolmente le informazioni.

Fin dai primi del ‘900 in Canada e USA, quando cominciarono ad arrivare i primi gruppi di famiglie di ebrei, la falsificazione delle notizie che allora venivano diffuse attraverso la carta stampata, i quotidiani, era faticoso pubblicarli, adesso, con le nuove tecnologie, sono diventati di estrema facilità nel diffonderli. Oggi gran parte delle espressioni d’odio sono veicolate in maniera molto subdola, gli studiosi di odio politico dividono due grandi famiglie d’odio, l’odio che viene detto hot e l’odio cool, L’odio politico hot è quello, per intenderci, alla Trump, è un odio visibile, il nazista in uniforme davanti a voi con il megafono è un odio hot. L’odio cool è un fenomeno, diffuso negli ultimi 20 anni, veicolato con strumenti che ingannano e che apparentemente sono strumenti di comprensione, addirittura dando del razzista agli altri per poi veicolare le stesse idee. L’UE è molto più preoccupata per questo tipo di espressione d’odio rispetto al primo, infatti molti progetti di ricerca sono sulla natura e l’analisi dell’odio cool, questo è un problema in quanto l’odio non è correlato alle parole usate, oggi l’odio e l’istigazione all’odio vengono veicolati tramite un lessico che è difficilmente comprensibile, cioè ingannevole.

Infatti lo studioso Woldrom è stato uno dei primi ad analizzare la reazione delle vittime, cercare di immedesimarsi nei “panni” delle vittime, comprendere quale sia la potenza che le istigazioni all’odio, possano provocare. La percezione è spesso soggettiva, diversa in ogni tipo di persona, considerando, sotto il punto di vista medico, le conseguenze che le manifestazioni possano portare ai soggetti sottoposti ad azioni d’odio, cioè la vittima.

I danni più comuni sono: perdita di autostima, senso di rabbia, isolamento forzato, un costante ed immotivato atteggiamento sulla difensiva, uno stato di shock, uno stato di incomprensione e di disgusto, fino ad avere vere proprie esperienze traumatiche sul breve e lungo periodo. Queste risposte, spesso emotive, spiegano anche il motivo per il quale molti episodi, circa l’80%, non vengono denunciate. La vittima si trova in uno stato di debolezza psico-fisica, in uno stato di vergogna, subentra anche la diffidenza verso le autorità, non sensibili a comprendere questi stati d’animo. Aggiungiamo che, le persone discriminate provengono da una minoranza già discriminata. Una scala di pregiudizi che oggi tutti gli studiosi citano è quella di Gordon Allport, egli si pose, nel 1954, il problema di pesare l’odio, di valutarlo, creando questa scala, da uno a cinque, che valuta un aumento crescente della gravità dei comportamenti d’odio.

La scala Allport (dall’inglese Allport’s Scale) è una scala usata per misurare la forza del pregiudizio in una società. Sono valutati gli atteggiamenti seguiti dall’in-group (gruppo dominante), nei confronti di coloro che vengono visti o considerati facenti parte dell’out-group (gruppo minoritario, esterno). È indicata anche come scala del pregiudizio e della discriminazione di Allport o scala del pregiudizio di Allport. È stata ideata dallo psicologo Gordon Allport nel 1954.

La scala

I punti della scala del pregiudizio di Allport vanno da 1 a 5.

1. Anti-locuzione: l’antilocuzione si verifica quando un gruppo, al proprio interno, si esprime liberamente, in modo negativo, contro un gruppo a esso esterno. L’’incitamento all’odio è incluso in questa fase.Anche se la stessa anti-locuzione potrebbe non essere dannosa, potrebbe preparare il terreno a sbocchi più severi per i pregiudizi.

2. Evitare: i membri del gruppo evitano constantemente le persone appartenenti all’out-group.Anche se non c’è alcun danno diretto, si viene a creare un danno psicologico, spesso dovuto all’isolamento.

3. Discriminazione: l’out-grouup viene discriminato negando loro opportunità e servizi, mettendo in discussione i pregiudizi. I comportamenti hanno l’intenzione di svantaggiare l’altro gruppo impedendo loro di raggiungere obiettivi, ottenere istruzione o lavoro, ecc… Esempi includono leggi di Jim Crow negli Stati Uniti, lo Statuto di Kilkenny nell’Irlanda britannica, Apartheid in Sud Africa e leggi antisemitiche in Medio Oriente.

