Toghe come plotoni d’esecuzione e 14 minuti di menzogne: il vero piano reazionario contro la magistratura

Le parole della capo di gabinetto di Nordio, il caso delle mancate scuse e il video-propaganda di Meloni: un’analisi punto per punto delle falsità enunciate in campagna referendaria. In gioco non è la riforma della giustizia, ma lo smantellamento di uno dei tre pilastri della democrazia italiana.

I. «Plotoni d’esecuzione»: quando il potere si toglie la maschera
Ci sono momenti in cui la propaganda smette di fingere e la realtà si mostra nella sua brutalità. Il 7 marzo 2026, in un dibattito televisivo su Telecolor Sicilia, Giusy Bartolozzi — capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio — ha pronunciato una frase destinata a restare: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Non una boutade, come ha tentato di correggere dopo qualche secondo di imbarazzo. Un programma.
Bartolozzi, va ricordato, è essa stessa magistrata. Ha indossato la toga nei tribunali di Gela e Palermo, alla Corte d’appello di Roma. Sa benissimo cosa fa una procura, cosa fanno i giudici che firmano le sentenze. Eppure usa il lessico della guerra, della fucilazione sommaria, per descrivere il potere giudiziario che intende, insieme ai suoi, definitivamente subordinare all’esecutivo. È significativo, inoltre, che prima di pronunciare la parola «plotoni» abbia iniziato a dire «pi-lo-ta…» — l’attacco sillabico di «pilotata» — per poi interrompersi e correggere la rotta. Una scivolata rivelatrice: il pensiero era già strutturato, e l’immagine del plotone non è uscita per caso ma come sostituto di un’altra accusa, forse ancora più esplicita, che stava per formarsi.
Quelle parole non sono un episodio isolato. Sono la sintesi di un pensiero diffuso in ambienti politici ben precisi: l’idea che la magistratura indipendente sia, in sé, un ostacolo da abbattere. Non da riformare nel merito, non da migliorare, non da rendere più efficiente. Da «togliere di mezzo».

II. Le mancate scuse e l’inadeguatezza conclamata
Il presidente del Consiglio Meloni ha chiesto una rettifica; Nordio ha dichiarato «spiace». Ma la sostanza politica di quella frase non è stata smentita da alcun atto concreto. Anzi: le scuse, annunciate come inevitabili dallo stesso ministro guardasigilli, non sono mai arrivate.
La «zarina» di via Arenula — com’è chiamata Bartolozzi negli ambienti del ministero — si è limitata a precisare di aver già «chiarito» nel corso del dibattito che la riforma è «in favore della magistratura per recuperare la credibilità». Una difesa paradossale: chi ha appena descritto i magistrati come un plotone d’esecuzione pretende di presentarsi come loro protettrice. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Bartolozzi è indagata per false informazioni ai pm nell’ambito del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra che il governo italiano ha espulso invece di arrestare. Una capo di gabinetto sotto indagine per i rapporti con la magistratura che si occupa di un caso politicamente esplosivo dovrebbe, in qualsiasi democrazia matura, astenersi dal commentare le istituzioni giudiziarie — figuriamoci invocare la loro liquidazione.
Le opposizioni hanno invocato in massa le dimissioni, compreso Carlo Calenda, leader di Azione e sostenitore del Sì: «Non esiste che il capo di gabinetto del ministro della Giustizia dica queste enormità». Nordio, invece, l’ha blindata: «Non deve dimettersi», ha detto a Torino, aggiungendo che Bartolozzi «ha chiarito il suo punto di vista». Il riferimento alle scuse, già annunciate dallo stesso ministro, è sparito senza spiegazione.
Anche Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Meloni, ha preso le distanze definendo l’uscita «una frase infelice», aggiungendo subito: «Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma». Una mossa comunicativa classica: ammettere l’infelicità della forma per salvare la sostanza.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha rotto il suo riserbo, pur mantenendo la consueta compostezza istituzionale: i toni, ha scritto nella sua nota, sono «oramai giunti a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni». La giunta del sindacato delle toghe ha richiamato l’intervento di Sergio Mattarella al CSM, in cui il capo dello Stato aveva invitato le istituzioni al rispetto reciproco: «Un appello che era, e ancora di più è oggi, assolutamente opportuno».
C’è però qualcosa di più profondo in questa vicenda, che va oltre il caso politico del momento. Bartolozzi è una magistrata che occupa il vertice amministrativo del ministero della Giustizia. Conosce il sistema dall’interno. Sa cosa significa indipendenza della toga, cosa comporta l’autonomia del PM nella conduzione di un’indagine. Eppure ha scelto di usare la retorica del plotone d’esecuzione. Non si tratta di scivolata linguistica: si tratta di visione del mondo. Ed è esattamente questa visione — l’idea che il potere giudiziario indipendente sia un nemico da neutralizzare — a rendere Bartolozzi strutturalmente inadeguata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia di una democrazia costituzionale.
Le sue dimissioni non sarebbero solo auspicabili: sarebbero un atto di rispetto verso le istituzioni che la riforma dichiara di voler tutelare. Il fatto che non arrivino — e che il governo non le chieda — dice molto sul progetto reale che questa riforma persegue.

