Il sangue a basso costo: il Sudan, l’oro dell’imperialismo e le vite che non contano

C’è una ferita aperta nel cuore dell’Africa orientale che nessun telegiornale serale degna di un titolo di apertura. Un popolo di cinquanta milioni di persone viene schiacciato, sfollato, affamato, sterminato sotto gli occhi di un mondo che ha deciso — perché di decisione si tratta, non di disattenzione — che quelle vite non valgono abbastanza. Dal 15 aprile 2023, il Sudan brucia. Oltre quindici milioni di esseri umani sono stati strappati alle proprie case, circa duecentomila sono morti in combattimento, milioni altri agonizzano di fame, colera, stenti. Eppure nessuna manifestazione di piazza, nessuna risoluzione muscolare, nessun pacchetto di sanzioni emergenziali, nessun minuto di silenzio nei palinsesti televisivi. Il Sudan è la prova provata che, nell’ordine globale contemporaneo, il dolore ha un prezzo, e quel prezzo è fissato dal mercato della rilevanza geopolitica.

Il razzismo dei riflettori

Che cosa rende una tragedia degna di essere raccontata? La risposta onesta è scomoda: serve che le vittime assomiglino abbastanza a noi. Quando a morire sono famiglie europee, bionde, affacciate su capitali riconoscibili, si mobilitano corridoi umanitari, accoglienze straordinarie, copertine settimanali. Quando a morire sono africani neri, musulmani o animisti, contadini di villaggi dai nomi impronunciabili, la macchina della compassione si inceppa. Non è un caso, è una struttura. È la stessa struttura che dopo il naufragio di Cutro ha richiesto settimane per produrre qualche riga di indignazione, mentre davanti a un hotel di Mariupol bastavano poche ore. È la logica razziale — ereditata dal colonialismo, mai davvero dismessa — secondo cui alcune vite incarnano il lutto universale e altre restano materiale statistico. Il Sudan, in questa griglia, è il paradigma perfetto della vita nera che sparisce: i morti si contano, non si ricordano; gli sfollati diventano numeri, non volti; le stragi non chiedono giustizia, solo un aggiornamento trimestrale.

I grandi media occidentali, quando si decidono a dedicare un servizio al Sudan, lo fanno con il tono dell’inevitabilità. Si parla di «scontri tribali», di «instabilità endemica», di «caos africano», come se il continente fosse preda di un destino biologico. È la riscrittura mediatica del cliché coloniale: l’Africa che si autodistrugge, incapace di pace, bisognosa di tutela. Di rado, quasi mai, si nomina la mano straniera che arma, finanzia, addestra, protegge. Di rado si racconta che le armi usate in Darfur vengono fabbricate altrove, che l’oro estratto a Jebel Amer finisce nei forzieri di Dubai, che i droni che colpiscono gli ospedali attraversano cieli sorvegliati da radar alleati. La narrazione dominante deruba il Sudan perfino della propria tragedia: gli nega la dignità di essere compreso come vittima di un sistema, relegandolo a spettacolo di barbarie indigena.

Il capitalismo dell’oro: economia politica di un massacro

Se si vuole capire davvero perché la guerra sudanese non si ferma, bisogna smettere di guardare ai due generali che si contendono Khartoum e cominciare a seguire i flussi di denaro. Il Sudan è uno dei maggiori produttori d’oro dell’Africa. Nelle miniere del Darfur meridionale, in particolare a Jebel Amer e ad Al Junaid, si estrae un metallo che vale, secondo le stime indipendenti, circa tredici miliardi di dollari l’anno di traffico illecito. Quasi il novanta per cento di quell’oro esce dal Paese clandestinamente, attraverso rotte che toccano il Ciad, il Sud Sudan, l’Uganda, l’Etiopia, la Libia orientale di Khalifa Haftar, e approda infine sui mercati degli Emirati Arabi Uniti, dove viene raffinato, rimesso in circolo, e riconsegnato al capitale globale completamente ripulito. Nelle collane, nei lingotti delle banche centrali, nei circuiti tecnologici dei nostri smartphone, può esserci oro estratto col lavoro forzato di bambini sudanesi sorvegliati da miliziani con il kalashnikov. Il capitalismo estrattivo non ha bisogno di giustificazioni etiche: ha bisogno solo che nessuno faccia domande.

