LA CENSURA INVISIBILEMeta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità

Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico

.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.

E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.

Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.

La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda

La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.

Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.

Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.

La cosa gravissima è che questa riduzione della visibilità viene spesso rivestita di un linguaggio moralmente rassicurante: “sicurezza”, “integrità”, “fact checking”, “informazioni false”, “contenuto sensibile”. Ma quando non c’è una smentita chiara, quando non c’è una contestazione puntuale, quando non c’è un contraddittorio trasparente, quel marchio diventa una clava narrativa. Un’etichetta che non informa: declassa.

E attenzione: nel mondo delle piattaforme, declassare significa censurare, perché il potere non è più nella parola, è nella sua distribuzione.

Il monopolio della visibilità è un monopolio politico

Il punto, allora, non è Barbero. Il punto siamo noi. Il punto è il meccanismo.

Quando una piattaforma privata può stabilire che un contenuto è “troppo virale” e quindi va raffreddato, sta dicendo una cosa precisa: “La vostra opinione vale finché non diventa un fatto sociale”.

Finché resti piccolo, tollerabile, confinato, sei innocuo.
Quando cresci, quando diventi massa critica, quando scavalchi la soglia di allarme, diventi “rischio”.

E qui si apre il vero scandalo democratico: una società privata decide cosa diventa rilevante nella sfera pubblica.

È come se in una piazza reale qualcuno alzasse e abbassasse un vetro invisibile sopra la folla, rendendo alcune voci amplificate e altre mute. Tu parli, ma l’aria non vibra. Le persone ti guardano, ma non sentono nulla.

Questo è potere mediatico. E dove c’è potere mediatico, c’è potere politico.

Non serve essere complottisti. Basta guardare come funziona il mercato dell’attenzione: ciò che vediamo non è “la realtà”, è un menù. E il cuoco non siamo noi.

L’algoritmo non è neutrale: è proprietà privata

Ci hanno venduto per anni una favola: “la tecnologia è neutrale, dipende da come la usi”.
No. Questa è una mezza verità, e le mezze verità sono spesso le bugie più efficaci.

L’algoritmo non è neutrale perché non nasce nel vuoto. È progettato con obiettivi precisi. E gli obiettivi sono quasi sempre questi:

I) aumentare il tempo di permanenza
II) massimizzare l’engagement
III) vendere pubblicità
IV) profilare gli utenti
V) ridurre i rischi legali e reputazionali dell’azienda

Questo significa che l’informazione non viene premiata perché è vera o utile. Viene premiata se funziona dentro il modello di business.

E quando un contenuto politico “funziona troppo” in una direzione non gradita, può diventare improvvisamente “problema”. Non perché sia falso: perché è incontrollabile.

E qui arriviamo al nodo: la democrazia non può dipendere da un codice segreto scritto da una corporation.

Perché quel codice è legge senza Parlamento. È giudice senza processo. È polizia senza uniforme.

Il fact checking come arma impropria

Io non sono contro la verifica delle notizie. Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale sa che la disinformazione esiste, e che può fare danni enormi.

Ma proprio per questo, il fact checking deve essere una cosa limpida, rigorosa, verificabile, discussa.
Non può diventare una nebulosa “valutazione di criticità” che coincide magicamente con la perdita di visibilità.

Perché in quel caso smette di essere verifica e diventa gestione del consenso.

E la gestione del consenso non è un servizio: è politica. Solo che la fanno soggetti privati, senza controllo democratico, con strumenti invisibili.

Il risultato è una perversione: invece di educare alla complessità, si “raffredda” la complessità. Invece di alzare il livello, si taglia la circolazione. Invece di costruire cittadinanza, si costruisce obbedienza algoritmica.

La nuova censura è economica: chi paga parla meglio

C’è un altro aspetto che raramente viene detto con la durezza necessaria: nelle piattaforme commerciali, la libertà è proporzionale al budget.

Chi ha potere economico può comprare visibilità, sponsorizzazioni, campagne, posizionamenti.
Chi non ce l’ha, è in balia dell’algoritmo.

E l’algoritmo, essendo progettato per monetizzare, tende a premiare chi già possiede ed investe risorse, strutture, strumenti, reti. In pratica: riproduce nel digitale la stessa diseguaglianza del mondo reale, ma con una cattiveria in più, perché lo fa presentandosi come “meritocrazia del contenuto”.

No: è mercato dell’attenzione. E come ogni mercato, produce oligarchie.

La democrazia non vive senza conflitto visibile

C’è un punto che per me è decisivo. La democrazia non è un salotto dove ci si parla educatamente. La democrazia è un campo vivo, pieno di attriti, divergenze, conflitti, contraddizioni.

Quando quel conflitto viene sterilizzato, “moderato”, abbassato di intensità, noi perdiamo qualcosa di essenziale: la possibilità di vedere che esistono alternative.

Se la piattaforma decide che una voce è “troppo influente”, e la nasconde, la società non ha più un confronto: ha solo una scenografia. Un teatro dove i personaggi possono muoversi, ma solo entro i limiti segnati dal regista.

E il regista non è eletto da nessuno.

L’ecosistema tossico: dipendenza, ansia, fragilità

Qui il problema non è solo politico. È anche psicologico e culturale.

Le piattaforme non sono solo canali: sono ambienti. E gli ambienti ci formano. Ci educano. Ci modellano.

L’architettura dell’attenzione non è innocente. È costruita per creare abitudine, stimolo continuo, ricompensa intermittente: scorrimento infinito, notifiche, dopamina, competizione emotiva.

Questa non è semplicemente “comunicazione moderna”. È ingegneria del comportamento.

E quando una generazione cresce dentro un ambiente progettato per catturare la mente, non siamo più davanti a un problema di informazione. Siamo davanti a un problema di libertà interiore.

L’algoritmo non controlla solo cosa vediamo. Controlla come reagiamo. E quindi, indirettamente, controlla anche chi diventiamo.

Non a caso, l’Unione Europea ha aperto indagini su Meta proprio per il tema della tutela dei minori e per la possibile relazione tra design algoritmico e danni alla salute mentale.

L’Europa e il paradosso delle regole senza sovranità

L’Europa prova a reagire. Ci prova con norme, regolamenti, principi.

Il Digital Services Act nasce anche per imporre obblighi e responsabilità alle grandi piattaforme, in particolare sulle dinamiche sistemiche: rischio sociale, trasparenza, mitigazione dei danni. E la Commissione ha già dimostrato che vuole usare la leva regolatoria, con procedimenti e controlli.

Ma c’è un problema enorme: regolare non basta se sei dipendente.

Se l’infrastruttura è di altri, se il cloud è di altri, se gli standard sono di altri, se la cultura digitale dominante è di altri, tu puoi anche scrivere la regola migliore del mondo… ma poi continui a vivere nella casa dell’altro.

Questa è la trappola: l’Europa tenta l’etica, ma vive nella subalternità tecnologica.

E allora la domanda diventa brutale: vogliamo davvero difendere la libertà digitale o vogliamo soltanto amministrare la dipendenza?