III. Il video da 13 minuti: un’arringa costruita sull’inganno
A due settimane dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video di oltre tredici minuti in cui spiega — a modo suo — i contenuti della riforma Nordio e invita gli italiani a votare Sì. Il tono è quello della leader che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi intermedi; il registro è quello della comunicatrice consumata che sa come costruire una narrazione emotivamente efficace.
Il problema è che ogni pilastro argomentativo del video poggia su affermazioni false, distorte o gravemente incomplete. Non si tratta di opinioni in contrasto: si tratta di dati verificabili, smentiti da fonti istituzionali, rapporti internazionali, statistiche ufficiali.
La menzogna sulla responsabilità dei magistrati
Meloni afferma: «Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla».
I dati della Sezione disciplinare del CSM nella consiliatura in corso (febbraio 2023 – dicembre 2025) raccontano esattamente il contrario. Su 199 sentenze emesse, 82 — il 41% — sono di condanna. Tra queste: 46 censure, 17 perdite di anzianità, 9 sospensioni, 8 rimozioni dall’ordine giudiziario. L’ammonimento, la sanzione meno grave, è stato comminato solo due volte.
Sul piano comparato, l’Italia risulta più severa della media europea: nel 2022, secondo il Consiglio d’Europa, è stato punito lo 0,4% dei magistrati italiani, contro lo 0,09% francese e lo 0,19% olandese. Il ministro Nordio stesso ha esercitato i suoi poteri disciplinari raramente: in media 28 azioni l’anno, meno della metà delle 52 della Procura generale della Cassazione. Ha impugnato le decisioni del CSM appena sei volte nell’intera consiliatura. Lo ha fatto notare perfino Fabio Pinelli, vicepresidente del CSM eletto in quota Lega, definendo «destituite di fondamento» le accuse rivolte all’organo di autogoverno.
La menzogna sul sorteggio e sull’indipendenza politica
Meloni presenta il sorteggio come la soluzione alla commistione tra magistratura e politica. L’omissione fondamentale è che il sorteggio non sarà uguale per tutti. I membri «laici» dei due futuri CSM verranno estratti a sorte nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Mentre i magistrati perderanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti, il Parlamento — e quindi il governo — conserverà di fatto la possibilità di selezionare la rosa di «sorteggiabili». Con maggioranza semplice, il governo potrà accaparrarsi tutti i posti laici.
Il risultato è esattamente opposto alla promessa: non meno politica nei CSM, ma più politica. E meglio distribuita — dal governo — sotto l’apparenza neutra del sorteggio.
La menzogna sull’Alta Corte disciplinare
Stesso meccanismo si applica all’Alta Corte disciplinare, presentata come organo imparziale. Su 15 componenti totali, 6 saranno di nomina politica parlamentare, più 3 di nomina presidenziale. La struttura in primo e secondo grado non impedisce che, in un singolo collegio, i giudici di nomina politica costituiscano la maggioranza. Soprattutto: contro le sentenze dell’Alta Corte non è più ammesso ricorso in Cassazione. La politica non solo giudica, ma giudica in via definitiva, senza ulteriori gradi di verifica esterna.
La menzogna sull’inefficienza della giustizia
Meloni sostiene che i ritardi siano colpa dei magistrati. Il rapporto 2024 del Consiglio d’Europa smentisce: in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. I pubblici ministeri sono 3,7 ogni centomila abitanti, a fronte della stessa media europea. Eppure questi magistrati sottodimensionati lavorano il doppio: ogni giudice civile italiano gestisce 176 fascicoli l’anno contro gli 88 europei; ogni PM 1.230 contro 204. Il problema è strutturale. La separazione delle carriere non assumerà né un PM né un giudice in più.
La menzogna sul consenso dei magistrati
La premier afferma che «moltissimi magistrati» sostengano la riforma. I dati: i magistrati in servizio che hanno sottoscritto l’appello a favore sono 34 su 9.657. All’ultima assemblea generale dell’ANM, il documento per il No è stato approvato con sei voti contrari e un’astensione su 1.296 partecipanti.
La menzogna sulla fiducia dei cittadini
Meloni afferma che la riforma restituirà credibilità alla magistratura. Un sondaggio Ixé di febbraio 2026 mostra che la fiducia nei magistrati è quattro volte quella dei partiti: 51% verso i giudici — in crescita di sei punti rispetto al 2025 —, contro il 12% per i politici.
La menzogna sulla separazione delle carriere come garanzia
«Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito»: è la promessa centrale della riforma. I dati comparati la smentiscono. In Italia, tra il 2018 e il 2024, sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni l’anno su 49.037 arresti: l’1,15%. In Francia il dato è tra il 3,5% e il 4%. Gli errori giudiziari veri e propri — condanne annullate in sede di revisione — sono in Italia 0,12 per milione di abitanti, contro 0,31 nel Regno Unito e 0,44 negli Stati Uniti, entrambi sistemi con netta separazione tra accusa e giudice.

