La cura non è volontariato: riconoscere i caregiver familiari come lavoratori è un diritto

C’è un lavoro che regge in silenzio l’Italia, eppure resta fuori dai contratti, fuori dalle buste paga, spesso perfino fuori dallo sguardo pubblico. È il lavoro di chi assiste un familiare non autosufficiente in casa, ogni giorno, senza turni, senza ferie, senza “fine giornata”. Un lavoro che non somiglia a un gesto occasionale di generosità: è una funzione sociale essenziale. E proprio per questo non può essere trattato come un privilegio da concedere, ma come un diritto da riconoscere.

In queste ore una petizione online ha superato le 8.000 firme chiedendo una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: chi presta assistenza familiare h24, in convivenza, va riconosciuto come lavoratore. Non come “angelo”, non come “eroe”, non come figura romantica da celebrare e poi abbandonare. Come lavoratore, con tutele, contributi previdenziali, sostegni concreti e servizi che impediscano la caduta libera nella povertà e nell’isolamento. 

I) Il paradosso italiano: cura totale, diritti minimi
Il paradosso è crudele: più la cura è totale, più diventa invisibile. Quando l’assistenza è davvero h24, la persona che si prende cura spesso non può mantenere un impiego stabile. E quando il lavoro “fuori” scompare, non resta solo il vuoto del reddito: resta il buco dei contributi, il futuro pensionistico cancellato, la marginalità sociale che avanza a piccoli passi, un modulo alla volta.

La petizione nasce proprio da questa frattura: non basta “riconoscere il valore morale” della cura. Servono strumenti che la rendano sostenibile. Perché la cura continua non è compatibile con un sistema che finge che chi assiste possa, nello stesso tempo, essere un lavoratore pieno, un cittadino pieno, una persona piena. 

II) I numeri della cura sommersa: non è una nicchia
Si parla spesso di caregiver come se fossero una minoranza ristretta. Non è così. Stime ricorrenti basate su dati Istat indicano circa 7 milioni di persone coinvolte nella cura familiare, con una prevalenza femminile attorno al 60%. 

E a livello europeo il fenomeno è ancora più chiaro: Eurofound riporta che una quota enorme della popolazione UE fornisce cure non retribuite, e che una parte significativa si trova a gestire più responsabilità di cura contemporaneamente. 
In più, la dimensione di genere è strutturale: le donne costituiscono la maggioranza dei caregiver informali e la differenza si allarga nelle età centrali della vita, proprio quando lavoro e famiglia si incastrano come una morsa. 

Questo significa una cosa: non siamo davanti a “casi individuali”. Siamo davanti a una questione sociale, economica e democratica. Se milioni di persone reggono sulle proprie spalle un pezzo di welfare, allora quel pezzo non può poggiare sull’improvvisazione e sulla solitudine.

III) Il punto decisivo: lavoro di cura significa valore economico e previdenziale
Dire “riconosciamoli come lavoratori” non è una formula ideologica. È la traduzione pratica di un fatto: quel lavoro produce valore. Riduce ricoveri, alleggerisce servizi, evita costi pubblici enormi. Eppure oggi, troppo spesso, viene pagato in una moneta ingiusta: stanchezza cronica, impoverimento, rinuncia alla vita sociale, rischio di burnout, depressione, isolamento.

Riconoscere questo lavoro significa almeno tre cose, molto concrete:

I. Contributi previdenziali e tutela del futuro: perché la cura non può trasformarsi in una condanna a una vecchiaia povera.
II. Protezione del reddito e misure stabili: non “bonus”, non elemosine, ma strumenti che permettano di vivere.
III. Servizi reali: supporto psicologico, sollievo, orientamento burocratico, presa in carico non solo della persona fragile ma anche di chi la assiste.

IV) Il ddl approvato dal Governo: un passo che rischia di non bastare
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, presentandolo come una cornice organica di riconoscimento e tutela. 
Diverse analisi riportano che il testo prevede tutele “differenziate” e anche un contributo economico (in alcune ricostruzioni fino a 400 euro mensili, con criteri e platee specifiche). 

Ma qui sta il nodo politico: se la legge non affronta fino in fondo il riconoscimento della cura h24 come lavoro, resta una risposta parziale. Perché la questione non è solo “aiutare”: è dare dignità giuridica e sociale a un’attività che, nei fatti, sostituisce turni di assistenza professionale.

E attenzione: esistono già istituti come il congedo straordinario per assistenza a familiari con disabilità grave, ma sono strumenti legati alla condizione di lavoratore dipendente e non risolvono il caso tipico della cura totale che porta ad abbandonare o perdere il lavoro. 

V) Diritto, non favore: la Costituzione sta dalla parte della cura
Se lo Stato scarica il peso della non autosufficienza sulle famiglie, allora deve riconoscere che quella cura è parte del patto sociale. Non è un “di più” richiesto al singolo: è un pezzo di welfare che viene svolto a domicilio.

C’è un principio semplice da difendere con fermezza: la dignità non si mendica. La cura non può essere una trappola che ti costringe a scegliere tra l’amore per un familiare fragile e la tua sopravvivenza economica. Se la società si regge su quel lavoro, allora quel lavoro deve avere cittadinanza piena: tutele, contributi, supporti, diritti esigibili.

Per questo l’appello delle firme non è una richiesta corporativa. È una richiesta di civiltà.

Fonti essenziali
Petizione su IoScelgo 
Articolo e ricostruzione del tema 
Comunicato del Governo sul ddl caregiver (12 gennaio 2026) 
Dati e contesto su caregiver e cura non retribuita 

Link alla petizione
https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore/

Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo

La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa è sempre la stessa, ma l’aria è diversa: è più difficile respirare, è più facile avere paura, è più comodo obbedire.