La risposta non è solo una legge: è un cambio di proprietà

Qui io penso che serva una posizione netta, senza tremori:

non possiamo lasciare la sfera pubblica in mano a soggetti privati che rispondono solo ai loro interessi.

Se i social sono la piazza del nostro tempo, allora devono diventare infrastruttura democratica. Non per “statizzarli” nel senso burocratico e verticale. Ma per trasformarli in beni comuni digitali.

Una piazza non può avere un padrone.
Una piazza può avere regole, certo. Ma le regole devono essere pubbliche, trasparenti, contestabili. Devono poter essere discusse dalla comunità.

Invece oggi la piazza ha un proprietario, e quel proprietario cambia regole quando vuole.

E spesso, guarda caso, le cambia in modi che rafforzano il proprio potere.

La soluzione: piattaforme autonome, federate, controllabili dagli utenti

La vera risposta non è lamentarsi. La vera risposta è costruire alternative.

Perché finché restiamo prigionieri di queste piattaforme, avremo sempre lo stesso ricatto: “se vuoi parlare al mondo, devi passare da noi”.

Io non ci sto. E non ci dobbiamo stare.

Servono spazi digitali che funzionino con logiche diverse:

I) proprietà diffusa e cooperativa, non concentrata
II) algoritmi trasparenti o disattivabili, non segreti e obbligatori
III) moderazione con regole pubbliche, non con decisioni invisibili
IV) portabilità reale dei contenuti e delle reti, non recinti proprietari
V) interoperabilità, per evitare che una singola azienda diventi Stato

In pratica: bisogna rompere il monopolio della visibilità.

E questo significa spingere verso un ecosistema federato, pluralista, dove nessuno può spegnere una voce con un click.

Non è utopia. È l’unico modo per evitare che la democrazia diventi un algoritmo.

La libertà digitale non è un optional: è una questione costituzionale

Quando una piattaforma decide cosa è “troppo virale”, sta decidendo cosa può diventare coscienza collettiva.

Non è un dettaglio. È un tema enorme, storico.

Perché un popolo che non controlla i propri canali di comunicazione è un popolo vulnerabile. Manipolabile. Addestrabile.

E nel momento in cui le grandi piattaforme diventano l’unico spazio di informazione, intrattenimento, relazioni, politica, cultura… allora si crea una nuova forma di dipendenza strutturale.

Non dipendiamo più solo dal lavoro, dal prezzo dell’energia, dal debito. Dipendiamo dalla visibilità concessa da un algoritmo.

Questo è il punto in cui una società deve svegliarsi.

Non è paranoia: è realismo politico

Qualcuno dirà: “stai esagerando, è solo un social”.

No. È l’infrastruttura dove si forma il senso comune.
E il senso comune, nella storia, è sempre stato terreno di conquista.

Oggi, però, la conquista non avviene con la propaganda gridata. Avviene con il controllo del flusso.

Con il filtro.

Con il ranking.

Con la riduzione di portata.

Con la punizione invisibile.

Ed è per questo che io chiamo questa cosa col suo nome: censura privata di massa.

Non nel senso rozzo del divieto. Nel senso moderno della disattivazione sociale.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo essere proprietari

E allora chiudo così, senza giri di parole: finché la nostra voce passa dentro i tubi di qualcun altro, la nostra libertà è parziale.

La libertà piena nasce quando controlli la tua infrastruttura.

E questa è una scelta politica, non tecnica.

O restiamo consumatori dentro piattaforme altrui, accettando che qualcuno decida per noi cosa merita attenzione.
Oppure costruiamo un nuovo spazio pubblico digitale, dove la visibilità non sia un premio aziendale, ma un diritto sociale.

Perché oggi la vera posta in gioco non è “cosa pensiamo”.
È se ci è concesso di farlo diventare pensiero condiviso.

E quando la condivisione viene governata dall’interesse privato, la democrazia è in ostaggio.

Io non accetto questa gabbia dorata.
E penso che sia arrivato il momento di dirlo forte: non vogliamo padroni della piazza.

Vogliamo una piazza nostra.

Proposta concreta: come costruire davvero una piazza digitale nostra

Denunciare è necessario, ma non basta. Se vogliamo spezzare il monopolio della visibilità dobbiamo smettere di vivere dentro recinti proprietari e iniziare a costruire un ecosistema alternativo, credibile, praticabile, sostenibile. Non una fuga romantica. Un progetto politico e tecnico insieme.

Ecco alcune linee operative, concrete, che si possono attivare anche in Italia, a più livelli, senza aspettare miracoli dall’alto.

I) Federare invece di centralizzare
La parola chiave è federazione: tante piazze collegate tra loro, non una sola piazza di proprietà privata. Reti dove comunità, associazioni, sindacati, giornali indipendenti, movimenti civici possano aprire i propri spazi comunicativi, interoperabili e comunicanti, senza dipendere da un’unica “porta”.

II) Proprietà cooperativa e governance democratica
Una piattaforma alternativa non deve essere “di qualcuno”, deve essere di chi la usa. Cooperative digitali, fondazioni, consorzi civici: forme in cui la proprietà e le decisioni siano distribuite e verificabili. Se il potere si concentra, la piattaforma torna a essere un problema, anche se “buona”.

III) Algoritmi trasparenti e selezionabili
Il feed non deve essere una lotteria segreta. Deve essere un meccanismo comprensibile e, soprattutto, modificabile dall’utente. Ordine cronologico come opzione stabile, filtri dichiarati, ranking spiegabile. Se non puoi capire come ti vedono gli altri, non sei libero: sei gestito.

IV) Tracciabilità dei contenuti e contesto, non etichette punitive
La disinformazione si combatte con strumenti che aggiungono contesto, non con strumenti che affossano in silenzio. Se un contenuto è contestato, deve esserci una motivazione pubblica, accessibile, verificabile, con possibilità di replica e revisione. Non un bollino che diventa un ergastolo di visibilità.

V) Interoperabilità e portabilità: uscire senza perdere la vita sociale
Oggi il vero ricatto è questo: se te ne vai, perdi la rete di contatti, la comunità, il lavoro politico costruito. L’alternativa deve garantire migrazione facile, esportazione dei dati, compatibilità tra servizi. Se cambiare piazza significa ricominciare da zero, nessuno lo farà.

VI) Infrastrutture locali e server controllati da soggetti pubblici o comunitari
Non basta l’app: servono infrastrutture. Server su territorio europeo, gestione trasparente, affidabilità, continuità. Comuni, regioni, università, consorzi civici possono ospitare e sostenere nodi di rete come bene pubblico, esattamente come si sostiene una biblioteca o un teatro.

VII) Educazione al discernimento digitale come politica strutturale
Qui c’è un punto che vale più di mille slogan: senza alfabetizzazione critica, anche la migliore piattaforma verrà invasa dalla manipolazione. Serve una formazione pubblica e permanente: scuole, corsi civici, progetti territoriali, biblioteche, spazi sociali. Il discernimento è un diritto collettivo.