IV. Il CSM non è un ufficio di collocamento: ciò che Meloni non dice
Uno degli equivoci più gravi del video presidenziale riguarda il ruolo del CSM, sistematicamente ridotto a «organo che decide nomine e promozioni». Il CSM è molto altro. È l’organo che garantisce l’autonomia della magistratura dalle ingerenze del potere esecutivo: tutela i magistrati «nel mirino» della politica con le pratiche a tutela, vigila sulle scelte dei dirigenti degli uffici, esprime pareri sui disegni di legge in materia di giustizia, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo sottrae illegittimamente a un PM un fascicolo sensibile.
In questi anni, i consiglieri togati del CSM — inclusi quelli di orientamento conservatore — hanno più volte bloccato tentativi del governo di usare strumentalmente lo strumento disciplinare contro magistrati sgraditi. Consiglieri sorteggiati per caso, privi di mandato politico proprio, avrebbero la stessa forza di resistenza?

V. Il quadro complessivo: non una riforma, un piano di sottomissione
Bartolozzi ha detto la verità nel modo sbagliato. E la verità è questa: il progetto non è riformare la giustizia per renderla più efficiente, più equa, più vicina ai cittadini. Se lo fosse, si investirebbe in organico, in infrastrutture digitali, in strutture per smaltire l’arretrato. Invece si mette mano alla Costituzione per spostare i rapporti di forza tra i poteri dello Stato: meno autonomia alla magistratura, più controllo all’esecutivo.
La separazione delle carriere è la bandiera simbolica, ma il cuore della riforma è il sorteggio pilotato del CSM e dell’Alta Corte: il meccanismo attraverso cui il governo finisce col controllare chi giudica i magistrati e come vengono gestite le loro carriere. Non più le correnti interne, con tutti i loro limiti: la politica, con la sua capacità di premiare e punire.
Ma c’è un livello ancora più profondo da comprendere. Le parole di Bartolozzi — scioccanti, certo; infelici, sicuramente — non sono un incidente. Sono lo specchio fedele di un sentimento reale che percorre una parte significativa del ceto politico italiano e, per osmosi, anche di un segmento della cittadinanza: l’idea che la magistratura sia un corpo ostile, un’entità politicizzata che va disarmata. È questa la vera posta in gioco del referendum: non riformare, ma normalizzare quella visione. Renderla accettabile. Trasformarla in legge costituzionale.
L’indipendenza della magistratura è uno dei tre poteri fondamentali su cui si regge ogni democrazia moderna, secondo la tripartizione enunciata da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. È imperfetta, come ogni istituzione umana. Va criticata, migliorata, riformata dove necessario. Ma va difesa nella sua sostanza e nella sua autonomia, perché senza un potere giudiziario realmente indipendente non esiste equilibrio tra i poteri dello Stato e ogni abuso dell’esecutivo diventa strutturalmente impunito.
Chi il 22 e 23 marzo andrà a votare ha davanti una scelta che riguarda il tipo di Paese che vuole abitare. Non si tratta di essere «pro-magistratura» o «anti-magistratura». Si tratta di decidere se la toga debba essere indipendente dal potere politico o no. E di capire che chi usa la parola «plotoni d’esecuzione» per descrivere i giudici — senza mai scusarsi, coperta dal proprio ministro, blindata dal governo — non ha in mente alcuna riforma: ha in mente la resa dei conti.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Quando lo Stato attacca se stesso: Nordio, Gratteri, Mattarella e la provocazione che non si ferma