Il cuore della regressione sta qui: la democrazia non viene negata, viene riscritta per funzionare anche senza diritti effettivi. Si conserva l’involucro, si svuota la sostanza. Le elezioni restano, ma diventano un rituale dentro un ecosistema mediatico deformato e un apparato istituzionale che punisce i contropoteri. Le libertà formali restano, ma scivolano nella pratica quotidiana, dove la persona comune impara che parlare costa, manifestare rischia, aiutare può diventare reato morale.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato. Non perché un solo leader abbia inventato tutto, ma perché alcuni governi hanno deciso di trasformare l’eccezione in normalità, e la forza in un criterio di verità. Un rapporto recente descrive il fenomeno con un’immagine netta: secondo alcuni indicatori la democrazia globale sarebbe tornata ai livelli del 1985, con circa il 72% della popolazione mondiale che vive sotto regimi autocratici. E non parla solo di Russia o Cina: include anche gli Stati Uniti come parte del quadro di deterioramento. Il punto politico non è la classifica, è il segnale: l’idea stessa di “diritti” sta perdendo terreno davanti all’idea di “potere”.

Quando i diritti arretrano, non arretra soltanto la libertà. Arretra la possibilità di riconoscere la realtà. È qui che la regressione diventa davvero pericolosa: non si limita a colpire chi protesta, colpisce la percezione collettiva. Introduce un nuovo senso comune: se sei vulnerabile, è colpa tua; se chiedi tutele, sei un peso; se denunci i crimini, sei un estremista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo; se metti in discussione la guerra, sei un traditore. Così la democrazia si riduce a una parola decorativa, buona per i discorsi ufficiali e inutile nella vita reale.

Il laboratorio della paura

La paura è l’infrastruttura politica più economica e più redditizia. Costa meno della sanità, rende più della scuola, funziona meglio del lavoro stabile. La paura crea cittadini soli, e la solitudine crea sudditi. In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa un dispositivo perfetto: produce un nemico immediato, visibile, vulnerabile. Si sposta l’ansia sociale su un bersaglio e si costruisce un consenso disciplinare: “o con noi o con il caos”.

Le politiche e la retorica securitaria trasformano la frontiera in una scena permanente. La promessa è sempre la stessa: protezione. Il risultato, spesso, è un allargamento dell’arbitrio. Il salto di qualità arriva quando la violenza non è più un eccesso, ma una prassi: operazioni spettacolari, detenzioni degradanti, deportazioni rapide, controllo aggressivo. E quando qualcuno protesta, lo si definisce “terrorista”, “sovversivo”, “minaccia”.

Qui il dettaglio giuridico è rivelatore: l’uso di una legge del 1798, pensata per tempi di guerra, per deportazioni e rimozioni accelerate. È un segnale culturale prima ancora che legale: quando si riesuma l’archivio dell’eccezione per governare il presente, significa che lo Stato si sta abituando a non giustificare più le sue scelte con la legalità ordinaria. Significa che la politica non cerca consenso con i diritti, lo cerca con lo shock.

Il messaggio implicito è brutale: la persona può essere spostata come un pacco, senza che la sua storia conti. E quando un essere umano diventa spostabile, anche i diritti di chi oggi si sente al sicuro diventano negoziabili. È sempre così: prima tocca agli ultimi, poi si allarga.

La guerra contro le regole

C’è una contraddizione che definisce il tempo che viviamo: si invoca l’“ordine basato sulle regole” e intanto si colpiscono le istituzioni che incarnano quelle regole. Il diritto internazionale, che dovrebbe essere l’argine contro i crimini e gli abusi, viene trattato come un ostacolo geopolitico. E quando un tribunale internazionale prova ad avvicinarsi ai potenti, la reazione non è la difesa nel merito, ma la punizione dell’istituzione stessa.

Il salto di qualità è arrivato con le sanzioni: non contro un paese, ma contro giudici, procuratori, funzionari e perfino figure delle Nazioni Unite. Sanzioni impostate con lo stesso linguaggio e la stessa meccanica usata per i terroristi e i narcotrafficanti, come se difendere i diritti umani fosse una forma di ostilità verso lo Stato. Questa è una svolta storica: perché non è più soltanto un conflitto tra diplomazie. È una guerra preventiva contro l’idea che esista un limite giuridico universale.

Qui non si parla più solo di geopolitica. Si parla di antropologia del potere: se la giustizia internazionale viene piegata a colpi di sanzioni, allora la violenza torna a essere il criterio ultimo. E se la violenza diventa criterio, la democrazia non regge, perché la democrazia vive di limiti, non di prepotenze.

L’ipocrisia come sistema

La regressione democratica non avrebbe successo senza una cosa: la menzogna organizzata. Non la bugia occasionale, ma un ecosistema intero di narrazioni che rovesciano i fatti e addestrano le persone a non fidarsi più dei propri occhi.

È un metodo antico, modernizzato dalla tecnologia. Oggi la propaganda non deve convincere tutti: le basta confondere abbastanza. Non deve produrre verità: le basta produrre rumore. Non deve censurare tutto: le basta rendere tutto “controverso”. Così ogni crimine diventa opinione, ogni prova diventa tifo, ogni strage diventa “complessità”, ogni vittima diventa statistica.

Il doppio standard è il cardine morale di questo sistema.

I) La violenza degli “alleati” è sempre un errore, una necessità, una “reazione”.
II) La violenza dei “nemici” è sempre barbarie, terrorismo, minaccia alla civiltà.
III) Le vittime “giuste” ricevono empatia e telecamere. Le vittime “sbagliate” ricevono silenzi e sospetti.
IV) Chi denuncia i crimini dei potenti viene dipinto come radicale, antinazionale, complice.