VIII) Sostegno economico all’informazione indipendente fuori dal ricatto della pubblicità
Se l’unico modo per campare è inseguire il click, si torna sotto l’impero dell’engagement. Serve un modello diverso: abbonamenti equi, microfinanziamento, fondi pubblici trasparenti, sostegno a cooperative editoriali e media di comunità. Se l’informazione è un bene democratico, va sostenuta come tale.

IX) Un’autorità pubblica di garanzia sulla visibilità politica nei periodi sensibili
Se i social sono la piazza, allora nelle fasi cruciali (referendum, elezioni, crisi sociali) serve una vigilanza democratica reale sui meccanismi di amplificazione o soppressione. Non per controllare i contenuti, ma per impedire che pochi privati alterino il campo del confronto.

X) Un patto civile: “dove pubblichiamo conta quanto cosa diciamo”
La politica deve smettere di trattare i social proprietari come se fossero neutrali. Ogni movimento, associazione, sindacato, realtà culturale dovrebbe porsi una regola: presidiare gli spazi commerciali quanto basta, ma investire energie vere nello spostamento progressivo verso spazi liberi e comunitari. Perché non basta la parola giusta, se la piazza non è tua.

Questa non è una fantasia: è una necessità storica. Se non ricostruiamo l’infrastruttura della comunicazione, continueremo a fare opposizione dentro la casa del padrone, con il padrone che decide quando farci parlare e quando spegnere la luce.

E allora sì, la risposta al caso Barbero diventa una risposta a tutto il sistema: il problema non è un video penalizzato. Il problema è una società che ha delegato la propria voce a chi vive vendendo attenzione.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo tornare proprietari del nostro spazio pubblico. Non domani. Ora.

Note e riferimenti essenziali

I) Commissione Europea, indagine su Meta per tutela minori, salute mentale e obblighi DSA:
https://www.theguardian.com/technology/article/2024/may/16/eu-investigates-facebook-owner-meta-over-child-safety-and-mental-health-concerns

II) Digital Services Act e obblighi per le grandi piattaforme (rischi sistemici, trasparenza, responsabilità):
https://www.reuters.com/technology/eu-designates-xnxx-very-large-online-platform-under-digital-services-act-2024-07-10/

III) Scelte di policy e mutazioni del sistema di fact checking su Meta (dibattito e impatto sulla moderazione):
https://www.theverge.com/2025/1/7/24338062/facebook-instagram-threads-meta-abandon-fact-checking

IL FISCHIETTO E LA COSTITUZIONE VIVENTEMinneapolis, il mutuo appoggio e la democrazia che ricomincia dal basso

C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.

E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.

Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.

Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.

Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.

Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.

E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.

A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.

E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.

Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.

Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.

La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.

In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.

Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.

Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.

Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.

E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.

E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?

Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.

È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.

Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.

Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.

Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.

E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.

La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.

E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.

Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.

Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale

IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Il popolo kurdo tra guerra permanente e pace negata: la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

IL CAPITALE CONTRO LA VITA

Quando l’1% divora il clima, accende le guerre e chiude la porta al futuro

Io non riesco più a separare le cose. Non riesco più a parlare di disuguaglianza come se fosse un tema “economico” e, a parte, di crisi climatica come se fosse un tema “ambientale”. Non ci riesco, perché ormai il quadro è troppo evidente: è lo stesso sistema che accumula ricchezza nelle mani di pochi a consumare il pianeta, a bruciare risorse, a spingere popoli interi dentro la precarietà permanente.

C’è un’idea tossica che ci hanno messo in testa per anni: che l’economia sia una cosa “neutra”, una specie di meteo naturale. E invece no. L’economia che stiamo vivendo è una scelta politica continua. È una macchina costruita per concentrare potere. E quando concentri potere, concentri anche la capacità di distruggere.

Il 2026 si è aperto con una fotografia che da sola basterebbe a zittire mille dibattiti televisivi: secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha già esaurito la propria quota annuale di emissioni in appena dieci giorni. Lo 0,1% ha sforato in circa tre giorni. Il 10 gennaio è diventato “Pollutocrat Day”: il giorno in cui i signori del carbonio finiscono il loro “anno” e cominciano, di fatto, a usare quello degli altri. 

E lì capisco che non stiamo parlando di “stili di vita”. Stiamo parlando di un rapporto di forza. Stiamo parlando di dominio.

Perché se il budget compatibile con la soglia dell’1,5°C è intorno a 2,1 tonnellate di CO₂ pro capite, l’1% viaggia su una media di circa 75 tonnellate. Non è una differenza, è una frattura. È un mondo che si divide in due: chi vive dentro i limiti del corpo e del salario, e chi vive sopra ogni limite, come se il pianeta fosse un bancomat senza fondo. 

A quel punto la verità diventa quasi brutale nella sua semplicità: il capitale non è solo contro l’uguaglianza, è contro la vita.

Perché l’accumulo non resta fermo in cassaforte. L’accumulo deve crescere, deve espandersi, deve divorare. E quando una minoranza possiede una quota enorme di ricchezza, quella minoranza non “consuma” soltanto: decide cosa produrre, dove investire, quali governi influenzare, quali regole piegare, quali guerre rendere possibili.

Il punto è proprio questo: l’1% non inquina solo con i jet privati e i superyacht. L’1% inquina perché possiede le leve del mondo. Possiede filiere, fondi, energia, logistica, estrazioni, industrie, “piani di sviluppo” che sono spesso piani di saccheggio. Possiede anche la narrazione. E quando possiedi la narrazione, riesci a far sembrare “naturale” perfino ciò che è criminale.

È qui che le disuguaglianze economiche si incastrano con quelle ambientali come due lame della stessa forbice. Il risultato lo vediamo già adesso: i danni sono collettivi, i profitti sono privati. Sempre.

Le stime collegate a queste analisi parlano di perdite gigantesche per i paesi più vulnerabili, fino a decine di trilioni di dollari entro metà secolo. Ma a me colpisce soprattutto una cosa: questa non è una tragedia “futura”, è una tassa sul presente. La crisi climatica è già una riduzione del reddito, una caduta del potere d’acquisto, un peggioramento della salute, una precarietà della vita. 

E quando la vita diventa più fragile, chi paga di più? Sempre gli ultimi.

Io vedo una continuità spaventosa tra tutto questo e il mondo che ci stanno consegnando sul piano geopolitico.

Le guerre non sono mai state soltanto “ideali”, “valori”, “esportazioni di democrazia”. Dentro le guerre, sempre, c’è la lotta per le risorse, per le rotte, per l’energia, per la rendita. È la stessa fame che divora la terra a divorare anche i popoli.

E infatti oggi mi sembra sempre più chiaro che la crisi climatica, il riarmo, la destabilizzazione, il furto di risorse, non sono deviazioni dal sistema: sono la sua forma finale. La sua modalità terminale. Quando un modello economico non sa più generare benessere diffuso, comincia a generare paura, conflitto, militarizzazione. E intanto continua a far crescere i dividendi di pochi.

Per questo non mi basta più sentire discorsi “verdi” che non toccano i rapporti di potere. Non mi basta la transizione raccontata come un prodotto da vendere. Perché se non tocchi l’accumulo, se non tocchi l’1%, stai solo spostando la scenografia mentre la sostanza resta intatta.