Le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo — il signor Hemedti — si finanziano in buona parte con questo oro. Lo estraggono, lo vendono, ci comprano armi e mercenari. L’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan fa lo stesso, nei territori che controlla, appoggiandosi a canali diversi ma analoghi. In questa simmetria sta l’essenza del conflitto: non è una guerra per vincere, è una guerra per gestire la rendita. I due generali sono in disaccordo su chi debba incassare, non su cosa fare del Paese. Il Sudan è, in questo senso, una forma avanzata di capitalismo della catastrofe: una macchina economica che consuma vite umane e produce lingotti, che trasforma la carestia in margine di profitto, che rende il caos una condizione strutturale della propria redditività. Finché l’oro continuerà a uscire, la guerra continuerà a bruciare. È meno una guerra civile che una filiera produttiva.

Gli imperialismi rivestiti di diplomazia

Dietro i due contendenti interni, si staglia una galleria di potenze regionali e globali che spingono, armano, rallentano, negoziano, prolungano. Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor delle Rapid Support Forces: forniscono armi attraverso canali clandestini che Amnesty International, Le Monde, il New York Times, le Nazioni Unite e numerose agenzie investigative hanno documentato, muovono denaro, proteggono l’infrastruttura commerciale dell’oro, reclutano mercenari nel proprio circuito regionale. Lo fanno per una ragione semplice: controllare un pezzo d’Africa significa dominare le rotte del Mar Rosso, dominare le rotte del Mar Rosso significa controllare l’energia che scorre fra Golfo ed Europa. E intanto Abu Dhabi compra la neutralità egiziana con un pacchetto di investimenti da trentacinque miliardi di dollari, che è un modo elegante per acquistare il silenzio di un vicino che sostiene il fronte opposto. L’Egitto di al-Sisi, infatti, arma l’esercito regolare sudanese, condividendo con Burhan decenni di scuola militare comune e una stessa avversione per qualunque transizione democratica.

La Russia gioca su entrambe le sponde. La galassia Wagner, oggi riorganizzata sotto altri marchi ma sostanzialmente intatta, ha per anni addestrato e sostenuto le Rapid Support Forces in cambio di concessioni aurifere; parallelamente, Mosca negozia con Burhan la costruzione di una base navale a Port Sudan, che garantirebbe al Cremlino un piede permanente sul Mar Rosso, a poche centinaia di chilometri dal canale di Suez. Iran e Turchia si schierano con l’esercito, cercando ciascuno il proprio ritorno strategico. L’Etiopia, in funzione anti-egiziana, ha iniziato a fornire sostegno alle Rapid Support Forces. Haftar, dalla sua Cirenaica armata da molte potenze insieme, apre corridoi logistici verso Dubai. Gli Stati Uniti, che pure dispongono degli strumenti di intelligence e di pressione più sofisticati del pianeta, si limitano a un coinvolgimento intermittente, guidando formalmente il cosiddetto Quad insieme a Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Ma affidare una mediazione a chi arma entrambe le parti non è negoziato: è complicità istituzionalizzata. È la privatizzazione della diplomazia, il trionfo dell’imperialismo che non si chiama più con il proprio nome e si traveste da cooperazione regionale.

La complicità europea e il rituale dell’aiuto

Il copione europeo, davanti a tutto questo, è disciplinato e ipocrita. Si convocano conferenze umanitarie — l’ultima a Berlino, il 15 aprile 2026, con la partecipazione del ministro degli Esteri italiano — si annunciano pacchetti di aiuti, si stringono mani, si pubblicano comunicati di «profonda preoccupazione». Poi si torna a casa e si firmano nuove licenze per esportare armi agli stessi Emirati che le girano alle Rapid Support Forces. Il piano di aiuti delle Nazioni Unite per il 2026 è finanziato per appena il sedici per cento: una miseria che dice tutto di quanto valga, davvero, il Sudan nelle agende europee. Le stesse agenzie che dovrebbero soccorrere la popolazione subiscono attacchi sistematici: ambulanze bombardate da droni, magazzini saccheggiati, operatori uccisi o rapiti, corridoi umanitari chiusi a oltranza. La fame è stata trasformata in arma di guerra, e la risposta del mondo ricco è un bonifico ridicolo accompagnato da un selfie istituzionale.