Questa asimmetria morale non è un dettaglio: è il collante che tiene insieme la regressione. Perché se la morale diventa selettiva, la legge diventa selettiva. E quando la legge è selettiva, la democrazia è già in fase terminale: resta in piedi solo la facciata.

La cartina di tornasole: Palestina e la gerarchia delle vittime

Nessun tema ha mostrato con altrettanta chiarezza la crisi morale dell’Occidente come la tragedia palestinese. Non serve nemmeno discutere di retoriche: basta osservare la sproporzione tra parole e azioni, tra indignazione e complicità, tra “valori” dichiarati e realtà praticata.

Il punto è semplice e terribile: se si accetta che un popolo possa essere punito collettivamente, bombardato, affamato, espulso, e nello stesso tempo si colpiscono i meccanismi internazionali che provano a giudicare i crimini, allora si sta dicendo al mondo che esistono esseri umani di serie A e di serie B. E quando questa gerarchia diventa “normale”, la democrazia globale scivola in un’epoca coloniale mascherata da modernità.

Un ordine internazionale fondato su questa gerarchia non è un ordine: è un dominio.

L’Europa: autonomia proclamata, dipendenza praticata

L’Europa vive un paradosso che la indebolisce e la espone. Da un lato rivendica “valori” e “diritti”. Dall’altro accetta una subordinazione politica, militare ed energetica che riduce quei valori a carta intestata. È una condizione che produce due effetti tossici:

I) All’esterno, l’Europa appare incoerente: predica diritti universali, ma li applica a geometria variabile.
II) All’interno, l’Europa alimenta frustrazione sociale: chiede sacrifici, ma non offre protezione; chiede disciplina, ma non restituisce futuro.

In questo vuoto cresce l’autoritarismo: perché quando la democrazia non garantisce più sicurezza sociale, la “sicurezza” viene sostituita con il manganello e con il capro espiatorio. Ed è qui che le destre, e non solo le destre, trovano terreno fertile: promettono ordine perché il sistema ha smesso di promettere giustizia.

La regressione è una tecnica: ecco come funziona

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare una sequenza ricorrente.

I) Si crea un’emergenza permanente.
II) Si introduce un linguaggio morale che giustifica l’eccezione.
III) Si colpiscono i corpi intermedi: ONG, sindacati, università, magistrature, stampa.
IV) Si restringono gli spazi di dissenso: norme, prassi, repressione, criminalizzazione.
V) Si sostituisce la cittadinanza con il sospetto: alcuni sono “veri”, altri sono “ospiti”, “nemici”, “parassiti”.
VI) Si trasforma la verità in un campo di battaglia, non in un terreno comune.

Quando questo processo è compiuto, la democrazia resta solo come teatro. Il potere non ha più bisogno di convincere: gli basta gestire la paura e impedire l’organizzazione collettiva.

La via d’uscita: ricostruire sostanza, non nostalgia

Denunciare è necessario, ma non basta. Perché la regressione non si combatte con un ricordo romantico della democrazia. Si combatte ricostruendo la materia concreta che rende la democrazia desiderabile e difendibile.

I) Verità pubblica come bene comune
Serve un ecosistema informativo pluralista, indipendente, capace di rompere la saturazione e smontare la propaganda. Non per “vincere una polemica”, ma per restituire ai cittadini un terreno comune di realtà. Quando la realtà sparisce, la politica diventa una lotta tra tribù guidate dall’odio.

II) Diritti sociali come argine democratico
Sanità, scuola, lavoro stabile, casa, welfare territoriale non sono capitoli di bilancio: sono dispositivi di libertà. Senza protezione sociale, le persone cercano protezione autoritaria. È una legge storica. Dove cresce la precarietà, cresce la disponibilità a cedere diritti in cambio di promesse di ordine.

III) Diritto internazionale senza ipocrisie
O si difendono le regole anche quando colpiscono gli alleati, oppure non si difendono affatto. Se la giustizia internazionale viene intimidita e sanzionata, la risposta non può essere il silenzio diplomatico. Il silenzio è complicità strutturale: rende la regressione un nuovo standard.

IV) Diritto di protesta come termometro democratico
Una società che punisce la protesta sta punendo il futuro. La violenza va isolata e perseguita, sempre, ma senza trasformare il dissenso in una minaccia ontologica. Se pochi episodi diventano pretesto per restringere libertà collettive, la democrazia entra in modalità di auto-sabotaggio.

V) Alleanze civiche e politiche, dentro e oltre i confini
La risposta più efficace all’ondata autoritaria non è l’individuo eroico. È la rete: associazioni, amministrazioni locali, sindacati, movimenti, giuristi, giornalisti, scuole, comunità. È una sfida generazionale: o si ricostruiscono comunità politiche capaci di proteggere diritti e verità, oppure la regressione continuerà a sembrare inevitabile.

Conclusione: la sovranità vera è mentale

La regressione democratica si alimenta di una resa invisibile: l’abitudine alla menzogna. Quando ci si abitua, tutto diventa normale. La guerra diventa normalità. L’ingiustizia diventa paesaggio. La povertà diventa colpa. La repressione diventa “sicurezza”. E la democrazia diventa un’insegna luminosa sopra un edificio vuoto.

La prima riconquista è mentale: rifiutare l’anestesia. Rifiutare la gerarchia delle vittime. Rifiutare il doppio standard. Rifiutare l’idea che la legge valga solo per i deboli. E poi, con questa lucidità, fare ciò che il potere teme davvero: organizzare la speranza in forme concrete, sociali, collettive, durature.

Perché la democrazia non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde la verità, la solidarietà e il coraggio di guardare in faccia i propri crimini. E se vogliamo impedire che le lancette tornino indietro ancora, non basta indignarsi: bisogna ricostruire, pezzo per pezzo, i pilastri della dignità.