E qui arriva un nodo che considero decisivo: il diritto internazionale.

Per anni ci hanno trattato come ingenui, quando parlavamo di ONU, di tribunali internazionali, di legalità globale. Ci hanno detto che era fumo, che il mondo vero è “realista”, che contano solo i rapporti di forza. Ma oggi proprio la brutalità del potere occidentale, la sua nudità, la sua arroganza, sta facendo cadere i veli e ci costringe a una scelta: o accettiamo la legge del più forte, o rimettiamo al centro la legge dei popoli.

In questo senso, la svolta arrivata dalla Corte Internazionale di Giustizia il 23 luglio 2025 è un fatto enorme: la Corte ha collegato gli obblighi climatici alla tutela dei diritti fondamentali e ha rafforzato l’idea che non agire non è solo un “errore”, può essere una violazione del diritto internazionale. 

E non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché significa una cosa semplice: il clima non è un’opinione. Il clima è un dovere.

Lo stesso vale per la giustizia internazionale quando finalmente prova, almeno in parte, a non essere un tribunale dei vinti: i mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024, per crimini legati alla guerra di Gaza, hanno rappresentato un momento di rottura simbolica. Non perfetto, non risolutivo, ma comunque un segnale: esiste un limite, almeno sulla carta. 

E qui torna il punto politico che mi ossessiona: quando il potere si sente intoccabile, diventa illimitato. Quando diventa illimitato, divora tutto. Divora il diritto, divora la democrazia, divora la verità, divora la vita.

Per questo io non penso che “solo il diritto” possa salvare il pianeta come se fosse un automatismo. Il diritto da solo non basta, se resta un foglio. Ma penso una cosa molto concreta: il diritto, senza popolo, è carta. Il popolo, senza diritto, è carne da macello.

Le conquiste civili non sono mai piovute dall’alto. Sono sempre nate dalla mobilitazione. E quindi la strada, se vogliamo dirla senza illusioni, è questa: rimettere insieme la giustizia sociale e la giustizia ambientale, e farle diventare una forza politica reale.

Non mi interessa più la favola secondo cui “siamo tutti responsabili allo stesso modo”. Io vedo una responsabilità concentrata, quasi aristocratica, quasi feudale. Un’elite che consuma e comanda, e una moltitudine che paga e subisce.

E allora la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi, come individui?”. La domanda vera è: che cosa dobbiamo imporre come società, come popolo, come democrazia?

Io una risposta me la sono fatta, netta:

I) colpire la ricchezza inquinante, non con simboli ma con misure reali e progressive

II) togliere impunità politica e fiscale alle grandi rendite, soprattutto fossili e finanziarie

III) fermare la militarizzazione come modello di sviluppo e come economia di emergenza permanente

IV) ricostruire servizi pubblici, trasporti, sanità climatica, protezione sociale, perché è lì che si difende la vita quotidiana

V) difendere lo Stato di diritto e l’indipendenza della giustizia, perché senza argini il potere diventa predazione

Non sto parlando di utopie. Sto parlando di sopravvivenza.

Perché oggi il capitale non si limita più a sfruttare l’uomo: sta rendendo invivibile il mondo. È un sistema che non redistribuisce, non ripara, non cura. Accumula e brucia. E quando brucia, presenta il conto ai poveri, ai lavoratori, ai territori fragili, ai popoli del Sud globale, a chi ha meno strumenti per difendersi.

Ecco perché io non riesco più a guardare la crisi climatica come una questione “verde”. Per me è una questione rossa. Di classe. Di potere. Di vita.

E se non lo capiamo adesso, se continuiamo a farci ipnotizzare dalle parole senza sostanza, allora sì: il futuro non sarà condiviso. Sarà recintato. Sarà privato. Sarà armato.

Io invece voglio un futuro umano. E un futuro umano non può essere costruito sull’1% che divora tutto.

Fonti essenziali

Oxfam, disuguaglianze ed emissioni dell’1% (“Pollutocrat Day”). 

Corte Internazionale di Giustizia, opinione consultiva su obblighi degli Stati rispetto al clima (23 luglio 2025). 

ICC, mandati di cattura (Netanyahu, Gallant) e sviluppi successivi. 

Fabio Marcelli, riflessione su diritto internazionale, guerra e sopravvivenza del pianeta (23 dicembre 2025). 

MINNEAPOLIS NON È LONTANA: QUANDO IL POTERE CHIEDE IL BUIO

Minneapolis ci sembra lontana. Ma io non riesco più a trattarla come una notizia “americana”, come una parentesi violenta dentro un Paese già abituato agli eccessi. Perché dentro quei fatti vedo uno specchio. E lo specchio, quando si incrina, non riflette solo gli Stati Uniti: riflette anche noi. Riflette l’Europa che scivola. Riflette l’Italia che rischia di copiare il peggio proprio mentre si racconta che sta “modernizzando” la democrazia.

Quello che vedo, con una chiarezza che fa male, è una traiettoria precisa: il potere politico che pretende una magistratura docile, un diritto piegato come metallo caldo, e una società che si abitua lentamente al buio. Non succede in un giorno. Non arriva con i carri armati. Arriva a piccoli passi. Un abuso che passa. Un sopruso che diventa “normale”. Una garanzia che si “semplifica”. E quando te ne accorgi, spesso è già tardi.

MINNEAPOLIS: QUANDO LA LEGGE DIVENTA UN CAPPUCCIO

La storia di Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, è il volto più nitido di quella zona grigia in cui il confine tra diritto e arbitrio scompare.

Non un conflitto a fuoco. Non una sparatoria nel caos. Ma una dinamica raccontata come esecuzione, con colpi esplosi a breve distanza, con la sensazione netta che la forza non sia stata l’ultima risorsa, ma la prima lingua parlata. E già questo dovrebbe bastare: una democrazia che tollera la forza come scorciatoia, prima o poi se la ritrova come sistema.

Ma c’è un dettaglio ancora più importante. Dopo la violenza arriva la narrazione. L’amministrazione parla, giustifica, incornicia, sposta l’attenzione. È sempre così: il potere non si limita a colpire, pretende anche di raccontare perché era “necessario”. E intanto perfino una decisione giudiziaria in Minnesota è intervenuta per imporre limiti ai metodi delle forze federali verso manifestanti e osservatori, segnalando che il confine tra ordine pubblico e abuso stava diventando una terra di nessuno.

Qui sta la crepa: quando un apparato armato risponde solo al centro del potere e può agire come se fosse una milizia, la legge smette di essere una casa comune e diventa un’arma selettiva. Il cappuccio non è solo quello sugli agenti: è quello calato sul principio di responsabilità. È l’anonimato morale dello Stato.

IL MESSAGGIO DEL POTERE: GARANZIE AI CARNEFICI, NUDITÀ PER LE VITTIME

Un altro caso aggiunge un tassello che non lascia scampo: Geraldo Lunas Campos, detenuto cubano, muore in custodia e l’autopsia preliminare parla di asfissia dovuta a compressione del torace e del collo, quindi di una dinamica compatibile con un soffocamento fisico. La versione ufficiale prova a spostare tutto su un gesto suicidario, ma testimonianze e primi riscontri aprono uno squarcio netto.