I. Il linguaggio come arma
Esiste un livello al quale le parole smettono di essere semplici opinioni e diventano atti politici con conseguenze istituzionali misurabili. Carlo Nordio, Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, ha attraversato quel livello il 15 febbraio 2026, quando ha accostato il Consiglio Superiore della Magistratura — organo di rilievo costituzionale previsto dall’articolo 104 della Carta — al metodo para-mafioso. Non si trattava di una provocazione da talk-show né di un’esternazione a caldo: era la voce istituzionale del guardasigilli che demoliva, con vocabolario criminale, un pilastro dell’architettura democratica che egli stesso è chiamato a presidiare.
Il termine “mafioso”, nella cultura giuridica e nel senso comune italiano, non è un aggettivo neutro. È una categoria penale, un marchio d’infamia, la sintesi di decenni di sangue versato da magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini che hanno combattuto le organizzazioni criminali a costo della vita. Applicarlo — fosse pure nella forma attenuata del prefisso “para” — a un organo costituzionale significa compiere un atto di delegittimazione sistemica che va ben oltre il disaccordo politico.

II. Gratteri: il magistrato che i boss vogliono morto
Per comprendere l’ironia feroce di questa vicenda, è necessario partire da un’intercettazione ambientale registrata a Siderno nell’agosto 2024, ora acquisita agli atti del provvedimento di fermo emesso dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti di esponenti della cosca Commisso. Frank Albanese, elemento di spicco della ’ndrangheta italo-americana e punto di raccordo tra la Locride e le sue diramazioni nel Nord America, parla con uno zio. Il tema è Nicola Gratteri.
“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro.”
“Nicola Gratteri?”
“Il peggiore che abbiamo.”
“È ancora vivo o morto?”
“No, è ancora vivo.”
Questa conversazione — fredda, valutativa, inquietante nella sua domesticità — è il certificato più autentico del valore del lavoro di Gratteri. La ’ndrangheta non si esprime in questi termini per i magistrati che la turbano blandamente. Lo fa per quelli che la distruggono: Falcone e Borsellino insegnano, tragicamente. Il procuratore di Napoli ha trascorso decenni a Reggio Calabria e Locri accumulando processi, condanne, anni di carcere inflitti a boss e gregari. I clan lo sanno. I clan lo misurano. E lo trovano pericoloso come i giudici che la mafia ha già ucciso.
Mentre i boss intercettati si chiedevano se Gratteri fosse “ancora vivo”, il Ministro della Giustizia chiedeva per lui i test psicoattitudinali, e deputati della maggioranza minacciavano interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari. La coincidenza di obiettivi — tra la criminalità organizzata e una parte del potere politico — non richiede l’attribuzione di responsabilità condivise, ma esige quantomeno una riflessione pubblica sul perché le stesse persone finiscano nel mirino di mondi così distanti.