Fonti essenziali (per archivio)

I) Human Rights Watch, World Report 2026, sezione di sintesi sul “democratic recession” e indicatori 1985/72% autocracy.
II) The Guardian, 4 febbraio 2026, ricostruzione del report HRW e contesto sulla “democratic recession”.
III) Reuters, 6 febbraio 2026, inchiesta sulle sanzioni “terrorist-grade” contro personale ICC e una relatrice ONU.
IV) U.S. Supreme Court, 7 aprile 2025, Trump v. J.G.G., contesto e limiti procedurali sull’uso dell’Alien Enemies Act (PDF).
V) U.S. Treasury (OFAC), 13 febbraio 2025, annuncio ufficiale su E.O. 14203 e designazioni ICC-related.

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Torino come pretesto: la giustizia trasformata in propaganda e la piazza messa sotto accusa

C’è una destra che non discute, non argomenta, non spiega. Incendia. Prende un fatto di cronaca, lo riduce a slogan, lo incolla a un referendum e pretende che il Paese voti seguendo la rabbia, non la ragione. È quello che sta accadendo con gli scontri di Torino e con la campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia: una scorciatoia comunicativa che punta a un solo obiettivo, costruire consenso attraverso paura e semplificazione.

Il punto è semplice: la scarcerazione con obbligo di firma e la scelta dei domiciliari non sono “scempi”, non sono cedimenti dello Stato, non sono un favore politico. Sono il funzionamento ordinario delle regole processuali, applicate da un giudice sulla base di presupposti di legge. Chi grida allo scandalo lo sa benissimo. E se non lo sa, allora non dovrebbe avere la responsabilità di guidare il dibattito pubblico su una riforma costituzionale.

I. La prima menzogna: far credere che la riforma “impedirà le scarcerazioni”

Nel caso di Torino, la procura aveva chiesto una misura cautelare più severa; il giudice per le indagini preliminari ha valutato diversamente e ha disposto per due indagati l’obbligo di firma e per un terzo i domiciliari. È un fatto normale: l’accusa chiede, il giudice decide. È esattamente così che deve funzionare uno Stato di diritto, perché la misura cautelare non è una punizione anticipata e non può diventare un messaggio politico. 

La propaganda, invece, racconta una favola: con la riforma e con la separazione delle carriere “queste cose non succederanno più”. Ma le misure cautelari si decidono oggi come domani con gli stessi criteri: gravi indizi, esigenze cautelari attuali, proporzionalità, scelta della misura meno afflittiva tra quelle idonee. È scritto nel codice, non in un post social. 

Quindi dov’è la norma miracolosa che trasforma il processo in un automatismo repressivo? Non c’è. Perché non può esserci senza abbattere l’impianto delle garanzie.

II. La seconda menzogna: confondere “giustizia” con “carcere preventivo”

Quando la destra dice “scempio”, in realtà non sta difendendo la legalità: sta proponendo l’idea che l’unico modo per rassicurare l’opinione pubblica sia la custodia in carcere, subito, comunque, a prescindere. Ma questo è l’opposto della presunzione di innocenza. E soprattutto è un cortocircuito con le stesse posizioni che, a fasi alterne, lo stesso ministro Nordio ha sostenuto sulla necessità di limitare l’abuso della carcerazione preventiva.

Il messaggio implicito è pericoloso: se non li metti in carcere sei “complice”, se applichi una misura non afflittiva sei “ideologico”, se rispetti la gradualità prevista dalla legge sei “contro lo Stato”. È una pedagogia autoritaria mascherata da ordine pubblico.

III. L’incompetenza (o la malafede): vendere come “riforma” ciò che è già legge

Il passaggio più rivelatore non è la durezza dei toni. È la superficialità spacciata per certezza: “Con il Sì non accadrà più”. Chiunque conosca la materia sa che la scelta delle misure cautelari non dipende dalla carriera del magistrato ma dai criteri del codice e dal controllo del giudice. L’articolo 275 del codice di procedura penale impone proporzionalità e adeguatezza; e la dottrina e la giurisprudenza discutono da anni proprio di questi limiti, non di “pugno duro” come slogan elettorale. 

Se un parlamentare confonde questi piani, sta chiedendo al Paese un salto nel buio. Se non li confonde, sta manipolando deliberatamente.

IV. Il progetto reale: mettere la piazza sotto tutela e piegare la giustizia al racconto del potere

Torino diventa un pretesto perché permette due operazioni politiche insieme.

La prima: delegittimare chi sostiene il No, trasformandolo in una caricatura morale. Chi vota No viene dipinto come alleato dei violenti, come nemico del diritto, come complice dell’impunità. È una tecnica antica: non si risponde alle ragioni, si infanga la posizione.

La seconda: costruire un clima in cui la piazza è un problema e il dissenso è una minaccia. Si sposta tutto sul terreno dell’ordine pubblico, e intanto si prepara l’idea che, in nome di pochi infiltrati o di episodi violenti, si possano restringere spazi, comprimere libertà, irrigidire le risposte dello Stato. Il “paravento” funziona sempre così: si prende una parte, la si usa per colpire il tutto.

Ma uno Stato serio fa il contrario: individua i responsabili degli atti violenti e li persegue, senza trasformare un episodio in un alibi per un controllo permanente.

V. Il punto decisivo: il referendum sta diventando un dovere civico, e il No è una difesa della democrazia

A questo punto va detto con chiarezza: partecipare al referendum non è un gesto neutro, sta diventando un dovere civico. Perché questa maggioranza non sta provando a migliorare la giustizia per i cittadini, sta cercando di migliorarla per chi governa: per rendere più controllabile l’equilibrio dei poteri, per spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla tutela del potere, per costruire un sistema in cui la narrazione politica pretende di dettare la misura delle decisioni giudiziarie.