Qui bisogna essere duri e lucidi. Non si tratta di simpatia. Non si tratta di precedenti. Queste sono scuse comode, e infatti sono sempre pronte. Si tratta di un principio: lo Stato può trattenere un essere umano, non può umiliarlo, torturarlo, spegnerlo. Se accettiamo che la dignità sia condizionata dalla biografia del singolo, abbiamo già buttato via la civiltà giuridica e stiamo solo scegliendo chi sacrificare per primi.

Dentro questa logica, i numeri diventano benzina: decine di migliaia di persone rinchiuse, molte senza precedenti penali, un aumento delle morti nei centri di detenzione. La disumanizzazione non è un incidente. È una tecnica. E quando la tecnica funziona, viene replicata. Quando viene replicata, diventa sistema. Quando diventa sistema, diventa cultura. E allora la democrazia, lentamente, smette di vergognarsi.

ALLIGATOR ALCATRAZ: LA CRUDELTÀ COME LINGUAGGIO DI GOVERNO

C’è poi un elemento che io considero decisivo, perché riguarda il futuro possibile: la normalizzazione del trattamento degradante come strumento di governo.

Amnesty International denuncia trattamenti crudeli, inumani e degradanti in strutture di detenzione in Florida, inclusi luoghi diventati simbolo di una barbarie amministrativa che si fa prassi. Non è “polemica”. È documentazione. È materia. È corpo. È prova.

Ed è qui che io vedo la mutazione più pericolosa dell’Occidente: non si limita a gestire la paura, la produce. La coltiva. La trasforma in consenso. La crudeltà diventa messaggio, e il messaggio diventa metodo.

Quando lo Stato usa l’umiliazione come deterrente, sta dicendo una cosa molto semplice: “posso farlo”. E quando lo può fare su alcuni, domani lo potrà fare su altri. È solo una questione di tempo e di bersagli.

SCHMITT E MONTESQUIEU: QUANDO I FRENI SALTANO, IL POTERE NON SI FERMA

Questo passaggio si capisce con due idee che oggi tornano come lame.

Carl Schmitt ci mette davanti allo stato d’eccezione: il momento in cui il sovrano decide fuori dalla regola, sospendendo la regola in nome della necessità.

Montesquieu ci ricorda invece la condizione minima della libertà politica: la democrazia esiste solo se il potere arresta il potere.

Minneapolis è precisamente questo: l’eccezione che si finge normalità. La forza che si presenta come tutela mentre esercita arbitrio. E quando l’arbitrio si installa, non si accontenta mai. Chiede protezione legale. Chiede ampliamento. Chiede impunità.

Le “città santuario” non sono una curiosità americana. Sono un laboratorio. Se “proteggere” significa sospendere diritti, allora la regola è già stata piegata. E quando la regola si piega, il potere prende gusto: capisce che può farlo ancora, e meglio.

L’ITALIA E IL REFERENDUM: IL COLPO NON È TECNICO, È STRUTTURALE

Ed eccoci a noi. Al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, spesso ridotta alla formula innocua della “separazione delle carriere”.

Io qui voglio essere chiaro: non è un ritocco tecnico. È un intervento sui pilastri. Quando tocchi l’architettura dei poteri, non stai spostando un mobile: stai cambiando il modo in cui una democrazia riesce a non diventare proprietà privata del governo di turno.

La riforma introduce una separazione di percorso tra magistratura requirente e giudicante e un riassetto dell’autogoverno, con organi distinti e nuovi meccanismi disciplinari. Tradotto: cambia il rapporto tra politica e giustizia. Cambia la resistenza del sistema alle pressioni. Cambia la possibilità che un pubblico ministero resti libero di guardare dove deve guardare.

E qui torna la lezione più dura: quando il pubblico ministero viene isolato e reso più esposto al clima politico del tempo, aumenta la probabilità, prima politica che giuridica, di una giustizia usata come leva.

Oggi ti accendo un processo.

Domani te lo spengo.

Oggi ti costruisco un nemico.

Domani proteggo un amico.

Non è modernizzazione. È governo del conflitto attraverso la giustizia.

LE FIRME: QUANDO IL POPOLO PARLA E IL PALAZZO FA FINTA DI NON SENTIRE

E poi c’è un fatto che per me pesa come un macigno, perché dice tutto del clima.

Mentre la consultazione viene fissata con una rapidità quasi ossessiva, la mobilitazione popolare che chiede di essere ascoltata viene trattata come rumore di fondo. Ma non lo è. È un fatto politico enorme.

La raccolta firme promossa dalla società civile ha superato la soglia richiesta, ed è andata ben oltre: in queste ore, secondo i promotori, si è superata anche quota 540.000 sottoscrizioni. Un segnale netto, un corpo vivo di cittadinanza che chiede tempo, informazione, dibattito. E che rifiuta la scorciatoia della velocità imposta dall’alto.

Eppure quelle firme sono state disattese, non considerate, tenute ai margini del racconto pubblico, quasi censurate nel loro significato reale. Come se la partecipazione fosse una formalità fastidiosa e non la sostanza stessa della Costituzione.

Questo è il nodo: quando un governo impone una data senza rispettare fino in fondo il percorso democratico e la pressione civile in campo, non sta “organizzando”. Sta scegliendo il terreno di gioco. Sta riducendo il tempo democratico, che è l’unico tempo in cui le persone possono capire, discutere e decidere.

Per questo, oggi, lo slittamento della consultazione non è affatto un’ipotesi campata in aria. La questione delle firme, dei ricorsi e della corretta scansione dei tempi costituzionali è un punto politico e giuridico aperto. La data del 22-23 marzo è stata fissata, ma la pressione civile e i percorsi di contestazione potrebbero far convergere il voto su un’altra finestra, magari agganciandolo ad altre consultazioni, nel momento in cui si riconosca una cosa semplice: non si può schiacciare tutto con la logica del “prima possibile” quando in gioco c’è l’equilibrio dei poteri.

Questa non è burocrazia. È democrazia. È il diritto dei cittadini a non essere spettatori.

IL FALSO GARANTISMO: LA PAROLA PIÙ USATA PER SMONTARE I DIRITTI

E qui arriviamo al punto più subdolo, quello che in Italia produce danni da decenni perché si traveste da virtù.

Il falso garantismo non nasce per proteggere l’imputato o rendere più giusto il processo. Nasce per ridurre la magistratura a una funzione gestibile, prevedibile, addomesticabile, soprattutto quando la politica teme di essere guardata troppo da vicino.

Funziona così:

I) si prende un problema reale (lentezza, arretrati, carichi enormi, disfunzioni)

II) lo si attribuisce a un bersaglio conveniente (l’autonomia della magistratura, la caricatura delle “toghe politicizzate”)

III) si propone come cura ciò che, in realtà, è un trasferimento di potere verso l’alto

Il trucco riesce perché sfrutta la fatica delle persone. E la fatica, quando è vera, può essere manipolata con facilità. Ma una cosa è riformare per migliorare. Un’altra cosa è riformare per controllare.