4. Attacco fisico: l’in-group vandalizza, brucia o distrugge e attacca le proprietà e gli individui associati al’out-group. Gli esempi includono i pogrom contro gli ebrei in Europa, i linciaggi dei neri e degli italiani negli Stati Uniti e le continue violenze contro gli indù in Pakistan.

5. Sterminio: l’in-group cerca lo sterminio o la rimozione dell’out-group. Cercano di eliminare la totalità o una grande frazione del gruppo di persone indesiderate. Esempi includono lo sterminio dei nativi americani, il genocidio cambogiano, la soluzione finale nella Germania nazista, il genocidio ruandese, il genocidio armeno, il genocidio degli elleni e la pulizia etnica nella guerra bosniaca.Trattiamo un altro tipo di odio, quello veicolato da parte dei due soggetti più importanti ed influenti nella nostra società: il mondo della politica e il mondo della stampa. Questi due soggetti hanno compreso che l’odio e le espressioni d’odio sono diventate una valuta, hanno un valore, si possono monetizzare.

Un esempio accaduto in Olanda, alcuni politici di partiti dell’estrema destra sono stati incarcerati, per pochi mesi, per istigazione all’odio. Quando sono usciti dalla galera il consenso del loro partito era aumentato del 6%. Un tempo, l’odio, inteso come veicolo di monetizzazione, lo si trovava solo in ambiti di partiti estremisti di destra come Lega Nord, Forza Nuova, casa Pound, e, in una forma più mitigata ma presente, in Forza Italia.

Oggi l’uso dell’odio è utilizzato da parte di tutti i politici e tutti i partiti, perché porta consenso elettorale, viene utilizzato anche in contesti politici democratici e liberali, o più tradizionali, ricordiamo alcuni congressi del partito democratico dove l’odio che circolava nei discorsi tra le varie correnti, era ben simile a quello delle formazioni politiche più estremiste. L’odio non è più agli estremi ma tutti hanno capito che l’odio porta profitto. L’hanno compreso anche i quotidiani, la stampa, il Web, i Mas media generalisti (tv e radio), esempi emblematici possiamo riscontrarli in quei quotidiani di provincia dove qualche migliaio di copie vendute in più o in meno sono importanti per l’economia della testata, le visualizzazioni sui video di YouTube, legate ad una monetizzazione diretta, ogni clic remunera l’emittente.

Diventa difficile combattere l’odio perché chi dovrebbe dare l’esempio, i media e la politica, sono delle entità molto forti ed hanno una grande influenza sul pubblico e l’opinione pubblica, rispetto a chi vuole promuovere valori di pace solidarietà ed uguaglianza. Oggi l’odio sì è istituzionalizzato, in quanto è veicolato proprio da quei soggetti che dovrebbero mitigarlo e combatterlo, questo atteggiamento crea grandi problemi.

L’odio è connesso ai fatti di cronaca, se analizzassimo con dei software appropriati, i tweet o i post su Facebook correlati a temi d’odio, l’andamento non è costante ma è del tipo ad elettrocardiogramma, con dei picchi seguiti ad immediati abbassamenti di intensità, ad esempio: si parla di un flusso di migranti scappati dalla Siria in guerra, in quella settimana il picco d’odio sarà alto dopodiché si affievolisce, nel periodo pre-elettorale ci sono dei picchi d’odio spaventosi soprattutto di odio politico, dopodiché si acquieta. La connessione con la cronaca causa sui social dei picchi d’odio che possono durare, a volte, poche ore, dalle 12 alle 24 ore. Spesso per le vittime d’odio, sui social, il tacere, il non reagire, in molti casi è un’ottima strategia. Quando il picco d’odio ha raggiunto il massimo, con la stessa velocità con cui si è diffuso, crolla, mentre alimentarlo gli si dà una sorta di sopravvivenza.

Quali possono essere gli anticorpi per questo quadro?