È in questa cornice che l’appello a votare No acquista il suo senso pieno: non come appartenenza, ma come difesa degli argini democratici.

VI. La verità che la propaganda rimuove: i bisogni del popolo sono altrove, e la “giustizia show” serve a coprirli

Mentre si gonfia il caso Torino come se fosse il cuore del Paese, la vita reale racconta altro: stagnazione economica, lavoro precario, futuro negato a intere generazioni, istruzione impoverita, sanità pubblica spinta verso una privatizzazione di fatto, dove chi ha risorse compra cure e tempi, e chi non le ha aspetta o rinuncia.

In questo scenario, la riforma agitata come urgenza nazionale diventa un diversivo potente: spostare l’attenzione dalle condizioni materiali di vita, dai salari, dagli affitti, dai servizi pubblici, e trascinare il Paese dentro una guerra culturale contro “toghe”, “garantismi selettivi” e “piazze pericolose”.

È un disegno politico riconoscibile: reprimere per governare, reprimere per proteggere interessi, reprimere per continuare a fare affari a spese del popolo. E non è un fenomeno isolato: si inserisce in una tendenza più ampia, occidentale, dove la risposta alla crisi sociale non è più la redistribuzione, ma il controllo. Dove si restringono libertà in nome dell’ordine, mentre si lascia crescere l’ingiustizia in nome del mercato.

Aprire gli occhi oggi significa non cadere nella trappola. Significa non lasciare che Torino diventi il grimaldello per riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato e ridurre lo spazio del dissenso. Significa capire che lo “scempio” non è l’obbligo di firma deciso da un gip nel rispetto della legge. Lo scempio è trasformare la giustizia in propaganda e la paura in programma politico.

Per questo il No non è un capriccio. È una linea di difesa.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino, 4 febbraio 2026. 

Corriere della Sera Torino, decisioni del gip su domiciliari e obbligo di firma (caso Askatasuna), 4 febbraio 2026. 

ANSA, aggiornamenti sugli scontri e sulle misure cautelari a Torino, 4 febbraio 2026. 

RaiNews TGR Piemonte, riepilogo sulle misure cautelari e sul caso Calista, 4 febbraio 2026. 

Codice di procedura penale, art. 275, criteri di scelta delle misure cautelari. 

Sistema Penale, contributi su misure cautelari e principio di proporzionalità. 

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.

MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

L’Algoritmo dello Sterminio: Da ELITE a Gaza, la Metamorfosi del Controllo Totale

L’ascesa del complesso militare-tecnologico non è più una distopia letteraria, ma una cronaca quotidiana di efficienza algoritmica applicata alla coercizione. La milizia trumpiana d’assalto anti-immigrazione, l’ICE, si avvale oggi di una piattaforma sviluppata da Palantir che mappa casa per casa le zone urbane incrociando dati sanitari, di viaggi e dei cellulari degli abitanti. Si chiama ELITE ed è l’ultimo esperimento di sorveglianza autoritaria di massa. L’azione di questa polizia d’assalto non è fatta solo di codici, ma di violenza fisica indiscriminata. I tre colpi di pistola che hanno ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good il 7 gennaio 2026 hanno squarciato il velo sul ruolo di “squadraccia” svolto dall’ICE. Ma il bilancio si è aggravato drammaticamente il 24 gennaio con l’omicidio di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva dedicato alla cura dei veterani. Pretti è stato abbattuto da oltre dieci colpi sparati in cinque secondi mentre filmava gli agenti; nonostante i tentativi della Casa Bianca di bollarlo come un “agitatore insurrezionalista”, le prove video mostrano un uomo disarmato, con un cellulare in mano, brutalmente ucciso mentre cercava di prestare soccorso. A queste morti si aggiungono quelle silenziose in custodia, come quella di Luis Gustavo Núñez Cáceres, morto per mancanza di cure adeguate, e altri decessi documentati solo nel primo mese del 2026. Una milizia fascista la cui azione non sarebbe possibile senza il ruolo di Palantir e la sua piattaforma ELITE, uno strumento di mappatura di massa contro l’immigrazione e contro la stessa democrazia.
Eletto assumendo le tesi del programma reazionario Project 2025, Donald Trump ha avviato la sua seconda presidenza sulle linee del suprematismo razziale bianco, promuovendo l’arresto e l’espulsione forzata di migliaia di immigrati. Nonostante le promesse elettorali di J. D. Vance su un milione di espulsioni, i primi mesi mostravano numeri relativamente modesti, con circa 18.000 arresti a febbraio. Per correggere questa situazione e raggiungere gli obiettivi dichiarati, è entrata in gioco l’azione di Palantir Technologies, la big tech securitaria fondata da Peter Thiel e Alex Karp. Nell’aprile 2025 è divenuto pubblico un contratto da 30 milioni di dollari per la costruzione di “Immigration OS”, un sistema operativo atto a potenziare la sorveglianza e la gestione dei casi in carico all’ICE. Sebbene ufficialmente presentato per snellire l’identificazione di chi soggiorna con visto scaduto, inchieste indipendenti di 404 Media hanno rivelato scopi ben più oscuri, come lo sviluppo di strumenti di supporto per le deportazioni di massa e la creazione di un database di indizi utili alla cattura di singole persone attraverso l’incrocio di dati amministrativi. Il culmine di questo percorso è ELITE, una piattaforma di supporto per identificare interi quartieri da setacciare.
Il rapporto tra Palantir e l’ICE risale al 2014 con la piattaforma Falcon, che funge da sistema nervoso centrale delle investigazioni del Dipartimento di Sicurezza Interna. Questa fornisce quella che l’azienda definisce l’ontologia dei dati: milioni di record su studenti stranieri, patenti di guida, tracce di viaggi aerei e dati estratti dai telefoni cellulari. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, l’obiettivo si è spostato dal supporto a indagini singole all’ottimizzazione di operazioni massive contro gli immigrati. Si configura un vero apartheid digitale, sostenuto apertamente da Alexander Karp, amministratore delegato dell’azienda e, paradossalmente, sostenitore democratico. La logica operativa di ELITE sostituisce la ricerca individuale con forme di rastrellamento basate su logiche puramente territoriali. In una mappa interattiva viene disegnato il perimetro di un’area urbana e il sistema interroga la rete dei dati incrociando le informazioni dello Human and Health Services, i dati di Medicaid e del servizio rifugiati. Viene estratto un catalogo di bersagli con relativi dossier esplicativi e punteggi di confidenza sulla loro effettiva presenza fisica. Gli agenti intervengono in modalità “caccia”, massimizzando il numero di espulsioni per singola azione, accettando il rischio elevato di feriti o morti come effetti collaterali necessari all’efficienza statistica.
Le radici di ELITE affondano nella collaborazione strategica tra Palantir e le sezioni informatiche israeliane, in particolare la Unit 8200. Nella Striscia di Gaza, la tecnologia di Palantir alimenta la cosiddetta “kill chain”. Attraverso sistemi come Lavender e “Where’s Daddy?”, l’infrastruttura di analisi dati ha permesso all’esercito israeliano di generare migliaia di obiettivi umani in tempi record. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha citato esplicitamente la partnership tra Palantir e il Ministero della Difesa israeliano, parlando di una possibile complicità legale in crimini di guerra e genocidio. Alex Karp ha paragonato il potere della guerra algoritmica a quello delle armi nucleari tattiche. La de-umanizzazione è totale: se a Gaza l’output è un attacco drone, negli USA è una squadraccia che sfonda la porta di un infermiere come Alex Pretti.
L’Europa appare del tutto incapace di contrastare questo modello di sicurezza privatizzato. Il rischio che questa tecnologia venga utilizzata in ogni parte del mondo per criminalizzare il dissenso è reale. Due notizie recenti confermano la gravità della situazione: le negoziazioni per l’Enhanced Border Security Partnership, che condividerebbe database biometrici europei con il DHS americano violando il GDPR, e il cloud “europeo” di Amazon che, nonostante la localizzazione dei server, resta assoggettato al Cloud Act USA, permettendo alle autorità americane l’accesso ai dati ovunque si trovino. Quanto sta avvenendo con ELITE va interpretato come un caso di studio sulla possibile evoluzione distopica del potere statale nell’era digitale. Le architetture software incarnano visioni politiche autoritarie e razziste. Non dobbiamo abbassare la guardia: una società dove lo Stato può prevedere ogni movimento trasformando la popolazione in dati interrogabili non è più una società libera. Dobbiamo reagire con fermezza estrema. È necessario attivare il protagonismo di una cittadinanza informata che rifiuti di essere catalogata e colpita da un algoritmo. La resistenza che parte dalle strade di Minneapolis e dalle denunce dei crimini a Gaza è l’unico punto di partenza per una società che si rifiuta di diventare un bersaglio. Dobbiamo pretendere lo smantellamento di questi sistemi e il ritorno a una giustizia umana, trasparente e basata sul diritto, non sulla potenza di calcolo di una big tech.

ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

SALARI CHE SI SFALDANO, VITA CHE CORRE

Dal -8% Istat al salario minimo: la povertà che lavora entra nelle case

Alla cassa del supermercato non si discute più. Si paga e basta.
Si guarda il totale, si sospira, si passa il bancomat. Poi, uscendo, si fa mentalmente l’elenco di quello che la prossima volta resterà sullo scaffale.

La carne un po’ meno.
Il detersivo in offerta.
La frutta solo di stagione.
La visita specialistica rimandata.
Il tagliando dell’auto “più avanti”.

È così che oggi si misura il potere d’acquisto: non nei convegni, ma nei carrelli.

E mentre milioni di persone fanno questo esercizio ogni settimana, un dato ufficiale racconta la verità che molti fingono di non vedere: a dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali, in termini reali, sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021.

Quattro anni dopo.
Con tutta la retorica sulla ripresa.
Con tutte le promesse di rilancio.

Quando lo stipendio insegue la vita e perde sempre

Nel 2025 gli stipendi sono cresciuti, in media, del 3,1%.
Nel privato un po’ di più, nel pubblico un po’ di meno.

Ma basta confrontare questi numeri con l’andamento dei prezzi per capire l’inganno.

Gli stipendi salgono piano.
La vita corre.

Bollette, affitti, benzina, farmaci, assicurazioni, mutui.
Tutto si muove più veloce del salario.

È una rincorsa persa in partenza.
Una specie di tapis roulant sociale: cammini, ti stanchi, ma resti fermo.

Contratti scaduti, attese infinite

Poi c’è la questione dei contratti.

Nella pubblica amministrazione, per anni, i rinnovi sono arrivati in ritardo.
Interi trienni chiusi fuori tempo massimo.

Oggi circa 5,5 milioni di lavoratori attendono ancora un rinnovo, con un’attesa media di quasi 19 mesi. Oltre la metà sono dipendenti pubblici.

Tradotto nella vita reale: mesi in cui lo stipendio resta fermo mentre tutto aumenta.

Non è un problema tecnico.
È una scelta politica.

Quando rinvii i contratti, rinvii il reddito.
Quando rinvii il reddito, scarichi l’inflazione sulle persone.

E lo fai in silenzio.

Il trucco del “netto che consola”

Di fronte a questa erosione continua, qualcuno risponde: “Però il netto è cresciuto”.

È vero, in parte.
Grazie a bonus, detrazioni, decontribuzioni.

Ma è come mettere una pezza su una gomma bucata.

Perché il netto consola oggi.
Il lordo costruisce domani.