L’Italia non è una spettatrice innocente. Il governo Meloni, come i suoi predecessori, ha mantenuto saldi rapporti di cooperazione militare ed economica con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Egitto di al-Sisi, nonostante sul tavolo restino aperti dossier pesantissimi — a cominciare dall’omicidio di Giulio Regeni, mai davvero affrontato come avrebbe meritato. Le licenze di esportazione di sistemi d’arma verso Abu Dhabi sono continuate anche mentre si accumulavano le prove del ruolo emiratino nel conflitto sudanese. Fincantieri, Leonardo, la filiera della difesa italiana: nessuno ha pagato un prezzo politico. Le parole della carità cristiana, così frequenti nella retorica governativa, si spengono davanti alla dogana dei porti militari. È la contraddizione permanente del capitalismo europeo: umanitarismo al microfono, industria bellica al bilancio. E nessuna forza politica maggioritaria, in Parlamento, ha avuto la forza di rompere questa ipocrisia.

I volti della catastrofe

Al di sotto della geopolitica, sotto le cifre, sotto le rotte dell’oro e delle armi, ci sono persone. Ci sono madri che partoriscono in tende senza elettricità, bambini che muoiono di malnutrizione nelle aree assediate, contadini che assistono al saccheggio dei propri raccolti, intere comunità — i Masalit, i Fur, gli Zaghawa del Darfur — che subiscono una pulizia etnica riconosciuta da osservatori internazionali come tale. I dati dell’UNICEF sono un atto di accusa permanente: più di cinque milioni di minori sfollati, almeno centosessanta bambini uccisi e ottantacinque mutilati nei primi tre mesi del 2026, con un incremento del cinquanta per cento rispetto all’anno precedente. Il settantotto per cento delle vittime infantili è causato da attacchi con droni. Droni fabbricati altrove, venduti ad Abu Dhabi, spediti a Hemedti, pilotati da qualche parte verso una scuola coranica, una fila per l’acqua, un mercato. La tecnologia della morte, nel ventunesimo secolo, è una filiera globale che attraversa continenti e ripulisce coscienze.

La povertà, in tre anni, è esplosa dal ventuno al settantuno per cento. Ventitré milioni di sudanesi vivono oggi sotto la soglia minima. La carestia è stata formalmente certificata a El Fasher e a Kadugli. Il sistema sanitario è ridotto al venti per cento della capacità originaria: le donne muoiono di parto in locali senza acqua corrente, i diabetici muoiono di mancanza di insulina, i bambini muoiono di morbillo e di diarrea acuta. Il colera si espande liberamente là dove gli acquedotti sono ormai scheletri arrugginiti. Ogni cifra è un funerale moltiplicato per milioni. Ogni percentuale è una storia che nessuno leggerà.

L’indifferenza come progetto politico

Non si può più parlare di questa guerra come di una «tragedia dimenticata». L’espressione è consolatoria, quasi assolutoria: suggerisce che qualcuno, semplicemente, si è distratto. La verità è diversa e più dura. Il Sudan non è dimenticato: è stato rimosso. È stato rimosso perché la sua tragedia metterebbe in discussione i fondamenti stessi dell’ordine globale che beneficia dei suoi morti. Ricordarsene significherebbe interrogare il ruolo del capitalismo estrattivo, le filiere dell’oro e dei minerali critici, le esportazioni d’armi verso regimi autoritari, la collusione fra democrazie occidentali e monarchie del Golfo, la gerarchia razziale che struttura ancora la nostra percezione del lutto. Significherebbe chiedere conto a banche, industrie, governi, media. Significherebbe, in una parola, politicizzare il dolore. E niente è più pericoloso, per l’ordine costituito, di un dolore politicizzato.