L’Unione Europea si è concentrata molto sui contro discorsi, il contro parlato, le campagne di informazione, sui fenomeni di autoregolamentazione. Riguardo il contro parlato, atteggiamento tipicamente nord-americano, negli U.S.A, dicono,“Le idee buone emergeranno da sole, supereranno quelle cattive, non deve intervenire lo Stato“. Ma come si fa a fare emergere le idee più buone, parlando tutti, cercando di riportare la verità, la quiete? Anche l’UE sta elaborando delle strategie per fare emergere il contro parlato, la contro parola, il problema è che la contro parola è uno degli strumenti più difficili da attuare, perché, in genere, chi attacca è avvantaggiato, rispetto a chi si difende, in quanto è posto in una posizione di svantaggio, ad esempio se qualcuno attacca gli indirizzi di posta elettronica è in vantaggio rispetto a coloro che devono difendersi. Nelle situazioni di attacco d’odio è la stessa cosa. L’asticella della intolleranza e dell’odio è molto facile innalzarla piuttosto che riabbassarla, riportare le espressioni d’odio entro i recinti della civiltà e del buon senso non funziona, ci vuole molto tempo. Proviamo ad andare sulla bacheca di un politico estremista, ad esempio Salvini, dove ci sono 1000 e più post contro gli immigrati, inseriamo un nostro post con un commento del tipo “ vorrei fare sommessamente notare che i temi trattati in questa bacheca sono razzisti“ qual è l’effetto? L’effetto è che i 1000 non cambiano quasi mai idea ed opinione e l’odio viene veicolato anche nei nostri confronti. Se dovessimo spendere ore ed intere giornate alla contro parola, nelle scuole e nei luoghi appropriati a veicolare il messaggio positivo, sarà sufficiente un clic di un politico o un apparizione o come la domenica pomeriggio da Barbara d’Urso affinché il nostro lavoro risulti vano. La contro parola è una delle cose più belle, potremmo definirla anche educazione civica digitale, o educazione alla legalità, ma è una delle cose più complicate da sostenere e veicolare. L’odio, a quanto pare, a canali preferenziali per incidere sulla mente delle persone.

Tutto questo porta al rischio di criminalizzare la rete, quando il mondo politico, i politici, non sanno più che pesci prendere. Essi si chiamano fuori perché sono il primo veicolo d’odio, la stampa si tira fuori per lo stesso motivo, i genitori, gli insegnanti, si trovano in difficoltà concreta di combattere contro questi due grandi esempi, allora si dà la colpa alla rete, la colpa è di Facebook, la colpa è di Twitter, molti stati stanno veicolando le colpe verso la rete, criminalizzando il mezzo di comunicazione a scapito delle vere e proprie fonti d’odio. Le ultime statistiche parlano di quasi un 90% di sommerso, rispetto agli episodi denunciati, c’è allora un timore che si arrivi ad un consenso sociale all’odio, cioè al fatto che l’odio sia considerato normale e quindi ad un livello di tolleranza molto alto di tutte le espressioni estreme. Oggi siamo ad un livello altissimo.

I media generalisti, tv, quotidiani cartacei ed on-line, si trovano nella medesima situazione. Se si fa una ricerca empirica molto semplice, si noterà che l’80% delle notizie passano attraverso questi strumenti di comunicazione parlano di sangue, uccisioni, aggressioni, violenze, di stalker, questo avviene perché chi costruisce le prime pagine di questi mezzi di informazione riceve molta più audience, vendita di quotidiani, clic e visualizzazioni sulle pagine Web, diventa un maggior guadagno, più entrate economiche.

In conclusione, prendiamo in considerazione l’atteggiamento europeo, dopo la seconda guerra mondiale, leggi che proibiscono l’hate speech come leggi che tutelano i diritti umani.

Guardiamo ora gli aspetti critici, cioè l’approccio europeo non è corretto, Per alcuni critici queste sono le quattro motivazioni principali:

1- chiaramente contrastare le espressioni d’odio è un’eredità lasciata al mondo moderno dagli Stati totalitari, cioè l’idea di regolamentare l’odio è nata dal gruppo di Stati totalitari, erano leggi pensate per un abuso dei diritti di libertà più che per rafforzare una maggiore tolleranza, l’unione sovietica in prima fila. Per i critici, abbiamo inglobato nei regolamenti europei delle norme liberticide.

2- come è possibile conciliare tutte queste sfumature di istigazione, l’aggressione, la violenza reale, con la certezza del diritto, molti standard interpretativi sono molto difficili da conciliare con i principi fondamentali della certezza del diritto, la persona va punita in base a una norma con il divieto di analogia, la legge disciplina specificatamente quel reato, questa difficoltà di interpretazione e di limitazione porterebbe a violare la manifestazione di libertà del pensiero.

3- le leggi che vietano le espressioni di odio possono diventare uno strumento molto utile per limitare la libertà di pensiero, soprattutto politico religioso, con la scusa di reprimere le espressioni d’odio e offese interpersonali, si potrebbe avere in mano uno strumento potente per limitare la libertà politica religiosa.