Sul lordo si basano pensioni, TFR, tutele.
Se resta basso, il futuro si impoverisce.

Stiamo barattando qualche euro in più oggi con insicurezza domani.

Lavoro che rallenta, fabbriche che tremano

Intanto anche il fronte produttivo manda segnali preoccupanti.

Nel 2025 la cassa integrazione mostra un aumento delle situazioni di crisi strutturale, soprattutto nel metalmeccanico e nelle telecomunicazioni.

Non è un sistema che cresce.
È un sistema che resiste.

Che tira avanti.
Che spera di non crollare.

E in questi equilibri fragili, il primo a pagare è sempre chi lavora.

Un Paese che si è abituato al lavoro povero

La verità è che l’Italia si è rassegnata.

Si è rassegnata all’idea che si possa lavorare e restare poveri.
Che l’occupazione basti, anche se non garantisce una vita dignitosa.

Siamo diventati un Paese in cui “avere un lavoro” non significa più “stare tranquilli”.

Significa arrangiarsi.

In questo contesto, l’assenza di un salario minimo nazionale pesa come un macigno.

Senza una soglia, tutto scende.
E quando tutto scende, vince sempre chi è già forte.

Un segnale dalla Campania

In questo deserto, un segnale è arrivato dalla Campania.

Dopo le elezioni regionali del novembre 2025, il presidente della Campania Roberto Fico ha promosso un provvedimento che introduce una soglia minima di 9 euro lordi negli appalti pubblici regionali, con aggiornamento annuale.

Non è la soluzione definitiva.
Non risolve tutto.

Ma dimostra che si può fare.

Che non è vietato difendere i salari.
Che non è impossibile dire “sotto questa cifra no”.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché non a livello nazionale?

Cosa serve davvero, adesso

Non servono miracoli.
Servono scelte.

Rinnovi contrattuali rapidi e dignitosi.
Una soglia salariale nazionale effettiva.
Una politica dei redditi che guardi anche alle pensioni.

Serve smettere di considerare la povertà lavorativa un effetto collaterale accettabile.

quando il lavoro smette di essere promessa

C’è stato un tempo in cui lavorare significava costruire qualcosa.
Una casa.
Una sicurezza.
Un futuro per i figli.

Non era un paradiso.
Ma era un patto.

Oggi quel patto si è rotto senza rumore.

Si lavora di più.
Si corre di più.
Si resiste di più.
E si ottiene di meno.

La povertà non arriva più come una frattura improvvisa.
Arriva per sottrazione.
Un euro in meno qui.
Un rinvio là.
Un sogno accantonato più in là.

Fino a quando ci si accorge che non si sta più vivendo: si sta gestendo la sopravvivenza.

Il punto politico, alla fine, è tutto qui.

Un Paese che accetta il lavoro povero accetta cittadini deboli.
Accetta persone stanche.
Accetta una democrazia fragile.

Perché chi è sempre in affanno non ha tempo per partecipare.
Non ha energie per protestare.
Non ha spazio per immaginare.

Non ha neppure la volontà di andare a votare. 

E questo fa comodo a molti.

Difendere i salari non è una questione tecnica.
È una scelta di civiltà.

Significa decidere se il lavoro deve restare una promessa o diventare una trappola.
Se deve dare dignità o solo fatica.
Se deve aprire il futuro o chiuderlo.

Non servono eroi.
Servono governi responsabili.
Sindacati coraggiosi.
Imprese che smettano di competere al ribasso.
Cittadini che non si rassegnino.

Perché la normalizzazione della povertà non è inevitabile.
È una costruzione politica.

E come tutte le costruzioni, può essere smontata.

Pezzo dopo pezzo.
Scelta dopo scelta.
Lotta dopo lotta.

CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI

Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche

In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo “Harry” (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è quella normale, umana: coste sventrate, strade mangiate dal mare, case con l’acqua dentro, ferrovie interrotte, comunità che spalano fango e sale con le proprie mani. La seconda è più amara, perché riguarda noi italiani: non la tempesta, ma il modo in cui scegliamo di raccontarla.

Perché quando il disastro colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna, troppo spesso parte un processo. E il banco degli imputati è sempre lo stesso: “il Sud”, come se fosse una categoria morale prima che geografica.

Qui non parliamo di un temporale qualsiasi. Parliamo di un evento estremo con scirocco fino a 120 km/h, mareggiate con onde fino a 10 metri e piogge eccezionali, con accumuli localmente oltre i 300 mm: un colpo duro a strade, ferrovie, porti, traghetti e aeroporti, insomma alla vita quotidiana di territori già fragili.

Eppure, appena si alza la schiuma, si alza anche il dito. Sui social e in certe narrazioni “da salotto”, al Sud la tragedia diventa colpa: abusivismo, incuria, “mentalità”. Come se la pioggia facesse selezione etica, e come se il mare chiedesse il codice di avviamento postale prima di entrare in casa. Intanto, quando l’acqua arriva altrove, si parla (giustamente) di emergenza, solidarietà, ricostruzione. Non di espiazione.

La cosa più ipocrita è che questa retorica convive benissimo con un’altra verità, tutta italiana: lo Stato che moralizza dal pulpito è lo stesso Stato che, quando gli conviene, ha coltivato negli anni la cultura del “poi sistemiamo”, anche con tre grandi condoni edilizi (1985, 1994, 2003). Ogni volta lo stesso messaggio implicito: il confine tra regola e deroga è negoziabile.

E infatti il punto che si finge di non vedere è questo: la vulnerabilità non nasce solo dal singolo edificio fuori posto. Nasce da un modello. Da decenni di governo del territorio a spinta, a macchia, a emergenze. E soprattutto nasce da una parola che in Italia pronunciamo poco, perché costa fatica e non porta voti immediati: manutenzione.