III. Settanta secondi che pesano come anni
Sergio Mattarella non è un uomo di gesti improvvisati. Ogni sua mossa istituzionale è il prodotto di una valutazione ponderata, di una ricerca della “cornice giusta” nella quale collocare l’azione. Per questa ragione, la mattina del 19 febbraio 2026, quando il Presidente della Repubblica ha deciso di presiedere personalmente una seduta ordinaria del plenum del CSM, il peso di quel gesto ha travalicato di gran lunga i settanta secondi della sua dichiarazione.
Non era mai accaduto in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare nomine di ordinaria amministrazione, è diventata il palcoscenico istituzionale più significativo degli ultimi mesi. Mattarella vi si è presentato non in veste di presidente del CSM — ruolo che ricopre ex officio — ma come Presidente della Repubblica, cioè come garante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, tutore della Costituzione, custode dell’unità nazionale.
Le sue parole hanno tracciato una distinzione fondamentale che il dibattito pubblico stava volutamente obliterando: la critica alle istituzioni è legittima, doverosa, anzi salutare in una democrazia. Il CSM non è esente da difetti, lacune ed errori, ha detto Mattarella senza infingimenti. Ma la critica deve rimanere — ha precisato con chirurgica precisione — “rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Specie, ha aggiunto, quando proviene da chi rappresenta un’altra istituzione dello Stato.

IV. La Costituzione come argine
L’architettura istituzionale della Repubblica italiana si regge su un principio fondamentale: la separazione e il reciproco rispetto tra i tre poteri. Non si tratta di un formalismo accademico, ma di una scelta storica compiuta dai Padri Costituenti con la memoria viva di ciò che accade quando un potere dello Stato ne degrada un altro: si apre la strada all’autoritarismo.
L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM è il presidio di quella indipendenza. Definirlo “para-mafioso” non è un’iperbole retorica: è un attentato simbolico all’indipendenza della magistratura, funzionale a condizionarne l’autorevolezza nel momento più delicato — quello della campagna referendaria sulla separazione delle carriere.
La coincidenza temporale non sfugge a nessun osservatore attento: siamo a meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo. La campagna è incandescente. Il No ha guadagnato terreno nei sondaggi. In questo contesto, l’attacco di Nordio al CSM assume una valenza politica esplicita: delegittimare l’organo costituzionale nel momento in cui molti dei suoi componenti si esprimono pubblicamente a favore del No. È una strategia di discredito istituzionale al servizio di una battaglia elettorale.

V. Il parallelo che illumina
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha evocato un precedente che vale la pena approfondire. Nell’ottobre 1980, Sandro Pertini presiedette una seduta del CSM dopo che un parlamentare aveva definito Magistratura Democratica “fiancheggiatrice delle Brigate Rosse”. Pochi mesi dopo, Vittorio Bachelet — vicepresidente del CSM — veniva assassinato. Pertini non aveva aspettato che la calunnia si sedimentasse nell’opinione pubblica. Era intervenuto subito, con autorità morale e istituzionale, a difesa dell’organo attaccato.
Mattarella ha compiuto lo stesso gesto quarantasei anni dopo. Il fatto che sia stato costretto a farlo — che l’attacco di un ministro al CSM fosse tale da richiedere un intervento presidenziale senza precedenti — misura la profondità della crisi istituzionale che attraversiamo.

VI. La tregua durata un pomeriggio
È durata quanto un temporale estivo. Non un giorno intero, non una notte, non il tempo necessario a far sedimentare le parole del Presidente della Repubblica nei palazzi del potere. Poche ore dopo che Mattarella aveva presieduto il plenum del CSM invitando all’abbassamento dei toni e al rispetto reciproco tra le istituzioni, Giorgia Meloni pubblicava un nuovo video sui suoi canali social per attaccare ancora una volta la magistratura.
Il pretesto, questa volta, è una sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal luglio al dicembre 2019: 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila di spese di giudizio. Una decisione che discende da un meccanismo giuridico elementare: il prefetto di Agrigento non aveva mai risposto all’opposizione presentata dalla ong, e il silenzio — per legge — equivaleva all’accoglimento dell’istanza. La nave rimase bloccata per mesi in violazione di quel silenzio-assenso, fino all’ordinanza del tribunale. Il risarcimento consegue direttamente all’illegittimità del fermo prolungato.
Nulla di tutto questo appare nel video della presidente del Consiglio. Non il dato giuridico, non la ricostruzione procedurale, non la distinzione tra una sentenza contestabile — come ogni sentenza, peraltro appellabile — e una magistratura da delegittimare in blocco. Quello che appare, invece, è la domanda retorica che ormai costituisce il registro fisso di questo governo nei confronti del potere giudiziario: “Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”
La risposta che questa domanda presuppone è già inclusa nella domanda stessa. È retorica da campagna elettorale permanente, non da capo di governo che si relaziona con un potere dello Stato indipendente.