Quando la parola “garanzie” viene usata per ridurre i controlli sul potere, non stai difendendo i cittadini. Stai difendendo chi comanda. E quando questo diventa normalità, la democrazia non perde solo qualità: perde natura.

PERCHÉ OGGI È DIVERSO DAL 1988: TRE CHIODI NEL MURO DELLA STORIA

C’è chi dice: “se ne parlava anche negli anni Ottanta”. Sì. Ma il contesto è tutto, e chi finge di non capirlo sta facendo propaganda, non analisi.

I) 1988, codice Vassalli

Il modello accusatorio viene introdotto in una stagione che prova a razionalizzare e garantire. Ma quel contesto politico non aveva ancora normalizzato l’attacco sistematico ai contrappesi come metodo di governo.

II) Anni Novanta, Mani Pulite e guerra contro la magistratura

Da quel momento una parte del potere capisce che la vera posta in gioco non è “la giustizia efficiente”, ma la giustizia controllabile.

III) Ventennio berlusconiano, delegittimazione e difesa dei vertici

Leggi difensive, immunità, campagne contro i giudici: si consolida una grammatica politica che tratta la magistratura come ostacolo, non come garanzia.

Ecco perché l’Italia del 1988 non è l’Italia del 2026. Oggi cresce una cultura politica che considera i contrappesi un intralcio e la forza un’ideologia. E quando la forza diventa ideologia, la libertà diventa concessione.

CHIUDIAMOLA QUI, SENZA IPOCRISIE

Io non mi faccio illusioni: questa è una partita di potere. E come tutte le partite di potere, viene giocata sul linguaggio prima ancora che sulle norme.

Prima ti dicono che è “solo una riforma tecnica”.

Poi ti dicono che chi critica è “ideologico”.

Poi ti dicono che la magistratura deve “stare al suo posto”.

Infine, quando il potere non trova più limiti, scopri che il tuo posto è diventato più piccolo.

Ecco perché Minneapolis parla di noi. Perché ci sta mostrando la scena finale di un film che molti, qui, stanno già provando a girare con attori diversi e la stessa sceneggiatura: un potere che pretende di non essere controllato.

Io non voglio uno Stato in cui il diritto diventa un cappuccio.

Non voglio uno Stato in cui l’eccezione diventa metodo.

Non voglio uno Stato in cui la giustizia viene addomesticata “per efficienza”.

Non voglio una democrazia che sopravvive solo come parola, mentre nella sostanza si trasforma in obbedienza.

La democrazia non muore quando arrivano i mostri. Muore quando le persone smettono di chiamarli per nome. Muore quando ci convincono che “è normale”. Muore quando accettiamo l’idea che i diritti siano un lusso e i contrappesi un fastidio.

E se c’è una cosa che oggi dobbiamo rifiutare, con fermezza, è proprio questa: l’idea che la libertà sia compatibile con il buio.

FONTI ESSENZIALI (PER APPROFONDIRE)

I) Reuters, “Italy to hold referendum on judicial reform on March 22-23” (12 gennaio 2026)

II) Pagella Politica, approfondimento su possibili slittamenti della consultazione (gennaio 2026)

III) Il Post, analisi su raccolta firme, ricorsi e data del voto (15 gennaio 2026)

IV) RaiNews, aggiornamenti su firme e ricorsi legati alla consultazione (15 gennaio 2026)

V) Sky TG24, aggiornamenti su firme e confronto politico sulla riforma (15 gennaio 2026)

VI) il manifesto, ricostruzione del quadro politico e dei comitati in campo (gennaio 2026)

VII) Il Fatto Quotidiano, analisi su firme e tempistiche della consultazione (gennaio 2026)

VIII) Amnesty International, rapporti e denunce su trattamenti inumani nelle strutture di detenzione in Florida

Il rial che brucia e l’assedio che uccide

Iran, sanzioni e guerra ibrida: quando la “democrazia” diventa il pretesto del dominio

C’è una parola che l’Occidente usa come una chiave universale, buona per tutte le serrature: “regime”. La pronuncia, e la realtà diventa semplice. Diventa un film morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. E tutto ciò che accade dopo, ogni fame, ogni crisi, ogni piazza insanguinata, diventa automaticamente colpa di chi sta dentro quella parola.

Eppure l’Iran di oggi, se lo si guarda senza le lenti ideologiche prefabbricate, è qualcosa di più complesso e, soprattutto, più inquietante. Perché l’Iran non è soltanto un Paese con un potere interno duro, autoritario, teocratico, spesso repressivo. L’Iran è anche un Paese sottoposto da decenni a un assedio economico e finanziario che non è più “pressione diplomatica”: è una guerra. Una guerra che non si dichiara, non si vota nei parlamenti con la stessa gravità delle invasioni, non porta bare di soldati occidentali. Ma porta comunque vittime. Solo che le vittime sono quasi sempre dall’altra parte dello schermo.

Io non difendo la teocrazia iraniana, né la idealizzo. Ma non accetto la narrazione truccata che assolve a priori chi strangola un popolo e poi lo rimprovera perché, a un certo punto, quel popolo si ribella.

E per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna partire da lontano. Da un anno che, per l’Iran, non è solo storia. È memoria politica. È ferita nazionale. È la radice di una sfiducia che, da allora, non si è più spenta.

1953: il peccato originale dell’ordine occidentale in Iran

Nel 1951, Mohammad Mossadegh (Mossadeq) diventa primo ministro e compie un atto che, in un Paese sovrano, dovrebbe essere normale: decide di nazionalizzare il petrolio. Non per capriccio ideologico, ma perché l’Anglo-Iranian Oil Company era il simbolo di un rapporto coloniale mascherato da contratto. L’Iran, pur essendo il Paese produttore, non vedeva davvero i conti, non decideva, non comandava. In pratica: possedeva il sottosuolo, ma non possedeva la propria ricchezza.

Quel gesto, a Londra e Washington, non viene letto come un atto di sovranità economica, ma come una minaccia strategica. E la reazione è quella che l’Occidente “non ricorda mai” quando parla di democrazia: l’intervento.

Agosto 1953: Mossadegh viene rovesciato. Il golpe è finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, nell’ambito di quella che è passata alla storia come Operation Ajax. Non è un’opinione, è una pagina documentata. Perfino enciclopedie generaliste e fonti storiche mainstream lo riportano senza ambiguità: la democrazia iraniana viene spezzata e lo Shah torna al centro del potere.

Qui si forma la prima lezione, quella che molti analisti occidentali fingono di non capire: per l’Iran moderno, l’Occidente non è stato il garante della libertà. È stato il regista della rottura. La “democrazia” è stata sacrificata in nome del petrolio e della stabilità strategica. E quando una nazione vive un trauma così, non lo archivia. Lo incorpora.

Da quel momento, la monarchia si rafforza, le opposizioni vengono schiacciate, e la storia accelera verso il 1979: la rivoluzione islamica non nasce nel vuoto, nasce anche da questa frattura. Perché quando spegni con la forza una democrazia imperfetta, lasci campo a ciò che viene dopo. E spesso ciò che viene dopo è più duro, più radicale, più impermeabile.