La gerarchia del visibile non è un incidente culturale. È un dispositivo di potere. Seleziona quali tragedie possano diventare mobilitazione e quali debbano restare inquietudine privata. Decide che cosa è un genocidio e che cosa è «violenza etnica». Stabilisce chi merita un tribunale internazionale e chi merita, al massimo, una nota a piè di pagina. Il Sudan, in questa macchina selettiva, è la dimostrazione plastica di come l’informazione globale sia, anzitutto, un’economia: domanda, offerta, marginalità, dismissione. Dove il pubblico non reagisce, l’offerta si ritira. Dove l’offerta si ritira, il pubblico smette di chiedere. Il ciclo si chiude, e il silenzio diventa sistema.

Rompere il silenzio è un atto politico

Cosa possiamo fare, noi che scriviamo, leggiamo, votiamo in Europa, mentre in Sudan si muore? Possiamo cominciare col rifiutarci di accettare le cornici che ci vengono imposte. Possiamo chiedere, ogni volta, di chi sono le armi, di chi è l’oro, di chi sono i droni, di chi sono i porti da cui partono le navi che armano la catastrofe. Possiamo pretendere dalle nostre istituzioni un embargo vero — non di facciata — verso gli Emirati e verso ogni governo che alimenti il conflitto. Possiamo chiedere che le aziende italiane ed europee che fanno affari con questi regimi rispondano pubblicamente del sangue che passa, anche indirettamente, dai loro bilanci. Possiamo fare in modo che il Sudan torni dentro il discorso pubblico, che entri nei comizi, nei dibattiti parlamentari, nelle piazze. Nessuna pace è stata mai conquistata dal silenzio.

Ricordare il Sudan significa rifiutare l’idea che esistano esseri umani di serie B. Significa riconoscere che il destino di un contadino di El Fasher, di una madre di Nyala, di un bambino di Kadugli è intrecciato — nelle miniere, nelle rotte dell’oro, negli accordi bilaterali, nelle licenze d’arma — al nostro destino. Significa smettere di credere all’alibi della distanza. Non c’è distanza, in un’economia globale: c’è solo volontà di non vedere. E quella volontà ha un nome politico preciso, ha ministri, ha amministratori delegati, ha direttori di giornale, ha parlamentari, ha azionisti. Il silenzio sul Sudan non è un silenzio orfano: ha padri e madri riconoscibili, e anche cognomi. Il primo atto di giustizia, verso quel popolo, è nominarli.

Finché continueremo a tollerare che il valore di una vita si misuri sulla sua utilità ai flussi di capitale e al branding geopolitico delle nazioni ricche, continueremo ad avere Sudan. E avremo altri Sudan. Nella Repubblica Democratica del Congo saccheggiato per il coltan, nello Yemen affamato dai bombardamenti sauditi e emiratini, nel Sahel lasciato alla disintegrazione, nella Somalia ridotta a terreno di caccia. Ogni volta che la politica abdica alla finanza e i diritti umani diventano pubblicità, una nuova catastrofe si accende lontano dai nostri schermi. Il Sudan non è un’eccezione: è l’avvertimento. Se non impariamo a guardarlo, non impareremo mai a guardare davvero nessun altro.