4- tutti coloro che propongono leggi di questo tipo devono ancora dimostrare in maniera convincente che vi è un collegamento diretto tra il divieto di queste espressioni è una conseguente pace sociale, cioè una diminuzione dell’odio circolante e un aumento di tolleranza.

Notiamo quali equilibri ed ingranaggi complicatissimi, quando si va a toccare l’argomento delle leggi che regolamentano le espressioni d’odio e le sue conseguenze.

Che cosa ha portato di nuovo Internet in questo quadro appena descritto;

Come primo aspetto, la permanenza dell’odio. Prima l’odio si esauriva in pochi istanti, oggi invece permane e non si riesce più a rimuovere dalla rete, la permanenza e l’amplificazione sono aspetti importanti di questo problema.

Il secondo è un ritorno imprevedibile dell’odio, in realtà l’odio ritorna e riemerge anche a distanza di tanto tempo, questo fa sì che la vittima non sia mai certa che l’espressione d’odio sia finita.

Il terzo problema è l’anonimato, oggi gli attori che veicolano le espressioni d’odio tendono a non occultare la loro identità, quindi gli attori negativi usano tranquillamente il loro nome e cognome, se dovessimo collegarci ai gruppi pieni di haters tutti sono con nome e cognome, perché se si presentassero anonimi non avrebbero quel beneficio di valutazione economica. L’idea che circola, in modo errato, che tutti coloro che usano espressioni d’odio siano anonimi non è vera, la rete porta ad un effetto disinibitorio, la rete e lo schermo creano un filtro, per cui molte persone, nella vita reale, dialogano in un certo modo, su Internet si comportano in un altro modo.

Quarto problema è la transnazionalità , i confini sono saltati completamente, nello studio della demografia si usano concetti come confini, piccolo villaggio, comunità, in rete tutto questo non ha più significato, un fatto discriminatorio che accade in un piccolo paesino di pochi abitanti non veniva alla ribalta oltre quella piccola comunità, oggi la transnazionalità della rete ha fatto saltare queste nozioni. Ricordiamo il caso di quel piccolo paese nel ferrarese che si oppose all’accoglienza di donne e bambini migranti, la rete ha reso possibile la conoscenza di quel fatto deplorevole in virtù proprio della sua natura transnazionale.

Quali sono le risposte che si possono dare a questo fenomeno?

In primo, puntare sull’educazione, aumentare la consapevolezza nelle persone su questo quadro e di come si può fare per rimediare a questa situazione. Attenzione alle conversazioni on-line, l’esempio che possiamo veicolare alle persone che sono intorno a noi, i genitori devono stare attenti anche con i loro comportamenti se vogliono che i loro figli si comportino correttamente. L’esempio è dato da chi ha potere di veicolare l’opinione, gli influencer. Spesso questi non danno un buon esempio, di recente c’è la moda della gogna pubblica. Dobbiamo valutare se le leggi in vigore, ad esempio la legge Fiano, contro l’apologia del fascismo, la legge mancino che disciplina l’istigazione all’odio, guardando le casistiche dovremmo capire quanto siano utili in questo ambito.

Un buon mix di tre elementi, l’educazione, contro parola nei confronti dei più giovani, nelle nostre associazioni; il diritto deve essere molto attento a limitare la libertà di manifestazione del pensiero, altrimenti il diritto può essere utilizzato per altri fini. Un uso intelligente della tecnologia inteso come utilizzo di quegli algoritmi di quei software che possono monitorare o tracciare le espressioni d’odio, bloccarle in maniera automatizzata. I software oggi in uso sono corretti per il 70% dei casi ma sbagliano il 30%, quindi non sono applicabili su larga scala, alcuni software censurerebbero il 30% di espressioni corrette.

Questi tre elementi, istruzione, legislazione, tecnologia, potrebbero darci una mano notevole per contrastare questo grave fenomeno, il primo elemento, l’azione educativa, avrebbe un impatto notevole in un lungo termine, gli altri due, aspetto giuridico e tecnico, avrebbero un impatto a medio e breve termine, ma tutti e tre questi elementi non potranno mai funzionare se gli attori, i politici, gli agenti dei media e dell’informazione, noi stessi, non modificheremo, in modo deciso ed incisivo, i paradigmi di comportamento e valutazione.

Si ringrazia Giovanni Ziccardi che con il suo intervento, al convegno “Positive Messenger”, ha ispirato questa ricerca.