Non è “colpa dell’Occidente” se l’Iran è diventato una teocrazia. Ma è un fatto che l’Occidente ha contribuito a creare il terreno che ha reso possibile l’esplosione.

E questo pesa ancora oggi, quando si pretende che Teheran “si fidi” di Washington e Bruxelles.

Dalla sovranità economica al sospetto permanente

Dopo il 1953, l’Iran impara un linguaggio geopolitico brutale: chi possiede la ricchezza può non possedere la libertà di gestirla. Il petrolio diventa una maledizione e una calamita. Attira alleanze, ma anche manovre. Attira modernizzazione, ma anche dipendenza.

Ecco perché, quando oggi si parla dell’Iran come se fosse “solo un problema interno”, si sta mentendo per omissione. L’Iran è un Paese che, nel secondo dopoguerra, è stato trattato come una pedina. E le pedine, quando provano a diventare giocatori, vengono riportate al loro posto.

Questa è la cornice storica senza la quale l’attualità non si capisce.

La moneta che muore, la vita che si restringe

Arriviamo all’oggi. O meglio: all’ultima fiammata di una crisi lunga.

Ci sono crisi economiche che nascono dal basso: corruzione, inefficienze, disuguaglianze, apparati di potere che drenano risorse. E l’Iran ne ha, eccome. Ma ci sono anche crisi che vengono alimentate, trasformate in detonatori. Perché il collasso economico è una leva politica perfetta: non ha il rumore delle bombe, ma produce panico, instabilità e impoverimento di massa.

Quando a fine dicembre 2025 il rial tocca livelli catastrofici, fino a oscillare attorno a 1,4 milioni per un dollaro sul mercato informale, quel numero non è una curiosità statistica. È un referto. È la fotografia di una società che vede evaporare risparmi, stipendi, futuro.

E quando il 28 dicembre 2025 le proteste ripartono dai commercianti e dai luoghi della vita reale, dai bazar, dai mercati, dalle serrande abbassate, il segnale è limpido: non è una scossa passeggera. È il punto in cui la gente non ce la fa più. Il Financial Times racconta la centralità simbolica del Grand Bazaar di Teheran e il passaggio dalla protesta economica al terremoto politico.

Da lì, la protesta dilaga. AP descrive una diffusione rapidissima, centinaia di località coinvolte, repressione, arresti e blackout comunicativi.

La domanda non è soltanto “perché protestano?”. La domanda è: perché protestano adesso, con questa intensità, dopo anni di sofferenza?

Perché l’economia è arrivata al limite. E quando una moneta muore, muore la normalità.

Le sanzioni come punizione collettiva travestita da virtù

La grande ipocrisia delle sanzioni è la loro presentazione morale. In Occidente vengono vendute come uno strumento “non violento”, chirurgico, elegante: colpi mirati contro i vertici del potere. Ma l’esperienza storica dice l’opposto.

Le sanzioni non colpiscono prima i potenti. Colpiscono prima la vita quotidiana. Colpiscono prezzi, salari, importazioni, filiere, cure, accesso alla normalità. Colpiscono la società civile molto più di quanto indeboliscano le élite, che spesso hanno vie di fuga, reti, canali, protezioni.

Il punto più crudele è che questo meccanismo è invisibile e quindi facilmente negabile: anche quando farmaci e beni umanitari sono formalmente esentati, nella pratica vengono bloccati da ciò che nessun comunicato può cancellare, la paura bancaria e finanziaria.

Human Rights Watch lo ha spiegato senza giri di parole: le sanzioni e soprattutto la minaccia delle “secondarie” generano un clima di terrore tra gli intermediari finanziari, così le transazioni lecite vengono congelate. E qui emergono casi che non sono dettagli: sono corpi, sono vite. Pazienti con epidermolisi bollosa che restano senza medicazioni essenziali. Bambini che soffrono perché ciò che sarebbe “esente” diventa “irraggiungibile”.

È la violenza moderna: non ti sparo addosso, ma ti rendo la salute una lotteria.

E quando qualcuno ripete “ma i medicinali sono esclusi dalle sanzioni”, sta dicendo una verità formale che, nella pratica, diventa una menzogna operativa.

Il JCPOA: la promessa tradita e il ritorno della gabbia

Chi parla dell’Iran senza citare il JCPOA racconta una storia tagliata a metà.

Nel 2015 viene firmato l’accordo sul nucleare, un patto imperfetto ma funzionale: limitazioni e controlli in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Poi arriva il 2018: gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo e ripristinano le sanzioni, inaugurando la stagione del “maximum pressure”. È un passaggio spartiacque che segna la politica iraniana interna e la percezione esterna: l’idea che ogni compromesso possa essere cancellato unilateralmente.

E quando un Paese riceve questo messaggio, la logica è semplice: se il patto vale finché conviene all’altra parte, allora il patto non è una garanzia, è una trappola.

Nel 2025, secondo analisi e ricostruzioni, la vicenda del JCPOA entra definitivamente nella sua fase terminale, con la reimposizione di sanzioni ONU tramite meccanismi di “snapback” e uno scenario di rottura sempre più completo.

E intanto la società paga.

La protesta e il sangue: quando la pressione diventa esplosione

Se strangoli un popolo abbastanza a lungo, quel popolo prima o poi scende in piazza. Non perché sia manovrato. Perché non respira.

Ma qui entra in gioco una verità che molti fingono di non conoscere: quando un Paese è strategico, ogni protesta diventa un terreno di guerra ibrida.

Questo non significa che le proteste siano finte. Sarebbe un insulto a chi rischia la vita. Significa che dentro il caos entrano sempre interessi, infiltrazioni, provocazioni, accelerazioni. Significa che il disordine viene usato. Che l’instabilità può diventare un obiettivo, non solo un effetto.

AP riporta un aumento drammatico del bilancio delle vittime secondo attivisti, con la protesta che si trasforma in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la Repubblica Islamica.

Non è necessario credere a ogni versione, né interna né esterna. Basta una constatazione: la catena causale è evidente.

I) strangolamento economico
II) collasso sociale
III) protesta
IV) repressione
V) sangue

E chi impone lo strangolamento non può fingersi estraneo al punto IV e V.

L’Iran come obiettivo strategico: nodo Russia-Cina e frattura del sistema mondiale

Chi riduce tutto al “programma nucleare” sta facendo finta di non capire. Il nucleare è una parte. Ma non è il cuore.

Il cuore è geopolitico. L’Iran è energia, corridoi, rotte, equilibrio regionale. È un alleato di un mondo che sta cercando di sfuggire alla disciplina occidentale: Cina e Russia, il multipolarismo, l’idea che esista un futuro fuori dal recinto del dollaro e delle sanzioni.

In questa cornice, le sanzioni non sono un messaggio etico. Sono un’arma di dominio. Uno strumento per rendere impraticabile l’autonomia. Una punizione esemplare rivolta anche agli altri: guardate cosa succede a chi prova a uscire dalla linea.