Fonti

UNHCR — Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aggiornamenti sulla crisi degli sfollati sudanesi, aprile 2026
UNICEF, dichiarazioni della direttrice Catherine Russell e dati sui minori uccisi, feriti e sfollati, aprile 2026
IPC — Integrated Food Security Phase Classification, rapporti sulla sicurezza alimentare in Sudan, 2025-2026
Programma Alimentare Mondiale (WFP), conferenza stampa di Ross Smith, Ginevra, aprile 2026
OCHA — Ufficio ONU per gli Affari Umanitari, Humanitarian Needs and Response Plan 2026
Terza Conferenza Umanitaria Internazionale sul Sudan, Berlino, 15 aprile 2026
ISPI — Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “Sudan: tre anni di guerra invisibile”, 2026
European Council on Foreign Relations, “The falcons and the secretary bird: Arab Gulf states in Sudan’s war”, 2025
Atlantic Council, analisi sull’interferenza esterna nel conflitto sudanese, 2025
Amnesty International, rapporti sulle violazioni dell’embargo e sulle forniture d’armi alle parti belligeranti, 2024-2025
The Sentry, rapporto sulle reti finanziarie delle Rapid Support Forces con base a Dubai, ottobre 2025
The New York Times, inchieste sulla filiera di armi verso le Rapid Support Forces
Le Monde, inchieste sulle rotte di rifornimento emiratine verso l’Africa orientale, marzo 2026
Global Initiative Against Transnational Organized Crime, “The illicit transnational supply chains sustaining Sudan’s conflict”, novembre 2025
Center for American Progress, analisi sul ruolo emiratino nel conflitto, 2025
African Arguments, “Sudan’s War Was Not a Breakdown. It Was the System Working”, marzo 2026
Yale University Humanitarian Research Lab, rapporti sugli attori esterni nel conflitto
Human Rights Watch, rapporti sulle atrocità in Darfur e sul coinvolgimento internazionale
Medici Senza Frontiere, testimonianze e denunce dal terreno
Save the Children, rapporti sull’impatto della guerra sui minori sudanesi
Vatican News, interviste a operatori UNHCR in Sudan
Il Post, ISPI, Sky TG24, L’Unità, AgenSIR, Tv2000 — coperture giornalistiche italiane sul conflitto
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

Genocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.
Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

Quelle milizie, nel frattempo, cambiano uniforme: si trasformano nelle Rapid Support Forces guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. La sigla cambia, la logica no.

Quando nell’aprile 2023 esplode la guerra aperta tra l’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan e le RSF, il copione è già scritto: le città diventano fronti di battaglia, i civili bersaglio quotidiano di bombardamenti, esecuzioni sommarie, violenze sessuali, saccheggi. Amnesty International parla di “diffuse violazioni del diritto internazionale” da parte di entrambe le parti, documentando attacchi indiscriminati, stupri usati come arma di guerra, blocchi degli aiuti umanitari.

Il caso di El Fasher, capitale del Nord Darfur, è simbolico. Per oltre un anno la città è rimasta sotto assedio, ultimo bastione governativo in una regione largamente controllata dalle RSF. Intorno, campi di sfollati già saturi; dentro, fame, malattie, mancanza di acqua e cure. Le Nazioni Unite e le ONG hanno lanciato per mesi l’allarme sul rischio di un massacro su base etnica.

Quando le RSF hanno preso la città, alla fine del 2025, i racconti convergono: migliaia di civili uccisi, esecuzioni di massa, stupri, fosse comuni, famiglie intere scomparse nella fuga verso Tawila e altre località già esauste.

È questo che significa genocidio: non solo uccisioni su larga scala, ma la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo identificato per etnia, appartenenza comunitaria, origine. In Darfur, come già vent’anni fa, il bersaglio sono le popolazioni non arabe: Masalit, Fur, e altre comunità accusate di “non appartenere” a un ordine sociale costruito sul dominio delle élite arabe armate.

La Convenzione tradita: quando chiamare le cose col loro nome diventa pericoloso

Dal 1948 esiste una Convenzione ONU che definisce il genocidio come il compimento, con intenzione distruttiva, di atti quali uccisioni, gravi lesioni fisiche o mentali, imposizione di condizioni di vita destinate a portare alla distruzione di un gruppo, impedimento delle nascite, deportazione dei bambini. È un testo che si cita spesso, ma che si applica pochissimo.

In Sudan la parola “genocidio” resta accuratamente schermata dal linguaggio diplomatico. L’ONU parla di “rischio elevato”, di “indicatori allarmanti”, di “violazioni massicce”. Ma non si spinge a definire giuridicamente ciò che Accordi e rapporti sul campo ormai descrivono come campagne sistematiche di pulizia etnica.