VII. Il video come arma politica
Vale la pena soffermarsi sul metodo prima ancora del merito. Meloni sceglie i social per attaccare la magistratura. Lo ha già fatto quando, sul caso Almasri, aveva annunciato l’avviso di garanzia ricevuto attaccando la procura di Roma prima ancora che i propri legali avessero valutato la situazione. Lo fa di nuovo adesso. Il video postato sui canali personali della presidente del Consiglio — aggirando la mediazione istituzionale, il confronto parlamentare, persino la conferenza stampa — è diventato lo strumento di una comunicazione politica che mira deliberatamente al cortocircuito emotivo, alla radicalizzazione del conflitto, alla costruzione di un “noi” governativo contro un “loro” giudiziario da mobilitare in vista del referendum.
Non è libertà di espressione. È l’uso sistematico della comunicazione social per erodere l’autorevolezza di un potere indipendente dello Stato, costruendo nella percezione pubblica l’equazione magistratura uguale ostacolo alla volontà popolare. Una tecnica che i teorici del populismo autoritario conoscono bene, e che ha una lunga genealogia nei movimenti che hanno progressivamente svuotato le democrazie dall’interno senza formalmente abolirle.

VIII. La risposta dell’istituzione attaccata
A rispondere per la magistratura palermitana è stato Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, che ha ricordato come la sentenza sia stata emessa da una magistrata competente, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti, e che come ogni decisione è impugnabile. La chiusa è lapidaria: “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica.”
È una risposta misurata, istituzionale, esattamente del tipo che Mattarella aveva invocato poche ore prima. Ma il punto non è la risposta: è che sia necessaria. Che ogni sentenza scomoda per il governo diventi il pretesto per un attacco pubblico alla magistratura come corpo, come ordine, come istituzione. Che il diritto di critica — sacrosanto, ribadito dallo stesso Mattarella — venga sistematicamente trasfigurato in una campagna di delegittimazione senza precedenti nella storia repubblicana recente.

IX. Una condanna senza equivoci
Non si può concludere questa analisi senza esprimere con nettezza una valutazione politica e morale.
Le dichiarazioni di Carlo Nordio sul CSM sono inaccettabili. Le intimidazioni nei confronti di Nicola Gratteri — test psicoattitudinali, minacce disciplinari, attacchi coordinati della maggioranza — sono vergognose, soprattutto alla luce di ciò che le intercettazioni rivelano: un magistrato così pericoloso per la criminalità organizzata da essere paragonato a Falcone e Borsellino non andrebbe attaccato dalla politica. Andrebbe protetto, rispettato, sostenuto.
Il comportamento di Giorgia Meloni, che in poche ore ha vanificato con un video social il gesto istituzionale più solenne del Presidente della Repubblica da undici anni a questa parte, è qualcosa di più di un eccesso polemico. È la dimostrazione che questo governo non cerca la pacificazione istituzionale, non intende abbassare i toni, non riconosce nel rispetto reciproco tra i poteri un valore fondante della democrazia. Cerca lo scontro. Lo coltiva. Lo alimenta come carburante di una campagna referendaria che si sta rivelando più difficile del previsto.
L’intervento di Mattarella è stato necessario, corretto e dignitoso. Ma il fatto che sia stato necessario è già una condanna. Il fatto che sia stato ignorato nel giro di poche ore è qualcosa di peggio: è il segnale che chi governa oggi questo Paese considera il richiamo del Capo dello Stato non un monito da rispettare, ma un ostacolo da aggirare.
La democrazia si difende ogni giorno, nelle aule dei tribunali come in quelle del Parlamento, con le sentenze come con le parole. Le parole di un ministro che definisce mafioso un organo costituzionale, e quelle di una presidente del Consiglio che attacca i giudici sui social poche ore dopo il richiamo del Quirinale, hanno il peso specifico delle istituzioni che li pronuncia: usarle per distruggere quelle stesse istituzioni non è libertà di espressione. È un tradimento della Carta.
E la storia — quella italiana in particolare — non ha mai perdonato chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata quando la democrazia era sotto attacco. Nemmeno quando quell’attacco veniva dall’interno.

mariosommella.wordpress.com
“Quando l’ingiustizia diventa legge, la ribellione diventa un dovere”