E infatti le pressioni non colpiscono solo Teheran, ma anche chi commercia con Teheran, in una logica extraterritoriale che ha sempre meno a che fare con la diplomazia e sempre più con il controllo delle catene globali.

Rising Lion e poi i bombardieri americani: quando l’assedio diventa anche profondità

Qui si arriva al punto che molti provano a minimizzare, perché rompe l’illusione dell’Occidente come “moderatore”.

Nel giugno 2025 lo scontro supera un confine. Prima gli attacchi israeliani, che aprono la fase militare dell’escalation. Poi il salto di livello: l’intervento diretto degli Stati Uniti.

Reuters racconta un’operazione militare statunitense che colpisce i principali siti nucleari iraniani, mentre altre fonti descrivono dettagli operativi e strategici dell’attacco. È in questo contesto che entra in gioco ciò che rende tutto più chiaro e più grave: l’uso dei bombardieri B-2 e delle bombe di profondità “bunker buster” GBU-57, strumenti progettati per colpire strutture fortificate sotterranee. Reuters parla di una missione impostata anche con inganno e decoy, mentre USNI News e altre ricostruzioni riportano la scala dell’impiego di questi ordigni.

Questo va detto senza ambiguità: non è stata “solo Israele”. A un certo punto sono entrati direttamente gli Stati Uniti, con il loro arsenale e la loro firma politica. Il che significa una sola cosa: la pressione economica non è separata dall’opzione militare. Fa parte dello stesso schema.

E in un Paese già strangolato finanziariamente, un attacco del genere non “corregge” nulla: radicalizza, irrigidisce, destabilizza. Trasforma l’economia in campo minato, la società in camera a pressione.

La salute come campo di battaglia: il corpo civile dentro la guerra economica

Quando un Paese viene colpito in questo modo, la guerra entra in ospedale. Non serve che sia dichiarata: basta che funzioni.

Human Rights Watch non parla di geopolitica astratta. Parla di effetti concreti: banche che non processano pagamenti per importare medicine e attrezzature, aziende che si ritirano per timore legale, forniture che spariscono. E nella loro analisi emerge un dettaglio rivelatore: l’“overcompliance” è un dispositivo di potere, perché crea un blocco sistemico anche dove le norme direbbero il contrario.

Questa è una forma di punizione collettiva legalizzata. E non serve essere “pro Iran” per chiamarla col suo nome.

Quante morti produce una sanzione?

È qui che il discorso diventa inevitabilmente morale.

Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health ha cercato di stimare l’impatto delle sanzioni sulla mortalità, con risultati che nel dibattito internazionale hanno fatto rumore: le sanzioni, nel lungo periodo, producono un peso enorme in termini di morti, e colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili.

Questi studi non servono per fare propaganda. Servono per togliere alle sanzioni la loro maschera “pulita”. Servono per ricordare che quando blocchi l’economia reale, non stai facendo filosofia politica: stai toccando la speranza di vita.

Palestina, Iran e doppio standard: la morale come arma, non come principio

A questo punto resta una domanda che non si può evitare, se si vuole essere onesti: perché lo stesso Occidente che si erge a giudice morale tollera, copre e legittima ciò che fa Israele ai palestinesi, mentre altrove predica diritto e libertà?

La risposta è amara ma lineare: la morale viene spesso usata come arma. Si accende quando serve, si spegne quando disturba. Non è incoerenza accidentale: è logica di potere.

In Iran, la democrazia viene invocata come pretesto per strangolare.
In Palestina, i diritti vengono sospesi perché l’alleato non si tocca.
Nel Sud del mondo, la sovranità diventa colpa quando non coincide con gli interessi occidentali.

Il vero doppio standard non è l’errore: è il sistema.

Chiusura: il rial che brucia non è la causa, è il sintomo

Il rial che brucia non è il centro della storia. È la spia rossa sul cruscotto di un assedio.

Un popolo può essere oppresso dal proprio potere interno e, nello stesso tempo, schiacciato da una violenza esterna che si presenta come “necessaria” e “responsabile”. E quando quel popolo scende in strada, spesso lo fa con la disperazione di chi non ha più margini. Ma la disperazione non nasce solo nei palazzi del regime. Nasce anche nei palazzi di chi, da decenni, ha scelto la guerra economica come forma moderna della conquista.

Io non assolvo la teocrazia. Ma non assolvo nemmeno chi ha trasformato le sanzioni in una pedagogia della fame e la geopolitica in una macchina di collasso sociale.

La guerra è già qui. Solo che oggi non avanza sempre con i carri armati. Avanza col tasso di cambio, coi circuiti bancari, con l’assedio finanziario, e quando serve con le bombe di profondità. E quando l’economia diventa un’arma, la democrazia diventa spesso soltanto una parola d’accompagnamento, utile a rendere accettabile ciò che, in altre epoche, avremmo chiamato con il suo nome: dominio.

Fonti (siti di riferimento)

I) Financial Times – proteste partite dal Grand Bazaar di Teheran e contesto economico-sociale
II) Associated Press (AP News) – cronologia e diffusione delle proteste dicembre 2025-gennaio 2026
III) TIME – quadro generale della crisi e incertezza sulla conta delle vittime
IV) Encyclopaedia Britannica – golpe del 1953 e rimozione di Mossadegh con supporto USA-UK
V) History.com – ricostruzione divulgativa del golpe del 1953 e ruolo statunitense
VI) Human Rights Watch (HRW) – impatto delle sanzioni sulla sanità e caso epidermolisi bollosa
VII) The Lancet Global Health – studio sugli effetti delle sanzioni sulla mortalità
VIII) CEPR (Center for Economic and Policy Research) – sintesi e discussione pubblica dei risultati del lavoro su mortalità e sanzioni
IX) Reuters – operazione militare USA contro siti nucleari iraniani e dettagli sull’azione
X) USNI News – uso di ordigni GBU-57 e quadro operativo dello strike USA
XI) Al Jazeera – sintesi tecnica sugli strike USA e tipologia di munizionamento impiegato

Dal diritto penale dell’insicurezza al progetto reazionario: perché la destra ha bisogno di paura e di magistrati più deboli

Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.

Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.

Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.

Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.

Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione

Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.

I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:

I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali

II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale

III) il pluralismo politico e sindacale

IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo

Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.

Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.

Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento

Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.

Lì dentro c’è già quasi tutto:

I) controllo dei media e concentrazione proprietaria

II) riduzione del ruolo dei sindacati

III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento

IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri

V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici

Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.

Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.

Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti

Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.

Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.

Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.

Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.

La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.

Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura

Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.

C’è un diritto penale del nemico:

I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà

II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)

III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico

E c’è un diritto penale dell’amico:

I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi

II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali

III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno

Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.

Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:

I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato

II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico

III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici

Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.

Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri

Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.

Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:

I) forze di polizia molto protette e poco controllate

II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace

Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.

Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.

È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.

Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione

Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.

Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.

Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.

Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.

Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale

Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.

Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.

Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.

Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi

Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.

A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.

La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:

Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.

Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda

Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?

Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?

Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.

Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.

Fonti essenziali (selezione)

I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.

II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.

IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.

VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.