La differenza non è solo semantica. Se un genocidio viene riconosciuto come tale dagli organi competenti, scattano obblighi internazionali: protezione della popolazione, missioni di interposizione, sanzioni vincolanti, giurisdizione penale sui responsabili. Se resta nel limbo del “rischio”, ci si limita a raccomandazioni, appelli, dichiarazioni indignate. Intanto si continua a morire.

Il Sudan è il caso esemplare di come la comunità internazionale scelga le parole in base alla convenienza politica, non alla realtà dei fatti. L’etichetta di genocidio è un’arma morale potente: si usa – o si evita – a seconda di chi sono le vittime e di chi arma i carnefici.

La maledizione dell’oro: quando un paese ricco deve restare povero

Il Sudan potrebbe essere uno dei paesi più prosperi dell’Africa: possiede enormi terre coltivabili, abbondanti risorse idriche sotterranee, un patrimonio zootecnico enorme. Soprattutto, è diventato uno dei principali produttori di oro al mondo.

Ma nel sistema neoliberale globale, le ricchezze naturali di un paese fragile non sono una benedizione: sono una condanna. Le miniere d’oro in Darfur e in altre regioni sono finite sotto il controllo diretto delle RSF e di reti di società di comodo collegate alla famiglia di Hemedti. Indagini di Global Witness e di altre organizzazioni hanno mostrato come il metallo prezioso venga estratto in condizioni brutali, spesso da lavoratori poverissimi o bambini, quindi contrabbandato verso gli Emirati Arabi Uniti e altri hub, dove entra nel mercato globale ripulito da ogni traccia di sangue.

In cambio dell’oro, arrivano armi, veicoli militari, denaro liquido. Un vero modello di investimento neocoloniale: le milizie si finanziano trasformando una risorsa nazionale in carburante per la guerra; le élite economiche e finanziarie esterne assicurano a sé stesse profitti stellari, mentre il paese sprofonda nel caos.

Il Sudan non è un’anomalia, è un caso scuola. Lo stesso schema si è visto nel Congo per coltan e altri minerali tecnologici, in altri contesti africani per petrolio, diamanti, gas. La guerra non è un incidente sul cammino dello sviluppo: è un dispositivo funzionale alla rapina, che rende impossibile la costruzione di uno Stato sovrano, costringendo la popolazione a sopravvivere in una precarietà permanente.

Mar Rosso, Port Sudan e la geopolitica della frammentazione

A rendere il paese ancora più strategico c’è la geografia: il Sudan si affaccia sul Mar Rosso, attraverso il porto di Port Sudan, crocevia essenziale per le rotte commerciali e militari che collegano Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano. Chi controlla quel tratto di costa influisce sugli equilibri di sicurezza di Egitto, Arabia Saudita, Israele, Iran, Turchia, nonché sulle ambizioni russe di avere una base stabile nella regione.

Attorno al conflitto interno si muove così un vero condominio di potenze: gli Emirati Arabi Uniti accusati di armare e finanziare le RSF, mentre Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Iran e altri attori regionali sostengono in varia misura l’esercito regolare.
Anche potenze europee giocano partite ambigue: rapporti di Amnesty International hanno documentato, ad esempio, l’uso in Sudan di sistemi d’arma prodotti in paesi UE e giunti sul teatro di guerra tramite stati intermedi, in potenziale violazione di embargo e norme sul controllo degli armamenti.

In questa logica, la frammentazione del Sudan non è un rischio collaterale, ma una prospettiva appetibile. Un paese spezzato in più entità deboli, magari con “cripto-Stati” controllati da milizie economico-militari, è più facile da gestire per chi è interessato solo a corridoi logistici, basi militari e contratti sulle risorse. La tragedia del Sud Sudan, nato nel 2011 e già precipitato in una nuova guerra civile, è un avvertimento che nessuno sembra voler ascoltare.

Negrofobia integrata: perché questo genocidio non “fa notizia”

Perché, nonostante i numeri e la brutalità documentata, quello sudanese resta un genocidio fuori campo?