Manutenzione vuol dire fossi, canali, versanti, boschi, alvei, tombini, briglie, spiagge, scogliere, reti fognarie, monitoraggi, piani comunali aggiornati, vincoli rispettati, controlli veri. Vuol dire spendere prima, non piangere dopo.

E qui arriva la frase che dovrebbe inchiodare tutti, Nord e Sud: il dissesto idrogeologico non è “un problema del Meridione”. ISPRA dice che il 94,5% dei comuni italiani convive con almeno una forma di rischio tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non è un’eccezione geografica: è una condizione nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che è una sentenza: continuiamo a impermeabilizzare il Paese. ISPRA, nel suo rapporto sul consumo di suolo, parla di un ritmo medio che resta attorno a 20 ettari al giorno (con la conseguente perdita dell’“effetto spugna” del terreno).
È matematica, non ideologia: se sigilliamo il terreno, l’acqua non entra più dove dovrebbe, corre dove può, e presenta il conto nei punti più deboli.

Allora la domanda vera non è “di chi è la colpa, al Sud”. La domanda vera è: perché continuiamo a comportarci come se gli eventi estremi fossero parentesi, quando ormai sono una traiettoria?

Su Harry, le analisi diffuse in questi giorni lo descrivono come un evento emblematico in un contesto che cambia: un Mediterraneo più caldo e instabile, capace di trasformare il maltempo in violenza concentrata.
E non serve un’illuminazione: basta guardare la frequenza con cui passiamo da siccità a nubifragi, da mare calmo a mare devastante, come se il Mediterraneo stesse imparando un linguaggio nuovo, più duro.

Poi però arriva l’altra vergogna, quella tutta nostra: invece di prendere questi eventi come uno specchio, una parte del Paese li usa come clava identitaria. È veleno. Veleno che diventa terreno perfetto anche per le uscite complottiste e razziste sotto certi post: non spiegano nulla, non aiutano nessuno, servono solo a sporcare ulteriormente un dolore reale.

Quando manca una strategia nazionale, ogni territorio diventa “colpevole” a piacere, a seconda della latitudine e del talk show. E intanto si ripete lo stesso film: emergenza, sopralluoghi, promesse, qualche stanziamento “per i primi interventi urgenti”, poi silenzio. Anche in questi giorni si è parlato di danni enormi e stime pesanti (solo in Sicilia si è arrivati a parlare di centinaia di milioni).
Ma se restiamo lì, è solo un cerotto su una frattura.

E qui entra, inevitabile, il tema del Ponte sullo Stretto. Perché se c’è un simbolo perfetto della “doppia Italia”, è proprio questo: da una parte l’opera-monumento, dall’altra le infrastrutture reali che cadono a pezzi mentre la gente spalava fango.

Parliamoci chiaro: io non sto facendo propaganda contro un’idea in astratto. Sto parlando di priorità, di tempi, di scelte. Il progetto del ponte, con opere connesse, viene stimato nell’ordine di 13,5 miliardi di euro.
E intanto, nella Calabria ionica colpita da Harry, ci sono ancora tratti serviti da una ferrovia a binario unico, spesso non elettrificata, e da una statale come la 106 che è diventata un incubo quotidiano.
In Sicilia e nel Messinese, frane e alluvioni sono un trauma ripetuto, e la rete di collegamenti locali resta fragile proprio dove dovrebbe essere più robusta.

Capite la stonatura? Io posso anche discutere per anni di campate, tiranti, record ingegneristici. Ma se poi, nel mondo reale, una mareggiata “mangia” strade, porti, ferrovie e sottoservizi, il ponte diventa una vetrina accesa sopra una casa con l’impianto elettrico bruciato.

E non è nemmeno un ragionamento teorico: sul ponte si è aperta una partita istituzionale e contabile pesante, con discussioni e stop che hanno rimesso al centro proprio la questione della spesa pubblica e delle procedure.
Nel frattempo, però, la manutenzione vera non ha lobby, non taglia nastri, non produce rendering. Produce solo una cosa che in Italia sembra rivoluzionaria: sicurezza.

Se vogliamo uscire dalla farsa crudele del “due Italie”, io la metterei così, senza slogan e senza ipocrisie.

I) Piano permanente di manutenzione del territorio, con risorse stabili e verifiche pubbliche: non progetti a singhiozzo, non bandi che restano nei cassetti, non competenze rimpallate.

II) Stop alla cementificazione facile e al consumo di suolo, con rigenerazione dell’esistente: se continuiamo a sigillare terreno, continuiamo a pagare alluvioni e frane.

III) Difesa costiera e adattamento climatico seri: mareggiate ed erosione non sono più “eventi rari”, sono una nuova normalità, soprattutto nel Mediterraneo.

IV) Legalità coerente: basta usare la parola “abusivismo” come insulto selettivo e poi rendere la deroga una politica. Se la regola vale, vale ovunque, e vale prima del disastro.

V) Racconto mediatico decente: la solidarietà non può dipendere dal capoluogo. Le vittime non devono presentare domanda di umanità, né giustificarsi per meritare aiuto.

Perché alla fine il punto è semplice, ed è quello che mi fa più rabbia: senza manutenzione e prevenzione, queste tragedie non diminuiranno, aumenteranno. E colpiranno ovunque, come già accade. Solo che noi, invece di fare squadra contro il rischio, ci dividiamo per abitudine, e trasformiamo il dolore in una guerra tra poveri.

Il fango, però, non fa tifo. Entra. E quando entra, la geografia delle colpe è solo un alibi. La geografia delle responsabilità, invece, è chiarissima: sta in alto, dove si decide se mettere in sicurezza l’Italia o continuare a spendere dopo, piangendo prima in TV e dimenticando poi nei bilanci.