C’è una componente di cinismo geopolitico: ammettere la portata del massacro significherebbe interrogare la complicità diretta e indiretta di governi occidentali, monarchie del Golfo, alleati strategici come Israele nella catena economica e militare che alimenta il conflitto. È più comodo ridurre tutto a “guerre tribali”, fatalismo africano, conflitti “troppo complicati”.

Ma c’è anche qualcosa di più profondo: una gerarchia razziale delle vite. Le vite nere del Sudan – come quelle del Congo, del Sahel, di tante altre periferie – vengono percepite come intrinsecamente meno degne di lutto e di attenzione. La loro morte è considerata, in fondo, “normale”: un rumore di fondo della storia, non una rottura insopportabile dell’ordine morale.

Quello che alcuni studiosi chiamano “negrofobia integrata” si traduce nella pratica in questo: una strage di civili europei o mediorientali inquadrati nel conflitto “giusto” riempie le prime pagine; un milione di sfrattati dalla fame e dalle bombe in Darfur scivola nei trafiletti, quando va bene, o nelle statistiche nascoste nei report umanitari.

Lo stesso doppio standard si vede nella gestione dei rifugiati: le frontiere si aprono – tra mille ipocrisie – per alcune categorie di profughi, mentre i sudanesi che attraversano il deserto e il mare vengono abbandonati nelle prigioni libiche, respinti, ricacciati nell’invisibilità.

Genocidio come dispositivo economico e politico

Il Sudan dimostra che il genocidio non è solo un eccesso di violenza, ma un dispositivo politico-economico. Eliminare, terrorizzare, sfollare un gruppo significa liberare territori, romperne i legami sociali, disarticolare qualunque forma di resistenza organizzata. Significa creare spazi vuoti da riempire con miniere, basi, corridoi energetici, agricoltura d’esportazione.

Le RSF non sono semplicemente una banda di predoni; sono un attore politico-militare moderno, con un proprio network di imprese, banche, società di facciata, conti offshore. Indagini dell’ONU, di Global Witness, di The Sentry ricostruiscono una rete che incrocia l’industria dell’oro, del trasporto, della sicurezza privata, con ramificazioni soprattutto negli Emirati Arabi Uniti.

Dall’altra parte, l’esercito regolare non è un campione di democrazia: bombardamenti indiscriminati, violenze su civili, uso strumentale della fame e dell’assedio come arma sono prassi consolidate.
Il popolo sudanese, che nel 2018-2019 aveva riempito le piazze reclamando “libertà, pace e giustizia” e aperto una breccia rivoluzionaria nel continente, oggi è schiacciato tra due apparati armati che si spartiscono il paese e le sue ricchezze.

Rompe il silenzio chi rifiuta la gerarchia del dolore

Raccontare il genocidio in Sudan non significa “spostare l’attenzione” da Gaza, né attenuare la gravità del massacro del popolo palestinese. Significa, al contrario, rifiutare l’idea che la solidarietà sia un gioco a somma zero, dove un dolore cancella l’altro.

Il filo che unisce Darfur e Gaza, Congo e Cisgiordania, Yemen e Ucraina non è una contabilità macabra di vittime, ma la struttura di fondo: un ordine mondiale in cui la vita vale in proporzione al suo peso politico, alla sua utilità economica, alla sua compatibilità con i disegni delle potenze.

Parlare del Sudan, nominarlo, seguirne le vicende, dare spazio alle voci sudanesi in diaspora, significa incrinare questa gerarchia. Significa ricordare che nessun genocidio è “periferico”, che nessuna guerra di rapina può essere normalizzata in nome del realismo geopolitico.

La prima forma di complicità è il silenzio.
La prima forma di resistenza è rompere quel silenzio, chiamare le cose col loro nome, mettere in fila i nessi tra oro, armi, frontiere, razzismo, potere. Il genocidio sudanese, oggi, è anche questo: una prova della nostra capacità – o incapacità – di guardare oltre il perimetro rassicurante delle vite considerate “importanti”.

Chi pretende di difendere i diritti umani solo quando gli conviene, chi parla di “vita sacra” solo a intermittenza, non sta difendendo nessuno: sta semplicemente scegliendo da che parte della rapina stare.